Tradizioni (tu chiamale se vuoi…)

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Lasciate che argomenti le mie ragioni, quando dico che il Natale è la festa dei bambini. Che quando cresci e di bambini non ne hai, ti diventa tutto indifferente. E non è una questione di insensibilità, direi piuttosto di “nostalgia”. Per tutto quell’entusiasmo che provavi, per l’attesa di quei giorni magici, per il calore che vorresti ritrovare e che invece ti sfugge, come se fosse rimasto “congelato” in un’altra epoca e non si potesse più accedervi. In alcun modo.

Il fatto di contare i posti vuoti a tavola di chi ci ha lasciato, diventerebbe un argomento troppo doloroso e complicato, certamente da non affrontare in questa sede. Comunque è da tenere presente.

E allora penso alle gioie del Natale e a quelle tradizioni che forse, nel corso degli anni, sono andate perdute. Sono ferrarese, ma vi prego, non confondetevi. Emiliana, non romagnola, perché credo che allora sarebbe stata tutta un’altra cosa. In fatto di usanze, intendo.

Ad inizio dicembre – mai prima, per espressa volontà di mia mamma – noi bambini andavamo in soffitta a prendere l’albero e le decorazioni. Era una gioia ritrovare quei ciondoli che conoscevo a memoria, incartati con cura dall’anno prima. A volte scrivevo anche dei messaggi stupidi sullo scatolone: una data, il mio nome. E l’anno seguente me li ritrovavo, e allora pensavo a com’ero nei momenti in cui li avevo scritti. Concedetemi le mie piccole ingenuità, vi prego.

Fare l’albero era un vero e proprio rito. Ogni componente della famiglia dava un suo personale contributo per allestire quello che, alla fine, risultava un vero e proprio capolavoro di urbanistica. Dopo cena, noi bambini ci sdraiavamo per terra e lo guardavamo da sotto in su, con le luci e le stelle filanti che quasi ci accecavano, gridando al miracolo. Com’era bello!

Un tempo c’era proprio il culto dell’albero di Natale, allestito con cura, con ciondoli particolari e ricercati, per poterne godere nell’intimità della propria casa. Adesso, sembra che le persone facciano a gara a chi esibisce le decorazioni più belle. Un rito che era “interno” è stato portato all’esterno delle abitazioni, col risultato che paesi e città a dicembre si trasformano in tante piccole Las Vegas, senza più criteri personali. Ogni anno il “design” delle luci cambia, così come il colore alla moda, e tutti comprano quelle. Le palline che venivano attaccate coi gancetti di plastica, tramandate di generazione in generazione e alle quali eravamo affezionati, mi chiedo, dove sono finite?

Per tutto il mese la mamma trafficava con pacchetti che nascondeva con perizia, quasi fosse stata un prestigiatore; mentre noi bambini scrivevamo una letterina coi nostri desideri e aprivamo ogni giorno, con sorpresa, una finestra nel calendario dell’avvento.

Poi veniva la vigilia, con la cena a base di pesce e i parenti stretti che venivano a fare gli auguri. L’ananas, il panettone, il pampapato, erano tutte cose nuove. Insomma, una festa.

E poi la notte che non passava mai. Dormivo pochissimo, con l’intenzione di tendere un agguato a Babbo Natale, ma puntualmente i miei occhi diventavano pesanti e mi arrendevo al sonno. Il mattino seguente la frase di rito era: “Andiamo a vedere se Babbo Natale è passato anche da noi”. I pacchi sotto l’albero si erano materializzati, come per incanto. Io cercavo di trovare qualche traccia del suo passaggio, ma Babbo Natale pareva essere un uomo molto cauto, la cui presenza non avrebbe rilevato nemmeno un tecnico del Ris.

Da dove era passato Babbo Natale, col sacco dei doni, se noi eravamo al terzo piano e non avevamo camino? Questo rimaneva un bel mistero.

Solitamente Babbo Natale colpiva nel segno e mi portava proprio i regali che avevo “prenotato”. Sulla sua efficienza non ho mai avuto nulla da ridire.

E poi arrivava il pranzo di Natale, coi tanto sospirati tortellini, che la famiglia aveva preparato giorni prima, con un rituale che avveniva ogni anno e coinvolgeva tutti. Mia nonna faceva la sfoglia col mattarello, anzi, ne faceva più di una. Mia mamma metteva il ripieno nei quadrati di pasta che venivano ritagliati: una miscela di carni varie, con aggiunta di parmigiano reggiano e prosciutto crudo. E tutti, ma dico proprio tutti – quindi bambini e adulti insieme – chiudevano il fagotto, ciascuno a modo proprio, con una tecnica imparata dopo anni e anni di pratica sul campo. Perché per dare la forma ad un tortellino ci vuole un certo stile.

Modestamente i miei erano quasi perfetti; mia nonna li faceva piccoli, in stile pastificio; mentre quelli di mio zio erano enormi e male si amalgamavano al resto. “Tanto poi, quando sono nella pancia, mica si vede”, era il suo commento in proposito.

La gioia proseguiva anche il giorno seguente, Santo Stefano, solo che si veniva invitati da qualcuno e si pranzava fuori. Il periodo di vacanza sembrava lunghissimo, con una festa dietro l’altra. A Capodanno gli adulti andavano al “veglione” e portavano noi bambini a casa dai nonni, dove ci vestivamo da sera e fingevamo di essere ad una serata di gala. Oppure guardavamo la televisione fino a tardi, o giocavamo a tombola.

Ricordo l’odore dei mandarini, i canditi che rimanevano nel piatto perché non piacevano a nessuno e tutti li scartavano. Le castagne secche che mettevano a dura prova l’incolumità dei denti, ma erano così buone.

Ed infine arrivava l’Epifania, che “tutte le feste si porta via”: Non è una banalità, ma la frase che mia mamma ripeteva per farmi capire che la pacchia era finita e che presto sarei ritornata a scuola. La calza coi dolci però, prolungava comunque la festa. A proposito, anche la Befana doveva essere un’abile scalatrice e una donna di larghe vedute, dato che ci lasciava la calza attaccata al mobile del soggiorno. Niente camini nemmeno per lei, mi dispiace.

Io ero l’addetta ufficiale a disfare l’albero. Così riponevo con cura tutto il materiale nella scatola e inserivo qualche messaggio per l’anno successivo.

Fino a quando non l’ho trovato più. Fino a quando sono cresciuta e ho scoperto tante cose, e gli adulti si sono sentiti in dovere di cambiare le tradizioni. Fino a quando qualcuno è venuto a mancare – un bel po’, a dire la verità – e ha lasciato quel vuoto a tavola, di cui vi parlavo all’inizio.
Per quanto mi sforzi, quell’atmosfera non sono più riuscita a crearla. Anzi, sarei falsa se dicessi che ci ho provato davvero. Ci sono cose nella vita che rimangono sospese nei ricordi. Sono intoccabili, perché troppo perfette, e lì devono restare.

Peccato che, per me, una di queste sia proprio il Natale.

La foto di copertina è di Ketti Gramolelli.

 

 

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