Insonnia e altre sciagure

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Un’escursione. Un uomo sta scarpinando allegro in un bosco. A un certo punto, nel fitto degli alberi, ci sono dei lavori. Omini in tuta arancione che impastano mota e calcestruzzo fumando sigarette. L’uomo non fa in tempo a sbalordirsi, che l’attimo dopo il suo sentiero diventa liquido e si trasforma in un torrente di fango. Procedendo a bracciate contro corrente nel ripido flusso melmoso, l’uomo riesce a rimettere i piedi sulla terra ferma e a riprendere il cammino. Pochi passi ancora e raggiunge il Posto. Un lago circondato da montagne viola, pieno zeppo di peonie giganti. E il tramonto, ovviamente, e la luna insieme. Da questo idillico quadretto il nostro viene catapultato in un letto. Una donna mora e formosa, nuda davanti a lui, indica il suo basso ventre mentre ride sguaiatamente, follemente, trattenendosi con l’altra mano la bianca pancia tremolante. Seguendo la traiettoria indicata dal dito di lei, l’uomo contorce la bocca in una smorfia di disgusto: là dove ci si aspettava si trovassero i suoi genitali, una trombetta giocattolo ricambia giocosamente il suo sguardo.

Luna

“Tra le tendine della finestra uno spicchio sottilissimo di luna splendeva serena nell’ultima fase del suo mese sinodico, a circa 370136 km dalla cucina di Vincenzo.”

Vincenzo si sollevò di scatto a sedere sul letto, sudato e freddo, e controllò per prima cosa il contenuto delle sue mutande. Perfetto come un libro di fisiologia. Che sollievo. Mai più fritto a cena, mai più. Si trascinò giù dal letto con gli occhi gonfi, desideroso di acqua come un cane lasciato solo in casa a ferragosto. Tra le tendine della finestra uno spicchio sottilissimo di luna splendeva serena nell’ultima fase del suo mese sinodico, a circa 370.136 km dalla cucina di Vincenzo.

“Non riesci a dormire eh, coglioncello?”- Il miagolio giudicante di un secco gatto soriano lo inchiodò davanti al lavandino. “Non è come pensi, ho solo mangiato un po’ pesante ieri sera, quei supplì ripieni erano..” – “Il problema è un altro, e lo sai benissimo.” Roteò la coda, come faceva sempre quando emetteva una sentenza, e tornò ad accoccolarsi sui suoi cuscini.

In cucina, Vincenzo, stava ipnotizzato davanti agli effetti fantasmagorici scatenati dall’incontro tra l’acqua e una pastiglia digestiva effervescente. Pensava a come all’interno del suo bicchiere l’idrogeno dell’acido debole e il bicarbonato di sodio della pasticca si scindevano per effetto dell’acqua generando anidride carbonica, e tutto questo si nascondeva sotto migliaia di insospettabili bollicine. E pensava un po’ anche a quello che aveva detto il gatto. Il problema era un altro, sì. Il problema era che Vincenzo, di professione scrittore, nullafacente nullatenente per gli amici, non riusciva più a scrivere. E questo era assurdamente grave perché Vincenzo, fondamentalmente, non sapeva fare proprio altro. Aveva provato a lavorare in un fast food, a vendere polizze assicurative, a fare il fisico teorico. E non è che non gli piacesse spalmare colesterolo sui panini, o gabbare i pensionati, o rimirare le leggi di Maxwell lisciandosi i baffi, solo che proprio non era capace. Per i panini era troppo lento, per i pensionati troppo buono, per Maxwell troppo poco baffuto. E aveva stabilito che se di una qualche morte doveva morire, sarebbe morto di scrittura. Piccolo problema, però, era che da quando lo aveva deciso, le storie si erano rintanate tutte in qualche anfratto polveroso del suo lobo frontale. Non che le parole non venissero. Di quelle ne aveva parecchie, pezzi di frasi, stralci di monologhi, frammenti di litigi e sbuffi di dichiarazioni d’amore con cui riempiva post-it e foglietti disseminati per la casa. Quello che mancava era un’intera Storia. Che germogliasse chiara nella sua testa, con un inizio, uno svolgimento, un colpo di scena e una fine. Le aveva provate tutte, pensò, buttando giù i primi sorsi del confortante sfrigolìo trasparente stura-stomaci, e accasciandosi mestamente su una sedia.

