11 Motivi per odiare “Il grande Gatsby”

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image_bookSolitamente tra la fine di un anno e l’inizio dell’anno successivo, iniziano a diffondersi in Internet classifiche di ogni genere: “I migliori film dell’anno”, “I migliori libri dell’anno”, e via dicendo. Ogni volta rispuntano anche le classifiche dei 100 o 50 “Migliori libri di sempre”, o “Che tutti dovrebbero leggere”, o “Che si dovrebbero leggere almeno una volta nella vita”. In queste lunghe e strampalate liste, spunta perennemente il titolo “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald, dal quale sono state tratte quattro versioni cinematografiche: l’ultima del 2013 con Leonardo Di Caprio nella parte di Jay Gatzby.

Ho dato due possibilità a questo libro. Se le è bruciate entrambe. La prima volta ho deciso di leggerlo per colmare alcune lacune presentate da queste liste di capolavori imperdibili. La seconda, in seguito ad una conversazione nella quale mi hanno convinta a rileggerlo con più maturità. Niente di fatto. Ci sarebbero più di undici motivi per non leggerlo, ma mi sono limitata a presentarne solo alcuni.

  1. Disorganizzazione nei cambi di scena. Il primo problema che si incontra, leggendo questo libro, è lo strano modo di presentare i cambi di scena. Chi è abituato ad un certo tipo di letture, nel quale si passa da un’azione all’altra in modo graduale o con un completo cambio di capitolo, non riuscirà a trovare pace, perché la testa sta ancora elaborando un momento della storia e la lettura è già passata oltre, senza alcun preavviso. Un esempio è il racconto fatto da Jordan Beaker a Nick Carrawy sull’incontro di Daisy e Gatsby. In un lampo si dice all’inizio che è Jordan a parlare. Al termine del racconto il lettore ha già dimenticato chi stia parlando e si “ricorda” in extremis, alla fine. Stessa cosa nel finale. Si passa da un focus all’altro confondendo allegramente il lettore. Dall’assassino, al protagonista, all’assassino di nuovo. Un parapiglia inutile.
  2. Descrizioni surreali che non si staccano dal narrato. La più folle è quella della “Valle delle ceneri” dove il paesaggio assume forme surreali e sembra essere stata scritta durante un Trip allucinogeno. Ammetto di aver capito solo alla fine che T.J. Eckleburg, citato all’inizio mentre si parla di questo panorama, in realtà fosse un cartellone pubblicitario. A che sarebbe servito spiegarlo? È molto più divertente stordire il lettore con una narrazione che non gli permette di creare un’immagine, no? La seconda scena surreale è quella dell’acquisto del cane. Myrtle Wilson, dal finestrino di un taxi, compra un cane dal primo che passa, e i due gentlemen che la accompagnano se ne stanno lì a guardare. Molto logico, direi.
  3. Banalità dei dialoghi. Già dalle prime battute avrei voluto chiudere il libro e nasconderlo di nuovo tra gli altri. Botta e risposta, estremamente banali, che rappresenterebbero di più un gruppo di adolescenti in piena tempesta ormonale che un gruppo di adulti responsabili, quali dovrebbero essere i protagonisti di questa storia. Se ne ha un esempio perfetto durante la discussione a casa di Tom Buchanan e Myrtle Wilson a New York tra i loro amici. Tra il fotografo, sua moglie e tutti gli altri invitati, la discussione rimane sempre molto superficiale e infantile. Anche le domande rivolte al protagonista/narratore, sono rivolte quasi più per riempire gli spazi che per ricreare una scena vera e propria.
  4. Robert Reford e Mia Farrow in "The great Gatsby" del 1974

    Robert Redford e Mia Farrow in “The great Gatsby” del 1974

    Personaggi patetici. Ovviamente chi ama questo libro non la penserà così. Tuttavia, nel corso della seconda lettura si è spalancato un mondo sui personaggi. Se la prima volta si era creata una minima empatia con il personaggio di Jordan Beaker, nella seconda tutto è svanito. Lo spessore e la forza di queste figure è pari a quella di un foglio di quaderno. Vanesi e superficiali, di cui non si distinguono nemmeno i tratti fondamentali ne, tantomeno, una forte caratterizzazione psicologica. Certo è che hanno una gran passione per gli alcolici, per i bei vestiti e per i pettegolezzi.

