“Pronto Erica, sono Francesco”

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logoFrancesco? Papa Francesco? Brividi e commozione!
In realtà non è andata proprio così, anche se probabilmente la reazione per la sorpresa avrebbe potuto essere la stessa. Mi spiego meglio: la telefonata che ho ricevuto mercoledì 25 novembre non è stata la “classica” telefonata di Papa Francesco, quella che ognuno di noi, in qualche modo e chissà per quale motivo, sogna di ricevere (forse proprio per scrivere un pezzo come questo!).
papaNo, niente affatto, e non si è trattato neppure di Francesco Totti, di Francesco Renga o di Francesco Piazza, il bello del liceo di cui ero perdutamente innamorata. La voce che mi è giunta via cavo era quella di un uomo che si chiama Alessandro.
Le cose si sono svolte in questo modo: quel mercoledì mattina, quando il mio cellulare ha iniziato a suonare le note di un celebre brano di Yann Tiersen “La Valse D’Amelie”, ero in bagno, come al solito. Tornata al mondo e nella mia stanza, ho subito notato la lucina verde del telefono lampeggiare a intermittenza, come una luminaria di Natale. Mail? Messaggio? No, peggio, chiamata persa! Stop.

Facciamo un passo indietro. E’ necessaria una premessa: non ho una vescica iperattiva e, fra l’altro, soffro di stipsi ostinata. Non sono narcisista e non ho problemi di acne che mi costringono a rapporti frequenti con wc e specchio. Ho l’ossessione per l’igiene orale, questo è vero, e sono anche piuttosto meticolosa e attenta nell’eseguirla, ma è un’altra storia, fatta di dentisti e di sorrisi. Il fatto importante, in questo caso, è che la mia quotidianità, di norma, non risuona sovente della musica di Yann, almeno non via telefono. Ricevo poche chiamate e di quelle poche, molte arrivano proprio mentre sono in bagno. Coincidenze, nulla più.
amelieDopo anni di interrogativi irrisolti sul perché di tale strano fenomeno ho semplicemente preso atto che ciò accade e mi sono placidamente adeguata alla situazione, almeno quando sono a casa. Capita, infatti, che mi diriga verso “il pensatoio” munita di libro e di telefono e capita pure, spesso, che il telefono squilli nel preciso istante in cui chiudo la porta del bagno alle mie spalle oppure, già dentro, armeggio con le mutandine (nelle migliori delle ipotesi).
E’ buffo, ma qualche tempo fa, questo mio rituale zingaro –in realtà se vagabondassi porterei con me solo il libro- ha scatenato la gelosia di mio marito, l’uomo non geloso per eccellenza. E pensare che in realtà lo faccio più per lui e per la mamma che per me stessa. Non amo essere connessa con il mondo 24h su 24 e sopporto male la reperibilità full time –manco fossi Dio- d’altra parte, però, non voglio nemmeno distrarre mio marito dalle sue attività. E’ successo più volte, in passato, che il telefono squillasse mentre io ero in bagno e lui gentilmente si fosse offerto di portarmelo nel refugium peccatorum, dimenticando le sue faccende. Non è giusto. Ognuno deve essere responsabile di se stesso e delle sue “appendici”. E poi, fattore non trascurabile, cerco di tranquillizzare la mamma. Voglio indurla a pensare che la sua figlioletta misantropa mantenga sempre un contatto con il mondo esterno. Se basta così poco, perché non accontentarla!

Ripeto, non ricevo molte telefonate, soprattutto escludendo quelle di promozione pubblicitaria e di errori di persona. A pensarci bene, se mi perdo anche quelle che sono effettivamente per me, sono davvero fottuta! Potrei addirittura andare in crisi ipoaffettiva… nessuno mi cerca, nessuno mi capisce, nessuno mi vuole ecc. e a nessuno, sottolineo a nessuno piace una moglie, una figlia, una sorella, un’amica, un’amante, una scrittrice depressa, vero?

origamiFatto sta che con il tempo, mio marito, uno di quelli che fa suonare Yann con maggior frequenza, stufo del ritornello “non ho sentito, ero in bagno” e di portarmi il telefono mentre ho le mani impegnate in origami di carta igienica –costretto perciò a condividere la mia essenza più intima, di fragranza discutibile- si è arreso e ora, finalmente, accetta di buon grado il mio personale kit da bagno.
Per un periodo avevo adottato questa prassi anche in ufficio. Poi, però, dal momento che quella telefonata non arrivava mai, ho smesso. Lascio il cellulare sulla scrivania insieme a matite, penne, evidenziatori e caramelle balsamiche, nel caso in cui Yann sentisse il bisogno di schiarirsi la gola. Naturalmente, l’uomo di cui desideravo sentire la voce non si chiama Alessandro e nemmeno Francesco. A dir il vero –bugia- non ricordo più il suo nome, quello di battesimo intendo. Sono passati troppi mesi durante i quali l’ho chiamato con i nomignoli più scurrili e irripetibili! Poco importa.

