Il pallone di Weisz e la riconoscibilità del male

2
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tendiamo sempre a semplificare. A pensare che il male sia sempre assoluto, totale, ben riconoscibile. Che arrivi avvisando, annunciandosi in maniera evidente, inequivocabile Ci rassicura credere che esista un confine netto con il bene, senza zone intermedie e che noi, ovviamente, stiamo sempre e solo dalla parte giusta. Le cose invece non stanno così. Quasi mai. Il male s’insinua tra di noi, è anche dentro di noi e si nutre e cresce grazie alla “zona grigia”, a chi vi si abitua giorno dopo giorno, a chi soccombe di fronte allo sforzo di pensare, giustificando, giorno dopo giorno, piccole, crescenti malvagità. Perché è più comodo non modificare la propria maniera di vivere, molto più semplice rimanere come e dove si è, convincendosi che intorno non stia accadendo nulla che giustifichi cambiare atteggiamento.

Oggi, molti giovani europei sono attratti da Barcellona e desiderano andare a viverci o trascorrere qualche anno in questa città così “cool”. Tra i motivi c’è senza dubbio la squadra di calcio, che vince coppe e campionati ed è accompagnata da un’immagine positiva e brillante. Non a caso, tra i souvenir più acquistati da chi si reca nella capitale catalana c’è la maglietta “blaugrana”. Negli anni tra le due guerre mondiali, l’equivalente italiano del Barcellona era il Bologna. Migliaia di studenti d’ogni parte d’Italia si recavano a studiare nella città emiliana non solo per il prestigio dell’università, ma anche per la locale squadra di football, che vinceva e dava spettacolo. Era il famoso Bologna “che tremare il mondo fa”, ai vertici italiani ed europei.

La squadra del Bologna vincitrice dello scudetto 1936-1937

La squadra del Bologna vincitrice dello scudetto 1936-1937

Nel 1935 il calcio è uno sport maturo, che comincia a rivaleggiare per popolarità con il ciclismo. Le squadre che in quegli anni si contendono il titolo sono l’Inter (3 scudetti totali), la Juventus che proprio nel 1935 vince il quinto scudetto di fila (7 totali) mettendo le basi per il suo storico dominio nazionale e proprio il Bologna che ha due scudetti nel suo palmarès. Un anno prima la Nazionale ha vinto il Mondiale con un goal decisivo nella finale proprio di un bolognese: il centravanti Angelo Schiavio.

Nella stagione 1935-36, il Bologna ha un nuovo allenatore: si chiama Arpad Weisz ed è ungherese. Cinque anni prima ha vinto il titolo con l’Inter e a Bologna si spera che possa interrompere il dominio juventino e riportare lo scudetto sotto le due Torri. Weisz è una persona “per bene”, lo si percepisce anche dalle foto che lo ritraggono: un sorriso pudico, di chi si sente a disagio di fronte ad una macchina fotografica e preferisce fare il proprio lavoro in tranquillità. È allenatore moderno per quegli anni; scrive articoli e libri sul football, concentrandosi non solo sull’aspetto fisico, ma anche sull’organizzazione in campo e degli allenamenti: un educatore di uomini più che un comandante.

Anche se oggi appare strano, fino a metà degli anni ‘50, la scuola calcistica ungherese è all’avanguardia: nel 1938, l’Italia vincerà il suo secondo Mondiale sconfiggendo proprio i magiari in finale. Ma l’epoca d’oro dell’Ungheria è soprattutto subito dopo la seconda guerra mondiale: nel ’52 vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi, nel ’53 sconfigge gli inglesi in casa loro (nessuno ci era mai riuscito prina) con un incredibile 6-3 e nel ’54 perde – da strafavorita – la finale del Mondiale, contro la Germania che sarà poi accusata di doping. Poi, un inarrestabile declino. È curioso constatare che anche il Bologna ha conosciuto un destino simile: tra le grandi fino a metà degli anni ’60 (l’ultimo scudetto, il settimo, è nel 1964) per poi scivolare tra le comprimarie. L’arrivo di un allenatore ungherese appare quindi una mossa vincente.