  5. A cosa serve Nick Carraway? Questa la prima domanda che mi sono posta al termine della prima lettura, ed è la stessa che è nata alla fine della seconda. Ai fini della storia questo personaggio/narratore è inutile. Facendolo sparire ed inserendo un vero “narratore” li risultato sarebbe stato lo stesso, se non migliore. Un fantasma che, ogni tanto, appare sulla scena, butta lì qualche scambio di battute con gli altri, e poi torna nell’ombra.
  6. “Narratore onnisciente” o “narratore in prima persona”? Purtroppo chi, come me, ama un certo tipo di letteratura, desidera avere le idee chiare. Chi è il narratore? Come può sapere sempre tutto? Manzoni fu uno dei più insigni rappresentanti del “narratore onnisciente” (una voce narrante che parla dall’esterno della scena e può conoscere tutto, persino i pensieri dei personaggi), seguono a ruota Verga e Zolà. Il problema fondamentale è che, come già detto prima, il narratore è in terza persona (cioè un personaggio che non è il protagonista della storia), eppure sa anche ciò che non avviene in sua presenza o non gli è stato raccontato. Come a seguito della morte di Myrtle. Non può sapere come si siano svolti i fatti e cosa sia stato detto, eppure lo sa! L’autore si è perso per strada?
  7. Banalità dei temi trattati. Chi ha definito questo libro un capolavoro che deve essere assolutamente letto e proposto alle future generazioni, non ha mai letto “L’alchimista” di Paulo Coelho. Ho letto e seguito varie recensioni a favore di questo libro, per cercare di capire cosa mi fosse sfuggito, ma non ho trovato nulla di ciò che è stato detto/scritto. Solo una splendida copertura con bei paroloni: questo testo dovrebbe rappresentare la superficialità della vita mondana e la perdita dei veri valori nell’America post-bellica. In realtà ho visto solo una bella parata di mezzi signorotti che cercano di impressionare a colpi di oggetti esclusivi. Macchine, liquori, appartamenti, abiti. Ovviamente nulla a che vedere con quella che è stata, effettivamente, l’America dopo la Prima Guerra Mondiale.
  8. Metafore da favoletta. Per tutto il tempo ho cercato di creare nella mia mente l’immagine di ciò che stavo leggendo, come ogni lettore normale fa. Purtroppo alcune metafore e giochi stilistici sono risultati talmente infantili da farmi preferire un bell’unicorno rosa, al posto di certe scemenze. Per quanto io ami la poesia e le figure retoriche che rievocano immagini stridenti, qui non ci siamo affatto. Ne porto ad esempio solo due, per chiuderla in fretta. Gatsby definisce così la voce di Daisy: “Voce piena di monete”, un’immagine che mi ricorda un mito greco che raccontava di una punizione più che di un dono. La seconda è questa descrizione fatta da Gatsby dei momenti dopo aver conosciuto Daisy: “Con la coda dell’occhio, Gatsby vedeva che gli edifici sui marciapiedi costituivano una vera e propria scala e salivano a un luogo segreto al di sopra degli alberi; poteva arrampicarvisi e, se lo faceva da solo, una volta in cima avrebbe potuto succhiare la linfa della vita, trangugiar il latte incomparabile della meraviglia.” Perdonatemi. Ma credo di essermi persa qualcosa in questa metafora.
  9. Carey Mulligan nel ruolo di Daisy Buchanan in "Gatsby" (2013)

    Carey Mulligan nel ruolo di Daisy Buchanan in “Gatsby” (2013)

    La scena delle camicie. Arrivata a questa scena ho avuto un moto di stizza e ho chiuso il libro per la vergogna. Sì. Io mi sono vergognata leggendo di una situazione tanto cretina. Nemmeno la serie TV “La vita secondo Jim” era riuscita in questo, per quanto trovi squallida la sua comicità. In breve. Gatsby riesce a portare la sua amata Daisy in casa sua e, per far colpo su di lei, le mostra tutto quello che ha ottenuto, tutte le belle cose di cui si è circondato. Arrivato in camera inizia a svuotare l’armadio delle camicie e gettarle su un tavolino vicino. Lei le guarda e, quando lui ha finito, lei ci si butta sopra e piange “Perché sono bellissime”. Dove sono le femministe quando serve? La rincitrullita di turno ha dimostrato la grande forza di spirito delle donne. Complimenti! Poi ci chiediamo perché ci chiamano “il sesso debole”.