Aveva provato a viaggiare. Zaino in spalla, tasche piene e taccuino vuoto. In cerca di avventure con cui riempire le sue pagine: modalità diario di bordo. Un po’ alla Hemingway, un po’ alla Kerouac! Purtroppo era riuscito a eguagliare i due solo nel numero di sbronze collezionate. Non solo Vincenzo era un pantofolaio, e per lui lo zaino in spalla era pesantissimo, gli ostelli puzzolenti, e la vita del beatnik decisamente troppo caotica e faticosa. Ma oltretutto alla fine le tasche si erano svuotate e il taccuino non si era riempito.
Aveva provato con il sesso. Intanto con le donne si sentiva molto più a suo agio che con i viaggi. Soprattutto perché il grosso dell’attività si poteva svolgere a casa sua, nel suo letto. Modalità: cronaca rossa. Un po’ alla Bukowski, un po’ alla Miller! Si sarebbe tuffato nei fianchi di centinaia di donne diverse, annodato capelli, incastrato le sue geometrie con le loro, e sperimentato ogni esoterismo-mistico-kamasutrico possibile. Certo che tra un orgasmo tantrico e l’altro, la penna avrebbe corso senza posa per raccontare queste meraviglie. Invece per lo più sonnecchiava esausto e soddisfatto tra le lenzuola sfatte. In questo caso l’esperienza, per quanto devastantemente divertente, l’aveva lasciato con a)un conto mastodontico da saldare alla lavanderia Criscitiello, b)un paio di ceffoni rimediati da una tizia che l’aveva beccato a segnarsi appunti su un post-it durante l’atto e c)una discreta lombalgia. Non ne era uscita nessuna storia hard profumata di spezie orientali, ovviamente, neanche un volgarissimo raccontello spinto.

Farine

“Forse i suoi ricordi erano un po’ velati dal tempo e dalla sua mente di bambino, ma se pensava alla sua infanzia, se la ricordava prevalentemente fatta di farina.”

Vincenzo passava pigramente il dito lungo le venature del suo tavolo, soffermandosi qua e là nelle piccole incavature naturali del legno. Anche da bambino, quell’attività l’aveva sempre tranquillizzato. Solo che allora seguiva le tracce della farina che si annidava nelle scanalature e si tuffava poi nelle fossette del tavolo rendendole bianche e piene. Forse i suoi ricordi erano un po’ velati dal tempo e dalla sua mente di bambino, ma se pensava alla sua infanzia, se la ricordava prevalentemente fatta di farina. Farina che la mamma usava abbondante per preparare pane, focacce, frittelle, torte, choux, pizze, biscotti, pasta fresca, crostate, ciambelle, schiacciate, grissini, taralli, friselle e ogni altro carboidrato benedetto che il buon Dio ha messo su questa terra. Sull’esistenza o meno di quest’ultimo, Vincenzo aveva una bella sequela di perplessità. Però, poco ma sicuro, era certo che se Dio esisteva, doveva avere le braccia rotonde e il grembiule macchiato, e il cuore generoso di sua madre quando faceva le tagliatelle. Forse non doveva andare da nessuna parte per trovare la sua storia, forse doveva tornare, tornare a casa.
Ma a cosa poi? Agli occhi dei suoi pieni di delusione, mentre lui si sarebbe riempito di sensi di colpa per quel poco che stava facendo della sua vita? No, aveva relegato in quel posto troppo cose a cui non voleva più pensare, almeno per un po’.

Vincenzo decise che il rimuginare non avrebbe giovato alla sua insonnia. Da qualche parte aveva letto che per dormire bisognava svuotare la testa, e per svuotare la testa la cosa migliore era stancarsi. Entrò silenziosamente in salotto per non svegliare il suo giudice inclemente, il soriano sempre pronto a miagolargli contro del fallito. Si infagottò in sciarpa e cappotto per resistere al gelido clima che da qualche giorno provava la città, stesa sul mare in cerca di un tepore mediterraneo che sembrava essere scappato altrove.
Alle 4:37 di una qualunque delle notti-a-occhi-sbarrati di quel maledetto inverno, Vincenzo uscì di casa, cercando, se non una storia, almeno un po’ di pace.

viottoli

“Seguendo il suo respiro condensato in nuvolette bianche davanti a sé, Vincenzo cominciò a girovagare per i viottoli della sua città, con l’appannata determinazione tipica degli insonni.”