Ma Weisz non è solo ungherese, è anche ebreo. La natura vagabonda di chi vive nel calcio si somma a quella storicamente errante degli ebrei e alla “nomade diversità” degli ungheresi, un popolo discendente da tribù che giunsero dalle steppe asiatiche oltre mille anni fa e hanno poco da spartire, a cominciare dalla lingua, con il resto degli europei. Eppure Weisz si adatta subito a Bologna, facendone la propria casa. Probabilmente il suo carattere riservato è in sintonia con quello della città; Bologna non è grande come Milano e non è importante come la Torino dell’epoca: è una città a “misura d’uomo”, dove si può vivere e lavorare tranquillamente. Come piace a lui.

Weisz va a vivere con la famiglia a pochi metri dallo stadio, poco fuori le antiche mura cittadine, in quella che allora è la prima periferia e oggi una delle zone residenziali dove meglio si vive a Bologna (in via Valeriani 39, NdA). Il campo d’allenamento è a due passi, la scuola dei figli Clara e Roberto pure, così come i negozi sotto i portici di via Saragozza dove la moglie Ilona si reca a fare la spesa.

bologna-1

Il matrimonio tra Weisz e Bologna è felice anche dal punto di vista sportivo: il Bologna vince lo scudetto 1935-36 dopo un campionato entusiasmante: il Tricolore è tornato rossoblu! Weisz è amato in città, i suoi metodi di lavoro copiati in tutta Italia. L’anno seguente i rossoblu ringiovaniscono un poco la rosa e guidati proprio da una giovane rivelazione (Biavati) conquistano nuovamente lo scudetto. Nel giugno 1937, dopo il campionato, in concomitanza con l’Esposizione Universale, viene organizzato a Parigi un torneo internazionale che può essere considerato l’equivalente dell’attuale Champions League. Vi partecipano anche “i maestri inglesi” che normalmente non si degnavano di attraversare la Manica per sfidare le formazioni europee (la Nazionale inglese disputò il suo primo Mondiale solo nel 1950). La finale si giuoca il 6 giugno 1937 tra il Bologna e proprio gli inglesi del Chelsea. I bolognesi vincono 4-1, diventando la prima squadra a sconfiggere una formazione inglese in un torneo internazionale (proprio – come ricordato sopra – come i connazionali di Weisz furono i primi a sconfiggere la Nazionale inglese a casa loro 16 anni dopo). È questo il Bologna battezzato “lo squadrone che tremare il mondo fa”, un riferimento non solo calcistico, il Barcellona dell’epoca: tutti vogliono essere come il Bologna di Weisz.

Ma, nel frattempo, altro sta accadendo fuori dai campi di football. Quel 1937 è anche l’anno XV dell’era fascista, cominciata nel 1922 con l’avvento al potere di Mussolini. Lo stadio bolognese, teatro delle gesta della squadra di Weisz, si chiama “Stadio Littoriale” e vi campeggia un’enorme statua equestre del Duce, che l’ha inaugurato personalmente il 31 ottobre 1926 (nel pomeriggio dello stesso giorno Mussolini uscì illeso da un attentato nel centro cittadino, NdA). Il fascismo è dunque una presenza stabile nella quotidianità dell’Italia e di Weisz. Tuttavia, nonostante le violenze, le violazioni dei diritti, i soprusi generalizzati, il fascismo sembra non minacciare la vita e la felicità sua e della sua famiglia.

