La “verticalità” di Sylvia Plath e il suo desiderio di morte

2
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.
[Sylvia Plath]

Due strofe di dieci versi con rime baciate, scritte nel 1961. Ecco cosa ho scelto per parlare della fragilità di una donna che a soli trent’anni, coi suoi “pensieri annebbiati”, ha deciso di porre fine alla propria esistenza. Un’anima geniale, ma fortemente tormentata, come troppo spesso accade. Un disturbo di personalità bipolare curato con un violento quanto banale elettroshock, che ha avviato un processo irreversibile.

Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963)

Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963)

Sylvia Plath, che negli ultimi anni della sua vita ha concentrato la produzione poetica, quasi come fosse un commiato dal lettore che di lei doveva conoscere tutto, si definisce “verticale”, rigida ed alienata in un mondo dove invece tutto è orizzontale. Al di là dei simboli che ne possiamo dedurre, la cosa che salta all’occhio è il suo disagio nei confronti di un mondo indifferente, che non fa caso a lei, per il quale si sente inadeguata.

L’autrice vorrebbe essere quindi “orizzontale” ed uniformarsi, ma ella non è un albero con radici ben piantate nel terreno, che abbia a propria disposizione tutte le materie prime per prosperare – da non sottovalutare l’allusione all’amore materno -, né la bellezza che è tipica dei fiori per potersi distinguere. In questo passaggio taluni vedono nella simbologia dell’albero e del fiore un richiamo antropologico, rispettivamente all’uomo e alla donna.

Basandosi sempre su quel dualismo fra vita e morte, che ha reso immortali le sue liriche, Sylvia Plath parla di un desiderio di vita che in teoria ella vorrebbe alimentare, per poi ricongiungersi sempre al medesimo pensiero: quello della morte, come presagio della fine che sarebbe presto arrivata. Ella sente di mancare in qualcosa: non ha la longevità dell’albero, né l’audacia del fiore. Tempo e coraggio, quindi, che in lei latitano e congelano la sua vita.

La poetessa esce a fare una passeggiata, sotto la luce delle stelle che sembrano guidarla, ma è un’attività solitaria, che la fa sentire estranea a tutto. Nessuno la nota, così si augura di perdere coscienza, perché quando dorme non pensa e solo allora riesce ad essere uguale al resto dell’umanità. L’incoscienza le è più naturale: più compatibile alla sua personalità, che altrimenti è un fiume in piena, di pensieri senza sosta. Con la morte avverrà quella congiunzione, quella “omologazione” che le sarebbe fondamentale per continuare a vivere. Ma fermare i pensieri non è possibile: allora meglio la fine di tutto, allorquando l’umanità – gli alberi ed i fiori – si accorgeranno di chi lei sia stata veramente e le dedicheranno del tempo.

L’11 febbraio 1963 la poetessa si suicida a Londra. Lei, che ha sempre flirtato con la morte, compie quel gesto estremo. Ma chi era, in breve, Sylvia Plath, e perché è arrivata a questo?

Sylvia Plath sulla spiaggia

Sylvia Plath sulla spiaggia

Nata nel 1932 negli Stati Uniti – precisamente a Boston -, da due emigranti tedeschi, la scrittrice è rimasta orfana di padre a soli nove anni. Sin da bambina ha composto poesie, dimostrando di avere un talento straordinario. Il difficile rapporto con la madre e il trauma per la morte del padre, avvenuta a causa di una cancrena ad un piede, sono tematiche che tornano spesso nella sua intera produzione letteraria. Soprattutto nei suoi diari e nelle epistole. Sylvia ha sofferto di crisi depressive e già nel 1953 ha cercato una prima volta di togliersi la vita. Durante gli studi compiuti in Inghilterra, ha conosciuto il poeta inglese Ted Hughes, che ha sposato nel 1956.

Dopo un primo periodo in America, dove la scrittrice si è sottoposta a nuove cure psichiatriche, nascono due figli. Presto però la famiglia si trasferisce in Inghilterra, patria del marito, dove il matrimonio inizia a deteriorarsi. Trovandosi in un Paese straniero, la sua nevrosi peggiora, così come il suo sentirsi imbrigliata fra il ruolo di scrittrice e quello di moglie e madre. Ted, dal canto suo, le è infedele e si dimostra incapace di fronteggiare la situazione. Quando i coniugi Hughes si separano definitivamente, Sylvia va ad abitare coi bambini a Londra, dove, sebbene sola e disperata, nell’autunno del 1962 scrive la maggior parte delle sue poesie. L’11 febbraio 1963 ella si toglie la vita con il gas nella cucina del suo appartamento. Sotto la porta dei bambini, presenti in casa, infila stracci bagnati per evitare che il gas uccida anche loro.