cuoreDopo un momento di crisi cosmica e più momenti trascorsi per incrementare l’autostima e la fiducia in me stessa –sempre precarie per esigenza di copione- ora mi affido al fato. O meglio, mi affido al fatto che se qualcuno mi cerca davvero e io non rispondo, richiamerà; se si tratta di un errore di persona non richiamerà e se è una bomba mi salverò la pelle in quanto, mentre il telefono squillerà facendo partire inesorabilmente il conto alla rovescia per l’ordigno esplosivo, io sarò in bagno!
Dunque, dicevo… quel giorno, quando sono rientrata in stanza ho trovato due chiamate perse sul cellulare. Non una, bensì due! Data una rapida occhiata al numero che compariva sul display –sconosciuto- ho pensato potesse essere Aldo. Aldo è il chirurgo con il quale avevo appuntamento nel pomeriggio per l’asportazione di un carcinoma al petto diagnosticato una settimana prima, anche se quella che voleva rimandare l’intervento ero io –impegni mondani improrogabili-.
Richiamo immediatamente lo sconosciuto, sperando non fosse il momento del suo turno al bagno. Risponde.
«Buongiorno, sono Erica… »
«Buongiorno Erica, sono Alessandro»
Proprio così ha detto: sono Alessandro. L’ha detto con la stessa semplicità con cui si dice “ciao amore” al proprio compagno, “Padre, ho peccato” al sacerdote, oppure “il pieno, grazie” al benzinaio, come se fosse una delle cose più normali al mondo. Ma lui era Alessandro, quell’Alessandro da cui aspettavo notizie, quanto meno, una settimana più tardi. Accipicchia, è vero che dormo poco di mio, Alessandro, però, con quella telefonata, mi ha rubato il tempo di godere l’eccitazione dell’insonnia da fibrillazione per l’attesa. Non ero ancora entrata in quella fase. Dormivo serenamente travagliata le mie quattro ore. Pazienza. Sto recuperando alla grande l’insonnia perduta (sono le ore 2.47!).

babbo rincoDopo un rapido scambio di battute, scongiurato il fatto che non fosse uno scherzo telefonico, né il regalo di un Babbo Natale affetto da demenza senile –in fondo era sempre il 25- né, tanto meno, un errore di persona, ho ascoltato ciò che aveva da dirmi. Brividi e commozione. Questa volta per davvero.
Bene. Ora, forse, dovrei chiarire chi è Alessandro e il perché di una tale reazione euforica. Che dire? Alessandro è un uomo che “conosco” da soli venti giorni (da qui, probabilmente l’euforia incontaminata dalla frequentazione). Gli ho scritto due mail, l’ho incontrato una volta di persona e gli ho parlato due volte al telefono (quello stesso giorno, infatti, poche ore dopo la prima telefonata mi ha richiamato per sbaglio e io non ero neppure in bagno!).
Alessandro è un uomo di immensa cultura e sensibilità letteraria. Ciò è abbastanza –a mio parere- per farne un mito.
Venti giorni fa, all’incirca, ho formulato un’”Ipotesi”: “cosa potrebbe accadere” mi sono chiesta “se mandassi ad Alessandro la mia prima pubblicazione narrativa –“Ipotesi”, per l’appunto- azzardando un incontro e la richiesta di una recensione?”
La cosa difficile è stata formulare il pensiero, pura fantascienza, poi è intervenuta la scienza. L’ipotesi, infatti, è “un’assunzione non dimostrata utilizzata in un argomento; una supposizione”. Di conseguenza, tutte le ”ipotesi” vanno verificate, altrimenti restano solo ipotesi. Scienza e fantascienza sono due aspetti della stessa questione: l’enigma dell’umanità.
Verificata l’”Ipotesi”, c’è stata la risposta: Alessandro.

PS: se Papa Francesco volesse telefonarmi, ne sarei felice, oltre che… preparata. La “vera chiamata” l’ho già ricevuta!

ritaglio recensioneFonte: “Il Piccolo” quotidiano di Trieste, giovedì 3 dicembre 2015

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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