Mussolini e Hitler durante la visita di quest'ultimo a Roma nel 1938

Mussolini e Hitler durante la visita di quest’ultimo a Roma nel 1938

Siamo negli anni del massimo consenso del fascismo: nel 1936, dopo la vittoriosa guerra d’Etiopia, Mussolini ha proclamato l’Impero ed ogni opposizione è ridotta al silenzio. Eppure i tracotanti proclami del Duce nascondono in realtà un crescente nervosismo: al di là delle Alpi, un ex-caporale austriaco, per cui è stato un modello e un’ispirazione, gli sta ora rubando la scena. Mussolini subisce la personalità e l’aggressiva determinazione di Hitler. È stato l’italiano ad indicare la strada al tedesco, ma ora i ruoli si sono ribaltati: è il Führer a dettare il cammino e Mussolini lo segue, in un crescendo di violenza, nei suoi deliri megalomani. Sono rivelatrici a proposito le visite di Hitler in Italia: durante la prima, nel 1934, il tedesco appare quasi in soggezione di fronte allo sfoggio di potere e di “fascistizzazione” del Paese offerto dal Duce. Nel maggio 1938, l’impressione è contraria: Mussolini sembra uno scolaretto che vuole mostrare al maestro quanto è bravo e quanto bene sta svolgendo i compiti.

È stato proprio Mussolini ad insegnare a Hitler come instaurare una dittatura totalitaria: occorre conquistare il potere legalmente, evitando il clamore e la violenza di un colpo di stato che susciterebbe la reazione della maggioranza. Meglio procedere con gradualità, stringendo le tenaglie del potere piano piano, soffocando la democrazia con lenta e crescente forza, come le spire di un serpente. In questa maniera, “la gente” si abitua e finisce per considerare normale oggi, ciò che avrebbe reputato inaccettabile qualche anno prima. È faticoso prendere posizione, cambiare le proprie abitudini, alzare la testa e dire “No!”; molto più semplice adattarsi sempre allo status quo, nascondersi nella maggioranza, scegliere sempre la parte del più forte, evitare a se stessi lo sforzo di prendere una decisione. La dittatura italiana e tedesca seguono questa strategia: il male arriva piano, piano, senza annunciarsi con clamore, offrendo invece alla maggioranza l’opportunità di fingere di non riconoscerlo e quindi di non opporvisici.

Hitler non conquistò il potere una mattina e il pomeriggio deportò milioni di ebrei nei lager. Il processo fu graduale, seppure inesorabile. Prima ci furono le campagne denigratorie, grottesche al punto da apparire oggi quasi inoffensive, poi le leggi che impedirono agli ebrei di svolgere alcuni lavori, poi di sposarsi con i non-ebrei, poi le prime violenze, gli incendi delle sinagoghe, le espulsioni, le reclusioni nei ghetti e, infine, solo alla fine, le camere a gas e i forni crematori. Ed ogni volta, ad ogni stretta, la maggioranza si adattò, scelse silenziosamente di non vedere, di non dovere prendere posizione. Molte delle stesse vittime non riconobbero il male o vollero non riconoscerlo. Primo Levi racconta che quando andava nelle scuole a parlare della propria esperienza di deportato, una delle domande che più spesso gli venivano rivolte era: “Perché non vi siete ribellati?” e “Perché non siete scappati prima?”. Prima che vi catturassero, prima che vi caricassero sui treni piombati, prima che vi chiudessero nei ghetti. Levi risponde – tra l’altro – che oggi sappiamo cos’è accaduto, ma allora, prima, non era così automatico prevederlo. Era invece più semplice, nonostante Hitler avesse parlato chiaro, “disconoscere i segnali, ignorare il pericolo e confezionare verità di comodo”.  Tanti ebrei colti e cresciuti nella “civile” Europa, come lo era Weisz, nonostante i chiarissimi segnali, “non solo non prevedevano, ma erano organicamente incapaci di concepire” un male così grande o che si sarebbe arrivati fino a quel punto. Invece che fuggire prima, era più comodo e umano aggrapparsi alle proprie abitudini, al mondo che si conosceva, all’illusione che qualcosa sarebbe cambiato, a quella che oggi ci appare l’assurda convinzione che i tedeschi si sarebbero fermati, che il male avrebbe colpito altri. Fino all’ultimo, anche oltre l’ultima, illogica speranza…

Da sinistra: i figli di Weisz, Clara e Roberto Weisz e un amico

Da sinistra: i figli di Weisz, Clara e Roberto, ed un amico fotografati a Bologna.