Sylvia Plath riposa nel cimitero di Ebden Bridge, nello Yorkshire, dove risiede la famiglia del marito Ted Hughes. Qui ha finalmente ritrovato la sua posizione “orizzontale”, nell’unico e solo modo che ha ritenuto possibile.

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Ancilla Artusi

    Nessuno mi toglierà mai dalla testa che la causa scatenante dell’atto estremo della Plath sia stato l’abbandono di Hughes. Era una grande poetessa, ma anche una normale donna, capace di sopportare carichi pesanti, ma limitatamente.
    “Tutto il mio essere è cresciuto ed è talmente intrecciato con quello di Ted, che se dovesse accadergli qualcosa non so come potrei sopravvivergli. Impazzirei o mi ucciderei. La vita senza di lui è inconcepibile” (Diari, 4 marzo 1957)

    Rispondi
  2. Viviana Alessia

    Più mi imbatto in storie come quella di Sylvia, più mi avvilisco. Mi prende un viscerale sconforto, uno sbigottimento senza fine, un’ angoscia strisciante. Una donna provata precocemente dalla vita, è vero, tuttavia di fine sensibilità ed intelligenza. Eppure intelligenza, sensibilità, capacità di leggere sé stessa e il mondo non si rivelano caratteristiche utili a combattere qualcosa che sta annidato nei visceri, nella mente, nell’ anima. Né la può salvare l’ amor materno che non perde la sua potente forza fino alla fine: Sylvia sa salvare con estrema lucidità i suoi figli.
    Di fronte alle morti per malattie ” mentali” io non trovo rassegnazione. Ma come: i soggetti sono lucidi, sanno analizzare sé stessi e tutto ciò che li circonda, conoscono il morbo che stritola la loro vita in tutti i suoi dettagli,vogliono toglierselo dalle carni lasciandosi curare perfino con metodiche approssimative per non dire errate, cercano di vivere una vita normale cercando e costruendo affetti fondamentali. E invece cedono, cedono silenziosamente alla brutalità della loro malattia. E lasciano silenziosi questa realtà che essi non riescono a vivere. Non riesco a dirmi, come troppi fanno, che la loro è una scelta: la malattia non si sceglie, è lei che ci abbraccia sleale e prepotente; la morte non si sceglie, è lei che ci strappa dalla nostra disperata navicella, che si sia o no preparati ad accoglierla o bramarla.
    Io mi chiedo perché l’ uomo ha capito la reazione nucleare, è riuscito a mandare navi spaziali nell’ universo, ma è ancora tanto lontano dal capire e lenire malattie che ci accompagnano da sempre.
    Io mi rifiuto di considerare avanzata e progressista un’ umanità che non è ancora in grado di riportare a casa i figli che le vengono strappati da malattie che vengono ancora considerate ” misteriose”, ” multifattoriali”, ” complesse”. E, pertanto, si procede brancolando, tra approcci terapeutici diversi, magari contraddittori fra loro, e parecchio approssimativi. La navicella avanza disperatamente tra onde sempre più minacciose finché affonda nel mare dell’ insipienza, dell’ ignoranza, magari dell’ indifferenza se non della condanna ” per non aver voluto reagire”o della condanna verso familiari malefici ” che non hanno voluto o saputo aiutare”. Già, è molto più facile e comodo trovare facili capri espiatori piuttosto che investire soldi e ricerca nelle cosiddette ” miserie umane” che ci ostiniamo ad attribuire ad un oscuro ed oscurantista ” disegno del destino”.
    Sylvia Plath poteva forse essere ancora qui fra noi, nonna, bisnonna, trisnonna come succede a tante. E con lei potrebbero essere con noi tanti che più non sono tra noi a causa di malattie ancora inafferrabili, imputate a…uno, nessuno, centomila.
    Ecco , questo io trovo di misterioso, multifattoriale, complesso, oscuro: perché ci accaniamo ad affinare gli strumenti che ci portano lontani da noi e non dirigiamo tutte le nostre forze e risorse all’ affinamento degli strumenti che scrutano le nostre profondità? Per chiarirle, per portare nel mondo la luce delle origini dei mali, e, di conseguenza, curarli con proprietà e congruenza.
    La vita non ce la siamo scelta noi; ad essa siamo stati chiamati per atto naturale.
    La morte, che della vita è fine, non può che essere un atto naturale: non si accetta morte per malattia, violenza, guerra. Esse non mi sembrano atti naturali, bensì distorsioni del percorso umano che non sappiamo né vogliamo guarire.

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?