Intervista a Luca Andreini: regista teatrale diciottenne con l’Istria nel cuore.

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Due anni fa sono andata per la prima volta in Istria, ne avevo il desiderio da sempre ma non ho mai saputo perchè, fino a quando non ho ammirato con i miei occhi la sua bellezza.
Ho visitato Fiume, Pola i centri di cultura italiani, ho visto vecchie lapidi in lingua italiana, cimeli di un’epoca passata ma non così lontana, ho attraversato decine di piccoli centri sulla costa, assaggiato piatti buonissimi e fatto centinaia di fotografie. Di ritorno in Italia, durante l’ultima sosta in un piccolo parco di Izola in Slovenia, due anziane signore parlavano istro-veneto, era bello ascoltarle anche senza  un vocabolo. Da dopo quel viaggio, quando posso, mi informo sempre sulle attività culturali degli italiani che sono rimasti a vivere in quelle terre, anche perchè adoro la strana malinconia che provo nel leggere dei loro eventi e delle manifestazioni , tutti volti a non spegnere l’Italia che per molti pulsa ancora in ogni angolo d’Istria. Informandomi mi sono imbattuta in Luca Andreini, un giovane regista lombardo, autore di uno spettacolo teatrale intitolato “Rumoroso silenzio” che debutterà il prossimo 12 febbraio al Teatro Gavezzeni di Seriate (BG) e che si  ispira all’esodo istriano e narra la fuga di molte famiglie di connazionali, costrette  a sradicare in un lampo sogni, vite e speranze costruiti giorno dopo giorno, per sottostare alle regole del potere.
La storia dell’Istria come ogni storia di morte immotivata e di distacchi forzati, non ha colori politici nè bandiere, e la sua strumentalizzazione risulta essere anche a distanza di tanti anni  molto banale nonchè offensiva nei confronti di chiunque abbia subito la situazione, da qualsiasi parte della barricata.  Il colore della morte nessuno lo ha mai visto e chiunque sostenga di averlo fatto, mente.
LUCA ANDREINI, 18 anni nel 2015.

LUCA ANDREINI, 18 anni nel 2015.

A 15 anni hai fondato il TNB. Parlaci di questa realtà che ormai non è più un’avventura.

Ho fondato per gioco, perché è bello giocare, Teatro Nuovo di Bergamo (che prima portava un nome più esilarante). Prima però ho scoperto di essere particolarmente intraprendere, forse stupito, perché quando l’ho fatto avevo 15 anni e pensavo semplicemente di mettere insieme uno spettacolo, per gioco, sempre per gioco. Da piccolo giocavo poco, ho bisogno di farlo ora? Chissà.
Con la nuova produzione teatrale, dopo 4 anni di attività, TNB è diventata un’opportunità di lavoro in concomitanza con la scuola, è un mondo, è futuro. Sembra essere precoce ma, con la giusta misura, è ciò che intendo io per vivere: fare, oggi, bene.
Ho portato in scena diversi spettacoli e lavori dai miei 15 anni a questa parte facendo sempre più mio quel percorso di inconsapevolezza per essere, non sentirsi, Artista. L’idea di creare un organismo, che ha sempre come filosofia un percorso di educazione al teatro di giovani per i giovani, è partita inizialmente da dei disagi personali e poi dalla mia attitudine nell’organizzazione di eventi in campo artistico, la spassionata voglia di regia per comporre l’arte che si muove e l’amore per la scrittura, la drammaturgia, quella necessità di racconti e di mondi miei, che non esistono, ma che vivo a fotografie e suggestioni., È un orgoglio essere il gruppo professionistico più giovane in Italia e di portare a 18 anni, con un cast under 30, un lavoro su scala così ampia partito senza il contributo economico di nessuno. Speranza? Da vendere.
Di cosa parla la tua opera teatrale “Rumoroso silenzio”?
Una storia differente, e non nuova, in un contesto così necessario di essere raccontato che non ha bisogno di molti stravolgimenti se non quello della poesia e dell’estro dei teatranti.
“Rumuroso silenzio” nasce da un lavoro introspettivo alla ricerca delle radici portanti della tematica storica trattata. Già in fase embrionale si è scoperto, mediante dei laboratori e lezioni di ricerca, che l’impulso registico proveniva da angoli nascosti e mai sfiorati da parte dei cani della ragione e da spifferi d’aria nelle interiora: perdita e ricostruzione di identità sono stati l’incipit per affondare, e non riemergere, da una scoperta attorno ai tasti dolenti dello scrittore/regista che si sono rivelati poi oggetto di forte attualizzazione e chiave di lettura per un prodotto Differente in grado, probabilmente, di regalare allo spettatore tutto il contrario di ciò che si aspetta, fortunatamente.artendo dalle idee di scena lo specchio d’acqua intrapreso si è rivelato un abisso mai esplorato da nessuno, o da pochi, e pezzo dopo pezzo si è arrivati ad associare l’identità sopra citata a un perverso nascondimento, legato da un filo trasparente e quasi impercettibile alla menzogna e netto ponte di passaggio tra uno scoglio ed un altro per arrivare alla vergogna e all’umiliazione.

