San Sebastian de Mariquita

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“Vede, è proprio lì che stavamo scavando: dove c’è quella pietra su cui gli indigeni scolpirono i segni di un volto umano…quando all’improvviso la terra ha cominciato a sputare gas colorati fino al cielo…e io sono scappata!”.
La guardo mentre alza le mani e una goccia di sudore le scende tra i due grandi seni. Sulla sinistra, nel giardino, una grande tartaruga si muove ad una velocità sorprendente, allungando il collo verso di me. Pochi metri più in alto, sotto il porticato, il signore anziano che mi ha aperto il portone qualche minuto prima assiste alla scena, smilzo e come accartocciato su se stesso.
“Ed è stato certamente in quel momento che mio fratello, che stava scavando, ha nascosto da qualche parte l’oro che era lì sotto! Eh…lui non lo vuole ammettere, ma io lo so!…E so anche che, scavando proprio lì, troverò l’apertura del tunnel…me lo ha confermato anche una veggente che è stata qui venerdì scorso“.
“…quale tunnel?” domando mentre un mango cade sull’erba con un tonfo sordo, dall’immenso albero che ci sta facendo ombra.
“Uno dei tunnel che costruirono gli indigeni per nascondere l’oro agli spagnoli…un signore che ha vissuto qui con me tre mesi era a servizio dai Lodoño…quelli che abitano in una delle case della piazza principale…e lui mi ha assicurato che esiste una rete di tunnel che passa sotto tutta la città…”
Mi guardo intorno immaginando il labirinto di gallerie sotto di me…
“Ha visto i lavori nella piazza principale?” – si sposta i capelli neri con un gesto veloce con la mano che tiene una torcia che le serve per indicare ciò che custodisce in casa – “Stavano ristrutturando la fontana e dicono che abbiano trovato una camera mortuaria indigena piena d’oro…il sindaco ha parlato alla radio dicendo che non è stato trovato nulla, ma tutti lo sanno che non è così…Anche lui si ruberà tutto, come tutti gli altri!

Vegetazione a Mariquita [foto: G.P. Miscione]

Vegetazione a Mariquita [foto: G.P. Miscione]

Sono ai bordi di una buca profonda circa 2 metri e larga altrettanto, nel “patio trasero” di una casa coloniale, nel bel mezzo della Colombia. La signora che mi sta parlando è la proprietaria della casa, una delle prime costruite dagli spagnoli in città, circa 450 anni fa. L’ha trasformata in un museo nel quale colleziona in maniera un poco disorganizzata, ma appassionata un po’ di tutto: statuette e maschere precolombiane, baionette e archibugi spagnoli, ma anche ferri da stiro e macchine da scrivere del secolo scorso.

Siamo a Mariquita, a pochi chilometri dal Rio Magdalena, il fiume – tra i protagonisti de “L’amore ai tempi del colera” di García Márquez – che s’infila come un coltello nelle interiora della Colombia. Il Magdalena, immenso, fangoso, vorticoso, ma navigabile per quasi 1000 km, sfocia nel mar dei Caraibi e per secoli costituì l’unica via per accedere da nord all’interno dell’America del Sud. Ci si imbarcava a Cartagena de las Indias e si giungeva in battello fino a Honda (ora a mezz’ora di automobile da Mariquita), dove si sbarcava e si proseguiva per lunghi e penosi cammini fino ai 2600 metri d’altitudine di Bogotá, la capitale del Regno della Nueva Granada (l’antico nome della Grande Colombia che comprendeva anche il Venezuela, l’Ecuador e Panama).

Veduta di Honda [foto: G.P. Miscione]

Veduta di Honda [foto: G.P. Miscione]

Honda è oggi una città con magnifiche, seppure non sempre ben conservate, vestigia coloniali, testimonianza del suo ricco passato di “hub” da cui passava ogni cosa che transitasse tra l’Europa e le città dell’interno della Nueva Granada. Ma ad Honda fa un caldo infernale, umido manco fossimo a Bologna in pieno agosto. Ecco perché i viceré spagnoli (i rappresentanti della Corona spagnola in America), dopo o prima del viaggio da o per Bogotá preferivano riposare qualche chilometro più ad ovest, sulle pendici della Cordigliera Centrale, dove il clima è più fresco, proprio a Mariquita, dove si fecero costruire una residenza. Anche Jimenez de Quesada, il “conquistador della Colombia”, decise di trascorrere qui gli ultimi anni della sua vita (morì a pochi metri dalla “casa dei tunnel” nel 1579).