E così, per far contento Hitler, per mostrargli quanto fosse duro e inflessibile come piaceva a lui, nel settembre 1938, Mussolini promulga le leggi razziali, rivolte soprattutto contro gli ebrei. Tra i provvedimenti c’è l’obbligo per gli ebrei stranieri che siano entrati in Italia dopo il 1919 di lasciare il Paese entro sei mesi. Weisz è uno di questi. Nel campionato successivo alla storica vittoria di Parigi, il Bologna è giunto quinto, ma Weisz è ancora saldamente al comando di una delle migliori squadre italiane, che ora deve lasciare per motivi non sportivi. Nel 1938, il calcio non è un fenomeno globale come oggi, giuocatori ed allenatori non sono star mediatiche mondiali; tuttavia il calcio è amatissimo ed è inoltre un fenomeno “locale”. Se è cioè vero che i campioni del Bologna non sono onnipresenti in televisione (che nemmeno esiste) e non sono idoli per milioni di persone, è però altrettanto vero che, proprio per questo, sono più vicini alla gente comune della loro comunità, partecipano alla vita cittadina, è possibile incontrarli e parlare con loro per strada, in piazza, sui tram. Weisz non è paragonabile a Guardiola o Mourinho per risonanza mediatica, ma è un personaggio cittadino, conosciuto ed amato, così come la sua famiglia, da migliaia di bolognesi.

Eppure quando Weisz viene licenziato dal Bologna, quando è costretto a lasciare la città, nessuno muove un dito: né i dirigenti, né il presidente Dall’Ara, né i tifosi, né le migliaia di bolognesi e italiani che ammirano – non solo sportivamente – “lo squadrone che tremare il mondo fa”. La notizia dovrebbe essere clamorosa – Weisz è l’allenatore forse della migliore squadra italiana – eppure è liquidata con poche righe nei quotidiani sportivi e non. Meglio far finta che si tratti di una inevitabile conseguenza; è così, cosa vogliamo farci? Meglio e più comodo rimanere nascosti nella maggioranza, fingere che il male sia altrove, che il nostro silenzio non lo stia nutrendo giorno dopo giorno, più facile magari auto-assolversi pensando: “Se li portano via, un motivo ci sarà…”. Tutti (o quasi) fanno così: è difficile alzarsi e dire “No!”; lo fanno gli eroi e gli eroi sono pochi.

Dice Manzoni di Don Abbondio: “Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui [...] Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all’altro ch’egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch’io mi sarei messo dalla vostra parte.”. Probabilmente in tanti, a Bologna, in quell’autunno del 1938 mostrarono a Weisz lo stesso atteggiamento: non abbiamo niente contro di te e la tua famiglia…ma non sei dalla parte del più forte e allora…

Così Weisz è costretto a fare le valigie, i suoi figli a lasciare la scuola ed espatriare. Oggi, conoscendo ciò che sarebbe accaduto poi, viene da pensare che sarebbero dovuti andarsene in Sud America, magari in Argentina ed Uruguay dove il football era ed è amato come in Italia. Eppure Weisz sceglie la Francia e poi i Paesi Bassi, ad un passo dalla Germania nazista. Perché? Perché non si allontanano dal male, dalle fauci del mostro che nel giro di pochi mesi avrebbe inghiottito e sterminato milioni di ebrei come loro? Forse perché si spera sempre che le sventure peggiori non colpiranno proprio noi, forse per l’incapacità stessa, di una persona “perbene” ed educata come Weisz di concepire un male così assoluto, così totale: erano già stati scacciati dalla loro casa ed emarginati, che altro poteva accadere? Inoltre, andarsene fino in Sud America, avrebbe significato ammettere e soprattutto svelare alla propria famiglia l’esistenza del male assoluto che minacciava le loro stesse vite. E, chissà, forse Weisz volle proteggere i suoi cari dall’immagine, dalla brutalità del concepire la realtà di un orrore disumano che giustificava una decisione così drastica.