Freddo. Un freddo da rimanerci stecchiti. Ti entrava nella testa e ti congelava le sinapsi. Ottimo. Sperava quasi nella pioggia. La odiava Vincenzo, la pioggia. Però qualcuno diceva che la fantasia è un posto dove ci piove dentro, e magari potesse piovergli dentro la capoccia anche la sua storia. Scivolare semplicemente nell’orecchio e poi premere per uscire attraverso le mani, spontaneamente, senza fatica. Ma niente pioggia, dunque niente da fare. Seguendo il suo respiro condensato in nuvolette bianche davanti a sé, Vincenzo cominciò a girovagare per i viottoli della sua città, con l’appannata determinazione tipica degli insonni. Seguiva gli odori della notte, lasciando totale autonomia al suo naso e ai suoi piedi, più che a occhi e cervello. Il buio era una delle poche cose che non lo aveva mai spaventato. Il buio ti nasconde agli sguardi giudicanti degli altri, ti tiene al sicuro. Lo aveva sempre visto più come un amico che non come una minaccia, e per questo si sentiva coraggioso, circondato solamente dalla luce fioca di qualche lampione e dalla luna sottile. Procedeva per un po’, dietro la traccia di un odore che lo attirava, poi cambiava rotta e iniziava a seguire una nuova pista. Aveva pedinato la scia profumata di un paio di panetterie, poi raggiunto un locale notturno che sputava fuori nuvoloni puzzolenti di tabacco, e perfino scovato la bottega di un pittore che emanava ancora un forte sentore di trementina. Dopo più di un’ora del suo peregrinare, si rese conto che il naso lo aveva portato davanti al primo degli odori. Il più antico, il più forte, il più misterioso e il più familiare. Quello che ti ricorda insieme la dolcezza rassicurante delle tette di tua madre e l’enigma indecifrabile degli occhi scuri di una donna sconosciuta che ti attrae a sé senza un vero motivo. Davanti a lui, un velluto nero si infrangeva quietamente contro il molo. Il mare maestoso sonnecchiava, sussurrando al porto qualcuno dei suoi segreti. Vincenzo fu contento della scelta del suo naso e si congratulò con lui. Continuò il cammino lungo il porto, avventurandosi un po’ a casaccio tra barche e container. Dopo un poco si rese conto che aveva un assoluto bisogno di fare pipì. Tra il freddo e la passeggiata, non si era accorto che la sua vescica là sotto implorava a gran voce di essere svuotata. Proseguì di qualche altro passo in cerca di un luogo appartato, e valutò perfetto il retro di un container blu apparentemente abbandonato davanti a un molo vuoto.

Mare

“Davanti a lui, un velluto nero si infrangeva quietamente contro il molo. Il mare maestoso sonnecchiava, sussurrando al porto qualcuno dei suoi segreti.”

Fu allora che lo vide. Un mucchio di pesci morti. Coi ventri viscidi esposti verso l’alto, imploranti pietà. Gli occhi vuoti e le branchie spalancate, nell’estremo tentativo di assorbire l’acqua ormai lontana. Saranno stati un centinaio, disgustosi, mollicci e bianchi. Un paio di loro ancora agonizzavano e le loro code accennavano un movimento disperato, da qualcuno sgorgava un sottile rivo di sangue salato.
A tre secondi circa dalla ricezione di questa informazione, il cervello di Vincenzo cominciò a captare una serie di elementi dissonanti. Dei capelli neri, prima. Un’unghia rossa, poi. Lentamente la sua testa stava accettando un’altra cosa, gettata per terra assieme alla montagna di pesci. Un corpo, un corpo di donna, un corpo morto. Un lungo corpo bianchissimo e nudo che giaceva invischiato in quel groviglio disumano. Spontaneamente, a Vincenzo venne in mente la statua del Laocoonte, coi serpenti marini avvolti come spire attorno alla figura contratta del sacerdote. Solo che qua tutto era più dolce. I piedi di lei accasciati mollemente accanto a un dentice, il corpo abbandonato sopra una coperta di saraghi. Sulla pancia, la traccia bruciata di una pallottola che l’aveva sfiorata senza riuscire a colpirla, e più su il buco dove alla fine il colpo era penetrato. Affondando nell’epidermide, spezzando vasi sanguigni e nervi sensoriali, stracciando il muscolo e perforando, infine, le sue viscere. Che adesso si riversavano lentamente sopra a un paio di grosse cernie. Il suo volto, perfetto e disperato, sembrava quello di una sirena bellissima, placidamente addormentata tra gli abitanti del suo regno.

Vincenzo indietreggiò di tre passi e vomitò. Vomitò tutto quello che aveva mangiato nella sua vita dalla prima pappina ai supplì della sera prima. Vomitò tutto quello che aveva pensato, visto, immaginato e desiderato. Vomitò sotto i conati del disgusto e scosso da tremiti di puro terrore. Rialzò la testa, sperando di trovarsi dentro a un altro dei suoi incubi semi-lucidi da insonne, ma la morte, bellissima e terrificante, era ancora lì. Una venere dormiente col candido corpo lordato dal sangue proteso verso lo spettatore, e le braccia, che avevano saggiato qua è là la punta di una siringa, stese languidamente dietro di sé.