Il nome della città in spagnolo significa “coccinella”, ma pare derivi da quello di una tribù di indigeni che abitavano queste zone all’arrivo degli europei: i marquetones. Tuttavia il nome completo è “San Sebastian de Mariquita”. Gli spagnoli battezzarono numerose città sudamericane con il nome di San Sebastiano. Uno dei pericoli che incontrarono all’addentrarsi nelle selve di questi paesi furono, infatti, le frecce scagliate dagli indigeni. E siccome San Sebastiano morì martire, trafitto da centinaia di frecce intorno al 300 d.C., è a lui che gli spagnoli si rivolgevano perché evitasse loro lo stesso martirio.

Dopo avermi mostrato la buca che nasconderebbe grandi tesori, la signora mi conduce verso l’entrata di due tunnel che si aprono sotto il pavimento della casa: “Questi li abbiamo trovati perché mia nipote che vive in Venezuela li ha sognati e mi ha telefonato per dirmi di cercarli proprio qui…Vuole entrare?” mi domanda con un candido sorriso. “Ehm…no…grazie!”. Mi viene da pensare che la signora sia una illusa e una visionaria: i vecchi forzieri pieni d’oro esistono solo nelle favole. Eppure poi ricordo che, proprio in questi giorni, è stato ritrovato al largo di Cartagena un leggendario galeone spagnolo affondato nel 1708 e contenente 11.000 monete d’oro (il “Galeón San José”, anch’esso menzionato da García Márquez ne “L’amore ai tempi del colera”).

Comincio ad essere stanco e la signora se ne rende conto: mi conduce verso l’uscita, in uno stanzone alto oltre quattro metri dal soffitto “incerto”. “Vede questi muri? Sono spessi 90 centimetri: servivano per proteggere dal caldo, ma anche dagli indigeni: gli spagnoli, all’inizio, erano pochi…Mia madre mi raccontò una volta che un muratore, durante alcuni lavori, vi trovò dentro un cranio. Ma se lo portò via. Io invece avrei voluto tenerlo nel museo” Poi si ricorda qualcosa, accende la torcia e la punta verso uno scaffale dove sono appoggiati alcuni barattoli pieni di sassolini e sabbia: “Le case di Mariquita sono state costruite con quello che c’è lì dentro: sabbia, calce e sangue per rendere l’impasto più resistente…sangue di animali…e quando non c’erano animali…sangue di indigeni!”.
Deglutisco senza poter evitare di cercare d’individuare nel barattolo qualche gradazione di rosso…Il signore anziano è pochi metri dietro di me, in piedi nella penombra, diafano, come se non esistesse.
“Le consiglio di visitare la chiesa qui a fianco e la casa dei gesuiti dove ora c’è un ristorante di pesce…Io credo che anche questa casa fosse di preti…mio zio mi ha raccontato più volte di avere visto un fantasma di un prete camminare per casa…”
“Muchas gracias…Que tenga un buen día!”

La chiesa della Ermita de Mariquita [foto: G.P. Miscione]

La chiesa della Ermita de Mariquita [foto: G.P. Miscione]

La chiesa a fianco è davvero molto bella, fatta di pietre grosse probabilmente portare dal letto del vicino Rio Gualí. Il portone è aperto ed entro. Si sta celebrando un matrimonio, c’è poca gente…mi faccio avanti…ma c’è qualcosa di strano…qualcosa che non mi torna…Manca la sposa!!! Lo sposo c’è, seduto davanti all’altare, ma è da solo!! Sembra impossibile, ma è così. La messa è già cominciata da un po’, siamo alla lettura del Vangelo e la sposa non c’è! Dopo qualche minuto, al Mistero della Fede, eccola che arriva tutta trafelata, accompagnata dai parenti e con i seni stretti dal vestito bianco. Il sacerdote dice al microfono rivolto allo sposo: “Vedi Juan, tranquillo che è arrivata, te lo avevo detto che sarebbe arrivata…e comunque se non fosse arrivata, te ne avrei rimediata una io!“. Da non credere…

Ma io sono qui per qualcosa di particolare di cui m’ha parlato la signora della “casa dei tunnel”. Dietro all’altare, nella piccola abside, a fianco alla statua di San Sebastiano trafitto da decine di frecce con il sangue che cola dappertutto, c’è qualcosa che non posso perdermi. Gli spagnoli portarono tante cose in Sud America: tutte le loro tradizioni, la religione e anche, ahimè, una maniera di gestire questi territori di tipo feudale e retrogrado. I “conquistadores” erano rudi guerrieri, abituati da oltre 700 anni a combattere contro gli arabi che scacciarono dalla Spagna proprio nel 1492. I massacri compiuti in questo continente furono – in un certo modo – una prosecuzione di quella secolare lotta tra la Cristianità e l’Islam che aveva avuto la penisola iberica come campo di battaglia, ma che continuava e continuò ancora a lungo. Nel XVI secolo, mentre in Sud America Mariquita veniva “colonizzata”, il pericolo musulmano in Europa era rappresentato soprattutto dai Turchi. Ed è proprio contro di essi che si organizzarono spagnoli, veneziani e genovesi in nome della difesa della Cristianità. Nel 1571 le armate cristiane sconfissero quelle musulmane nella celeberrima battaglia navale di Lepanto (nell’attuale Grecia), che arrestò l’avanzata turca e costituì per secoli un episodio centrale e fondante dell’epica cristiana, dagli aspetti quasi miracolosi.