  10. Non esiste un altro colore per queste donne? Jordan e Daisy vengono presentate per tre volte in tre scene diverse del libro, sempre allo stesso modo, rappresentata dal color argento. Comprendo che questo sia il colore tipicamente abbinato alla figura della donna angelica, unito all’oro dei capelli; tuttavia credo che si possa anche avere un po’ di fantasia. La prima presentazione delle due le descrive come delle creature soprannaturali rivestite d’argento. La seconda si ha quando le due si trovano a casa di Daisy per l’incontro a colazione con Gatsby, anche in questo caso vengono definite come “idoli d’argento”. In fine il racconto dell’incontro tra Daisy e Gatsby da giovani, presenta una “Daisy lucente come l’argento”. Inizio a chiedermi se siano vere o delle icone votive.
  11. Il nulla assoluto. Solitamente, quando leggo un libro, che mi colpisca in positivo o in negativo, mi lascia qualcosa (“Il giovane Holden” di Salinger è uno dei peggiori libri che abbia letto e mi ha lasciato molto fastidio). “Il grande Gatsby”, non mi ha lasciato nulla. Al termine della lettura ho avuto l’impressione di non aver letto nulla, semplicemente il vuoto.

Forse che non sia ancora abbastanza “matura”; forse questo sarà uno di quei libri che non riuscirà mai a piacermi, forse tra 10 anni potrò capirlo. Al momento, confermo la mia opinione: un libro che può benissimo smarrirsi nelle mie librerie e non ne sentirei la mancanza.

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8 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Ambrish

    Avevo pensato di smontare questo articolo punto per punto, poi ho letto che il riferimento letterario che la signorina utilizza per definire un capolavoro è “l’alchimista” di Coelho e… niente, non mi piace sparare sulla croce rossa.

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    • Anna91

      Sono stra-d’accordo con Ambrish, non avrebbe potuto dire meglio!!
      IL GRANDE GATSBY è uno dei miei libri della vita, forse il più caro, l’ho amato con tutta me stessa ed è ancora così e mi è dispiaciuto constatare in che maniera sia stato malamente vivisezionato!!!
      P.S. Non è un caso se quando ho dovuto scegliere il mio indirizzo mail, non ho avuto dubbi
      a chi ispirarmi!!

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  2. rose

    Un po’ perentorio e presuntuoso l’articolo, o no? Meglio sarebbe stato intitolarlo “11 motivi per cui a me non è piaciuto il Grande Gatsby” e allora nessuno avrebbe potuto controbattere. Le opinioni personali sono tutte rispettabili. E invece dobbiamo presumere che la signorina Tamara sia una autorità che si sente così colta e così superiore da poter fornire un giudizio tanto sprezzante e tranchant su un’opera che da sempre viene ritenuta una pietra miliare della letteratura. Forse i molti critici ed estimatori che negli anni l’ hanno apprezzata non avevano capito niente. diversamente da lei. Leggo che Tamara è laureata in letteratura italiana, evidentemente però è molto digiuna di letteratura americana. Le ricordo che Cesare Pavese era un grande estimatore della letteratura americana di cui fu anche traduttore e che la traduzione più celebre del Grande Gatsby è ad opera di Fernanda Pivano, allieva di Pavese stesso. Il libro è scritto utilizzando la tecnica dello scorcio (un personaggio “esterno” racconta la vicenda) seguendo la strada aperta da Henry James e che diventerà una caratteristica tipica della letteratura americana. I personaggi sono caratterizzati per contrapposizioni ed è per questo che Nick o Jordan possono risultare a volte sbiaditi. Il Grande Gatsby è l’ultimo dei personaggi romantici, prima della grande crisi che di li a poco travolgerà l’America con la grande Depressione. Ecco la scena delle camicie. Ma bisogna avere l’umiltà di voler capire quello che si legge, andare in profondità…

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