Non è facile reagire razionalmente in questo tipo di situazioni. A livello più profondo, la mente sta cercando di elaborare il surreale che ha davanti, analizzare i fatti, trovare una soluzione. Ma a livello superficiale, le informazioni che corrono a fior di pelle sono poche, frammentarie e perentorie. Scappare. Chiamare aiuto. Scappare. Può capitare però che i muscoli siano più spaventati di te e semplicemente si rifiutino di rispondere. Così accadde a Vincenzo, inchiodato per interminabili minuti davanti all’immagine più orribile che avesse visto in vita sua.

Mentre stava lì davanti, paralizzato, un pensiero morboso cominciò a prendere spazio nella sua testa. Un pensiero che gli stava bisbigliando qualcosa. Raccontava di droga, di amore, di mare, di prostituzione, di morte. Un pensiero che declamava un suo inizio, un suo svolgimento, un suo colpo di scena, e una sua fine. Insomma una storia, la sua storia. Limpida, terribile, perfetta. In un attimo era scintillata già adulta dentro di lui. Una nuova sensazione cominciava a farsi sentire, sopra il disgusto e la paura: l’eccitazione di una storia che vuole essere raccontata. Per quanto Vincenzo potesse odiarsi per quello che stava provando, così dissonante e disumano rispetto a ciò che aveva davanti, non poteva mettere a tacere l’infantile gioia di chi ha trovato quello che desiderava dopo una lunga ricerca.

Dopo quelli che potevano essere stati due come venti minuti di attesa, le gambe di Vincenzo tornarono a rispondergli e la sua vista a spannarsi. Cominciò a muovere qualche passo, a cercare nelle tasche del suo cappotto un telefono.

gatto

“Allora, coglioncello, hai visto chi c’è dietro di te? Mi sa che è meglio se non ti giri. Ti è andata male amico”

“E tu chi cazzo sei?”- La voce era esplosa dietro di lui più dolorosa di un manganello dall’anima di ferro piantato nel cranio. Vincenzo tirò fuori le mani dalle tasche e alzò lo sguardo al cielo mentre gli occhi cominciavano a riempirglisi di lacrime. Un grasso gatto nero si accosto al mucchio di pesci, attirato dal profumino di una colazione già servita. “Allora, coglioncello, hai visto chi c’è dietro di te? Mi sa che è meglio se non ti giri. Ti è andata male amico”. Afferrò tra i denti bianchi una piccola alice e scivolò via. Sopra a Vincenzo, il cielo cominciava a schiarirsi. La brezza notturna ancora spirava dalla terra verso l’acqua, tra pochi minuti il sole sarebbe sorto e il vento avrebbe invertito il suo giro, portando verso la città la voce del mare, come accadeva ormai da qualche miliardo di anni.

Il colpo atteso partì dopo pochi istanti. Partì dall’interno, esplose dentro di lui all’altezza del cuore e si ramificò rapidamente verso il collo, le braccia, fino alla punta delle dita del piede. Strano, se l’aspettava diverso, un colpo di pistola. Immaginava che avrebbe avvertito il freddo del metallo, il caldo del suo sangue che sgorgava. Ora che ci pensava non aveva neanche sentito il rumore dello scoppio. Ma del resto chi era lui per dire cosa si provava in quei momenti? Nessuno gli aveva mai sparato. Cadde sulle ginocchia e poi rapidamente si afflosciò a terra, con gli occhi vuoti e il volto congestionato, bianco ormai come quella cernia che a pochi passi da lui ricambiava il suo sguardo. “Ecco” pensò Vincenzo – “anche nella mia storia deve essere così. Alla fine lui muore. Una fine non è una fine se il protagonista non muore”.

A pochi metri da lui, le gambe del proprietario della voce si avvicinarono di corsa, si accostarono cautamente al corpo della donna trattenendo il disgusto, poi si chinarono sopra Vincenzo. L’uomo tirò fuori dalla tasca un ricevitore. “Centrale, mi sentite? Sono l’agente Manfredi, di servizio al porto. Chiedo soccorsi. C’è un cadavere qui. E un uomo. E’ appena caduto a terra, non respira. Credo abbia avuto un infarto. Cosa devo fare?”

 

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Chi lo ha scritto

Giuditta Mitidieri

Ha due spazzolini in due case diverse, uno a Bologna dove studia Filosofia quando non le scappa da ridere e uno nel contado pistoiese, dove ha radici e affetti. Coltiva velleità letterarie da quando ha vinto un premio e si è montata la testa, nel frattempo dimostra simpatia solo a chi studia materie scientifiche e sogna di poter prendere a sberle tutti gli umanisti che almeno una volta nella loro vita hanno affermato con orgoglio "Io di matematica non ci capisco niente". L'unico uomo che abbia mai amato è il comandante Kim di Calvino. Le piace il limone, il chinotto, l'origine ebraica del suo nome e il mare selvatico della Liguria. Se potessse, vivrebbe dentro a un cinema. Finchè non le sarà possibile si consola scrivendo per L'Undici, come può.

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