Il Cristo che dalla prua di una nave a Lepanto finì in una chiesa di Mariquita

Il Cristo che dalla prua di una nave a Lepanto finì in una chiesa di Mariquita

Così, quando Jimenez de Quesada decise di trasferirsi a Mariquita, dall’alto del suo prestigio, chiese al Re di Spagna, Felipe II, una statua di Cristo che gli abitanti del luogo potessero adorare. La leggenda vuole che ad occuparsene fu una “infanta” (una figlia del Re, non destinata al trono, NdA), la quale fece spedire in Colombia, navigando prima sull’Oceano Atlantico e poi sul Rio Madgalena, una statua che potesse resistere alle intemperie di quel viaggio, una statua particolare: la statua di un Cristo che era stata sulla prua di una nave cristiana a Lepanto. E così, oggi, davanti a me, nel bel mezzo della Colombia, in una chiesa dove si sta celebrando un matrimonio senza sposa, a pochi chilometri dalle maestose acque del Rio Magdalena, ecco una statua che è stata a Lepanto, bagnata dalle acque blu del Mediterraneo greco, protagonista e testimone di uno degli eventi più importanti e leggendari dell’Occidente. La storia del mondo si mescola davanti a me, a San Sebastian de Mariquita.

Esco emozionato sulla strada di pietre roventi per il sole tropicale delle tre di pomeriggio. La prossima tappa è la Casa de los Virreyes. La porta è chiusa, ma le persiane delle finestre sono accostate: mi affaccio. Dentro scorgo una grande stanza da letto nella penombra, perfettamente ordinata: un grande comò con specchio, il pavimento di piccole mattonelle bianco e caffè e un letto alto con sopra alcune vecchie bambole dagli occhi inquietanti. Sembra la stanza da letto dei miei bisnonni abruzzesi dove andavo da piccolo per le vacanze. In fondo, la Colombia è un paese dove la cultura spagnola ha dominato per secoli, proprio come il Sud Italia: tante tradizioni, tanti modi di fare e comportarsi sono identici.

La differenza è che qui tutto è amplificato, più grande, più violento. Il sole ti spacca in due, gli alberi hanno foglie immense, le vallate profondissime, i fiumi giganteschi; il vulcano che domina questa regione (il Nevado del Ruiz) è alto 5.389 metri e sulla sua cima c’è la neve anche se siamo vicinissimi all’equatore. E quando, nel 1985 decise di svegliarsi, l’eruzione sciolse i ghiacciai e produsse una gigantesca colata di fango che scese a valle, a pochi chilometri da qui, cancellando letteralmente la città di Armero (ed altre meno importanti) causando circa 23.000 morti. Tutto è eccessivo qui, anche le tragedie.

Il Rio Magdalena visto dalla Cordillera Oriental [foto: G.P. Miscione]

Il Rio Magdalena visto dalla Cordillera Oriental [foto: G.P. Miscione]

Costeggiando gli assolati muri di calce bianca, trovo l’entrata. Oggi la Casa de los Virreyes è un piccolo giardino botanico, vestigia del lavoro di Celestino Mutis, uno scienziato spagnolo che, alla fine del XVIII secolo, percorse in lungo e in largo la Colombia classificando e studiando migliaia di piante di quello che è il secondo paese con maggiore biodiversità al mondo (dopo il Brasile). La signora che mi accoglie, mi conduce in uno stanzone sotto un immenso ventilatore nero dove trova posto un piccolo museo. Nel primo pannello leggo una frase che definisce Mutis “il primo spagnolo che amò l’America”. Gli spagnoli, in genere, amarono poco le loro Americhe: le considerarono per secoli solo terre da saccheggiare per finanziare l’economia spagnola che andava sempre più a rotoli. Almeno inizialmente e al contrario di quanto accadde nel Nord America, non pensarono di costruire qui un “nuovo mondo”, diverso e migliore di quello che avevano lasciato dall’altra parte dell’Oceano. Non a caso, nei primi tempi, portarono poche donne con loro, proprio perché non progettavano di creare famiglie, di costruire qui una “casa”. Vissero piuttosto da padroni feudali, spogliando questo continente di immense ricchezze e gettando i semi di croniche disuguaglianze che ancora oggi sono fonte di violenza e problemi. Tuttavia, è curioso che, oggi, qui in Colombia si parli soprattutto di pace e riconciliazione (è in via di conclusione uno storico processo di rappacificazione tra il Governo e il maggior gruppo guerrigliero del Paese, le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia), mentre in Europa le parole all’ordine del giorno sono “guerra” e “paura”.