Così, nella primavera del 1939, i Weisz finiscono in una cittadina olandese, Dordrecht, a pochi km dal confine tedesco, perché è lì che il capofamiglia trova una squadra da allenare. È una squadra di medio livello in un campionato poco prestigioso, ma è ciò che consente di riprendere una vita normale. Weisz si mette al lavoro, applica i propri metodi d’allenamento moderni anche in quel contesto dilettantistico, ottenendo storici risultati come la vittoria contro il ben più blasonato Feyenoord.

arpad-weisz-2

Arpad Weisz

Nel frattempo, nel marzo 1938, la Germania si annette l’Austria e dopo pochi mesi, pezzi consistenti del territorio cecoslovacco. Le altre potenze europee, Francia e Regno Unito, accondiscendono alle pretese hitleriane, chinando il capo di fronte all’arroganza nazista, credendo che Hitler non sia il male assoluto, convincendosi che la finirà lì, fingendo che si possa accettare che un Paese se ne annetta altri a colpi di minacce e violenze. Ma Hitler non la finisce lì: il primo settembre 1939 l’esercito tedesco invade la Polonia facendola a pezzi in poche settimane. Questa volta francesi e britannici reagiscono e dichiarano guerra alla Germania. Tuttavia, fino al maggio successivo, tra Germania, Francia e Regno Unito non accade quasi nulla. In quei tragici mesi non è necessario essere indovini o raffinati analisti militari per prevedere che la mossa successiva di Hitler sarà l’attacco alla Francia, probabilmente passando da Belgio e Paesi Bassi come accaduto nella prima guerra mondiale. Perché allora i Weisz e con loro tanti altri ebrei (tra cui la famiglia di Anna Frank, rifugiata ad Amsterdam in quegli anni) non fuggirono? Perché non si allontanarono dal male finché erano in tempo? Perché è difficile dire a se stessi che è giunto il momento di prendere tutto ed andarsene, perché è sempre più semplice credere che ciò che è di fronte non sia “il male assoluto”, che non potrà succedere qualcosa di peggio…

Così, anche quando il 10 maggio 1940 la Germania invade i Paesi Bassi, ancora una volta, il male non si svela in un solo momento: gli ebrei che risiedono dei Paesi Bassi non sono immediatamente caricati sui vagoni piombati. Inizialmente sono discriminati, sono marchiati con le stelle gialle, perdono diritti, perdono il lavoro, ma viene lasciato loro lo spazio di sperare che non si andrà oltre. Per la seconda volta in pochi anni, Weisz viene licenziato non per motivi sportivi, bensì perché è ebreo, è diverso, è dalla parte dei più deboli.

In quei mesi d’occupazione nazista, esisterebbe ancora la possibilità di fuggire, di lasciare quella spirale d’orrore che perseguitava i Weisz da anni e che – oggi ci appare evidente – li avrebbe soffocati come le spire di un serpente. Qualcuno lo fa: passa in Francia e poi in Spagna, Portogallo e infine Sud America. I Weisz invece rimangono, sperando che la tempesta passerà, che i tedeschi non potranno fare indiscriminatamente del male ad una famiglia come la loro, a dei bambini piccoli, nel bel mezzo della “civile” Europa.

