Ci vorrebbe un “Deus ex machina”

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Gli ex studenti di Liceo Classico, come la sottoscritta, probabilmente ricorderanno un singolare personaggio della tragedia greca: il “deus ex machina”. Nelle antiche rappresentazioni teatrali, infatti, quando la trama diventava troppo complessa, quando sembrava non esserci una via d’uscita, quando la situazione diventava irrisolvibile per mano degli attori presenti sul palco, ecco che sulla scena compariva, calata da una sorta di marchingegno, una divinità. E tale divinità inaspettatamente, come per magia, risolveva gli intrecci della narrazione.

Ricostruzione della scenografia delle Tesmoforiazuse di Aristofane, con macchinario per sollevare un attore (da U. Albini, Il teatro greco, Archeo-Dossier, 23, 1987, p. 34)

Ricostruzione della scenografia delle Tesmoforiazuse di Aristofane, con macchinario
per sollevare un attore (da U. Albini, Il teatro greco, Archeo-Dossier, 23, 1987, p. 34)

Di recente tale personaggio mi torna in mente con prepotenza, e credo di intuirne il motivo. Gli eventi che in questi giorni stanno tessendo il futuro dell’Europa, e del Mondo, appaiono talmente intricati da farci sperare in qualcosa che, inaspettatamente, renda tutto un po’ più chiaro. Quei conflitti da cui derivano tragiche dinamiche sono pane quotidiano di mass media e social network, eppure oggi più che mai ne comprendiamo sempre meno la causa e le conseguenze. Si pensi al conflitto Occidente/Fondamentalismo islamico, alle differenze interne alla religione musulmana (Moderati versus Wahabiti, Sunniti versus Sciiti), alla storica guerra tra Israele e Palestina o al più recente scontro tra Russia e Turchia, e chi più ne ha più ne metta.

Tv, giornali, piattaforme online quotidianamente sciorinano notizie riguardanti scontri tra fazioni opposte in diverse zone del nostro pianeta. Siamo talmente assuefatti alla “cultura del conflitto”, da aver smesso in alcuni casi di chiederci chi sia effettivamente a farsi guerra e perché. A scrollarci di dosso il torpore talvolta, purtroppo, sono i picchi tragici di questi scontri, l’ultimo dei quali rappresentato dagli attentati terroristici di Parigi rivendicati dall’autoproclamato Stato Islamico (ISIS). Da quel maledetto 13 novembre, si è tornati a interrogarsi su quale sia l’effettiva natura dell’Islam, se sia giusto o meno cedere alla tentazione di considerare “musulmano” un sinonimo di “terrorista”, o se sia piuttosto doveroso fare una distinzione tra “fede” e “integralismo”, tra chi professa una religione e chi ne diventa un fanatico discepolo.

not-in-my-name-704x400Ecco: distinzione appunto! Distinguere oggi diventa un imperativo assoluto, perché è nostro dovere cessare di essere passivi spettatori dei conflitti che insanguinano la nostra vita quotidiana imparando a separare il bene dal male e, di conseguenza, a riconoscerli anche quando appaiono talmente intricati da darci un’impressione sbagliata.

La verità è che non stiamo vivendo una tragedia greca, che per quanto drammatica resta una rappresentazione fittizia. Non possiamo limitarci a lasciare il teatro una volta conclusosi lo spettacolo. La realtà è ben altra cosa: non scenderà una figura dall’alto a risolvere tutto. Non comparirà nessun “deus ex machina” sulla scena. Spetta a noi sciogliere la trama e risolvere gli intrecci della narrazione. Spetta a noi creare i presupposti di un lieto fine attraverso una consapevole riflessione, frutto di una più giusta informazione.

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