La signora ora mi conduce nel giardino: è gentile e ben vestita: “Qui ci sono alberi e piante di ogni angolo della Colombia…purtroppo per il cambio climatico, sono mesi che non piove e il giardino soffre…”. Prima di lasciarmi solo e tornare a sedersi ad un grande tavolo di legno scuro, mi dice: “Prenda e mangi pure tutto quello che cade dagli alberi…”.

Gli alberi sono immensi e, in effetti, il suolo è costellato dai frutti che cadono, una volta maturi. L’albero più grande ha oltre 300 anni e dai suoi rami scendono altri rami che sembrano stalattiti di legno che scendono a terra in cerca di nutrimento. Attorno, sopra e dentro l’albero crescono altre piante di diverse specie: è tutto immenso e sfida la mia stessa concezione di albero. Le radici sembrano giganteschi serpenti che scivolano nel terreno antistante per catturare acqua e cibo. Sento i mosquitos che cominciano a pizzicarmi ovunque: fa caldo, il sole sopra di me non lascia scampo.

Vegetacion Fresno dic 2015 11

Coltivazioni di caffè nei pressi di Mariquita [foto: G.P. Miscione]

Tuttavia non tutta la Colombia è così: a Bogotá, a 180 km di distanza e 2.100 metri più in alto la vegetazione assomiglia molto a quella del Meridione d’Italia. Viaggiando da Bogotá fino a qui ci si muove nello spazio così come in Italia ci si muove nel tempo: a Bogotá, 2.600 metri sul livello del mare, il clima è un eterno aprile; scendendo si giunge tra i 1.500 e i 1.200 metri in una zona dove si coltiva il caffè e sembra di stare in un maggio inoltrato. Arrivando ai 1.000 metri, siamo a giugno: fa caldo, ma ancora si sta bene. Sotto i 500 metri (Mariquita è a 496 s.l.m.) siamo invece a luglio o agosto, con la differenza che qui, a mezzogiorno, il sole ce l’hai letteralmente sulla testa; anche se poi alle sei tramonta e la temperatura cala. Le quattro ore di macchina da Bogotá a Mariquita, scendendo lungo la Cordillera, tra montagne selvagge e vallate nascoste, sono un meraviglioso viaggio in cui la vegetazione ed i colori cambiano ad ogni curva.

Lascio il giardino botanico pensando all’hotel dove mi concederò un meritato tuffo in piscina. Esco in strada e noto qualcosa di strano: c’è una particolare eccitazione, i bambini che saltano e corrono. Mi accorgo che ai lati della strada ci sono due ruscelli d’acqua che scendono verso valle. Non capisco. Penso che sia per pulire le strade, come accade a Parigi. Ma, man mano che percorro la strada, mi rendo conto che l’acqua è tanta, sempre di più: un vero fiume che invade quasi tutta la carreggiata. Non si tratta di acqua sporca, non puzza e nessuno fa una piega, come si trattasse di un evento assolutamente normale. Giunto all’hotel, domando al proprietario che è un ragazzo dinamico ed intraprendente e che ha compreso le potenzialità turistiche di Mariquita adoperandosi per sfruttarle. “Vedi, quando c’è un periodo di siccità particolarmente lungo, vengono aperte le chiuse del Rio Gualí e l’acqua passa per la città”. Dalla mia espressione capisce che non capisco e prosegue: “L’acqua che scorre per le strade evapora, il vapore sale in cielo, condensa e dopo qualche ora… piove!”. Sorride come per dirmi: non chiedermi altro…Faccio una smorfia riflettendo su cinesi ed israeliani che da decenni investono milioni nel tentativo di trovare un metodo scientifico per generare la pioggia e alle ingenue credenze dei mariquiteños…Vabbè…meglio andare a rinfrescarmi in piscina e riposare.

Dopo la piscina, dopo una sana lettura sotto le palme e una ricca cena tropicale, vado a stendermi sul letto poco dopo il tramonto: è stata una giornata lunga e faticosa, voglio dormire. Accendo il ventilatore sul soffitto, chiudo gli occhi e – tra il canto di mille uccellini – mi addormento. Dopo poco però dei rumori mi svegliano…sono suoni lontani, non capisco…mi rigiro…sembrano…sì…sì…sono tuoni! Tuoni! Piove, sta piovendo…sta piovendo!!!…A San Sebastian de Mariquita piove…a San Sebastian de Mariquita tutto è possibile!

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