E così, il 2 agosto 1942, dopo due anni di crescenti offese e discriminazioni, la Gestapo bussa alla porta di casa Weisz: devono lasciare tutto e seguirli in caserma e poi in un campo di lavoro, Westerbork, nella parte nord-est dell’Olanda, da cui, due anni dopo, passerà anche Anna Frank. Westerbork non è un campo di sterminio, bensì di smistamento: si è prigionieri, ma i prigionieri non muoiono come mosche. Forse qualcuno ancora si illude e crede che non ci sarà un male più grande. Invece, il 2 ottobre 1942, i Weisz salgono su un treno per un tragico viaggio attraverso l’Europa che si conclude nella Polonia, allora occupata dai nazisti. È probabile che Arpad Weisz sia fatto scendere nella stazione di Cosel per essere trasferito in un campo di lavoro; il resto della famiglia prosegue invece fino ad una destinazione tristemente famosa: Auschwitz. Qui, il 5 ottobre 1942, la moglie Ilona e i figli Clara di otto anni e Roberto di dodici vengono uccisi pochi minuti dopo essere scesi dal treno.  Arpad Weisz resisterà – chissà come e chissà con quale stato d’animo – quasi un anno e mezzo, morendo di freddo e di stenti, anch’egli ad Auschwitz, il 31 gennaio 1944.

Nel dopoguerra, sconfitto il nazismo, Weisz finisce nell’oblio, dimenticato in Italia e a Bologna, come se non fosse mai esistito, come se non fosse stato lui l’allenatore e uno dei protagonisti del miglior Bologna della storia del calcio. Per decenni, mentre i giuocatori di quello squadrone sono giustamente celebrati e ricordati, nessuno menziona Weisz, nessuno parla di lui. Perché ricordare lui, significherebbe ricordare anche il silenzio e la sostanziale accettazione della maggioranza di fronte alla discriminazione di cui Weisz fu vittima. Meglio far finta di nulla, meglio rimuovere e non fare i conti con le proprie debolezze.

La lapide in ricordo di Weisz allo stadio di Bologna

La lapide in ricordo di Weisz allo stadio di Bologna [foto: G. P. Miscione]

Solo nel 2007, troppi anni dopo la sua morte, Weisz viene riscoperto grazie ad un bel libro del giornalista Matteo Marani. E solo nel 2009, l’allenatore del miglior Bologna della storia viene commemorato ufficialmente dalla società rossoblu con una targa a lui dedicata nello stadio cittadino. Meglio tardi che mai, come si dice.

Non è facile essere eroi; anzi, non è facile essere galantuomini, perché – come diceva Pirandello – “eroi si può essere ogni tanto; galantuomini si dev’essere sempre”, ogni giorno, di fronte ad ogni piccola, apparentemente accettabile manifestazione del male, davanti ad ogni piccolo diritto violato. Per questo è importante ricordare, non dimenticare: per essere in grado di riconoscere il male, essere capaci di guardarlo in faccia, non girarsi dall’altra parte ed affrontarlo insieme prima che soffochi quelli che – per qualsiasi motivo – non sono dalla parte dei più forti. Ieri sono stati i Weisz, domani potremmo essere noi.

Riferimenti:
“Dallo scudetto ad Auschwitz” di Matteo Marani
“Vite che non sono la tua” (Radio 3)

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Un articolo molto bello, Gian Pietro. Un articolo che dice tutto. Non lascia spazio a commenti perché già commenta da sé tutto. Non lascia spazio ad ulteriori riflessioni perché riflette su tutto. Ci ammonisce. Ci insegna a vivere guardando in faccia la verità e gli altri. Ci dice che il Male non è poi così tanto oscuro come ci insegnano; è vicino, è fatto di piccole azioni che crescono in indecenza col passare del tempo. Sperare di non esserne travolti solo perché siamo brava gente , circondati da chi credevamo essere brava gente, è un’ illusione.
    L’ illusione si schianta sempre nel peggiore dei modi. Grazie per la profondità delle tue considerazioni sull’ umana natura e la chiarezza formale con cui hai raccontato tante vicende in uno spazio-tempo breve.

    Rispondi
  2. guido

    che ruolo ha avuto la chiesa cattolica in tutto questo orrore ? cos’ha fatto per contrastarlo ?

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?