In una seconda fase del lavoro, dopo tre drastiche distruzioni del testo di partenza, l’analisi drammaturgia si è concentrata sulla declinazione dei precedenti risultati sviscerandoli e lavorando attraverso tempeste di cervelli a doppia faccia, da un lato le parole grezze e dall’altro le idee di trasposizione delle parole stesse in campo teatrale, azione banale e pragmatica che ha deciso, dopo un periodo di stallo con poco ossigeno a 60 metri di profondità, gli scenari in grado di rendere al meglio ciò che si era trovato tra i coralli della mente.Questa è la trama: Un ragazzo, in gita con la classe, attratto nell’antro di uno dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste, si stacca dal gruppo fino a perdersi.In un clima surreale e fantasmagorico di polveri e lenzuola, ode sibilare un misterioso vento, che si fa voce di ricordi atroci sopiti dalla politica del “guai ai vinti”. E’ la memoria collettiva di un popolo. Gli Italiani, vittime acerbe di una pulizia etnica che, in Istria-Dalmazia, pare ormai cronaca ricorrente. Cambia bandiera la nazione, ma la falce della morte è la stessa ovunque.

Ecco allora che, come sogni o colpi di magia, prendono forma dalle cose le romantiche e tragiche vite di Ferdinando e Norma, giovani Italiani, erroneamente etichettati come fascisti in una squallida e ignobile equazione senza senso.Le vite dei due giovani amanti si fondono con lo scorrere di quei giorni rossi di sangue, neri di morte. Tra amicizie adolescenziali, conoscenze fidate, nemici improvvisi, correnti di pensiero rimbalzate tra chi scappa, chi resta, chi lotta, confluite univocamente nella morte, intesa come perdita: della propria vita, della propria nazionalità, della propria identità, delle proprie cose, delle proprie case. Qualsiasi cosa scegli, qualcosa perderai.In questo quadro, Ferdinando e Norma cercano disperatamente di salvare il loro amore, la loro giovinezza, loro italianità, per coronare il sogno di un figlio e della pace.Si balla, ora a passo di risa, ora a passo di lacrime. Una speranza mai doma, folle e coraggiosa, lucida e vigliacca. Voci narranti fuori dal tempo svelano le scomode verità nascoste nelle buche della terra Istriana, negli abissi offuscati di una storia impari e una coscienza volubile. Tiriamo fuori dalla foiba i corpi, che possano parlare, che possano danzare, che possano cantare e poi raccogliersi stretti, innamorati, cresciuti e maturi di verità svelate in un Rumoroso Silenzio
Anche Cristicchi, che però è un cantante, si è occupato di Istria nel suo spettacolo, “Magazzino 18″. Lo hai visto? Cosa ne pensi?
Penso che il suo Magazzino 18 sia l’emblema della bellezza per il teatro di narrazione, è un lavoro completamente diverso dal nostro e nonostante questo non riesce a smettere di essere un riferimento per linguaggio e stile. Ho sentito Cristicchi, il tutto non è propriamente partito da lui ma da uno studio sui libri di Oliva e dalla  necessità di porre tre temi: identità, nascondimento e riappacificazione con il passato, in un contrasto storico.
Suono e scrivo per il teatro, trovo in lui diverse cose che anche io provo a fare. Lo conoscevo ancora prima che partecipasse a San Remo e metterlo a conoscenza dell’inizio di un progetto, che oltre allo spettacolo Lega altre iniziative, è motivo di orgoglio e speranza in vista di una conoscenza più approfondita.
Sapresti dirci quando e come è iniziata la tua curiosità per le vicende degli italiani in Istria?
Da un mio viaggio a Trieste, studiavo la città per altre ragioni. Ero nel mezzo della ricerca di un contesto storico per uno spettacolo: sono stato in città, nel mentre leggevo Oliva, ho visto Magazzino 18 e sono tornato più volte per approfondire la causa Istriana alla quale mi sono legato per alcuni punti di contatto.
È stata una sequenza, apparentemente casuale.
Che colore ha la morte? E soprattutto possiede una bandiera?
La morte  ha sapore della vita.
Quanto è brutta la strumentalizzazione di un’opera d’arte?
Vile, vigliacca ma anche comprensibile per chi di questo ambiente ci capisce poco. Per carità, non che io ne sappia tanto.
Perchè l’Istria fa così tanto rumore?
Perché la verità fa così tanto rumore?  Ognuno si dia una risposta.
I giovani e il teatro: la tua esperienza

Spesso giovane è sinonimo di poca qualità, di basso profilo e scarso contesto. In 4 anni ho riempito platee con i giovani e non ho mai portato la banalità. Non perché io sia bravo ma perché i giovani lo sono, siamo: non amo parlare cronologicamente e nel dettaglio della mia esperienza, so solo che c’è un tempo per tutto e per noi, per me, è arrivato quello di fare qualcosa di più. Pragmatismo e sacrificio, qualcosa di rivoluzionario? Non saprei.
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