“Un giorno questo dolore ti sarà utile”

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logoQuando? Me lo chiedo spesso, me lo chiedo da anni, me lo chiedono gli amici. Quando?
Ho sempre pensato che sia meglio essere promossi anziché bocciati, fortunati anziché sfigati, belli anziché brutti, sani anziché malati, ricchi anziché poveri e felici anziché tristi.
La storia delle brutte esperienze che aiutano a crescere e impartiscono magistrali lezioni di vita non mi ha mai convinta. Come si dice: non cambierei nulla del mio passato se non tutte le cose orribili e dolorose che mi sono capitate. Oggi, infatti, confermo che avrei preferito evitare quei lunghissimi cinque anni dentro e fuori il tribunale per ottenere il divorzio quand’ero poco più che un adolescente; avrei preferito evitare di ferirmi gravemente ad un occhio; avrei preferito evitare di vedere mia nonna dissolversi nell’oblio dell’Alzheimer, la cuginetta nell’abbraccio mortale di un tumore e la vita delle persone care nell’immanenza stessa dell’esistenza; avrei preferito evitare il dolore della perdita.

ventoOgni perdita si porta via un pezzetto di noi, lo dice la parola stessa: “perdere: cessare di avere qualcosa o qualcuno che si possedeva”. Tralasciando le disquisizioni su termini quali possesso e proprietà, il concetto è chiaro. La perdita crea una mancanza. La perdita lascia un buco, un vuoto incolmabile. Tentare di arginare la fuoriuscita di dolore è pura illusione, anche se a volte, l’illusione è tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Consente di sopravvivere.
Mi capita di immaginare la nostra esistenza come un enorme puzzle dove ogni singola tessera è unica e insostituibile. Quando una di queste tessere viene a mancare, infatti, precipitarsi a sostituirla con un’altra simile, lenisce la ferita, almeno per un po’ e apparentemente chiude il buco, ma è come calzare una scarpa di un numero che non è il nostro o indossare un cappotto troppo stretto. Il viaggio diventa scomodo e faticoso.

puzzle“La vita continua” dicono. Sì, è vero, ma nulla è più come prima. Prima della perdita. Non solo perché con il passare del tempo inevitabilmente maturiamo diventando persone diverse, ma anche perché le esperienze dolorose lasciano cicatrici indelebili, sempre. A volte visibili e addirittura imbarazzanti per chi ci guarda, altre volte non visibili dall’esterno, ma altrettanto imbarazzanti per chi riesce a vedere oltre e per noi stessi. Nemmeno un fachiro esce indenne da una passeggiata sui carboni ardenti, guardategli i piedi… e dire che quelli visibili sono solamente i segni che ci sono dati cogliere.

Tempo fa ho letto da qualche parte questa frase:Quando non hai niente, non hai niente da perdere. Beh, se parliamo di beni materiali di lusso come azioni Ferrari, ville, auto, quadri, gioielli… il discorso ha senso, anche se, diciamoci la verità, nella quotidianità di ognuno di noi, pure la perdita di una mela dà fastidio, soprattutto quando quella mela è la merenda della giornata e qualcuno ce la ruba dallo spogliatoio della palestra! Quando, invece, parliamo di beni immateriali come emozioni, sentimenti, onore, dignità… il discorso non regge più. Un uomo senza villa resta un uomo, ma un uomo senz’anima, e senza possibilità di perderla, non è un uomo.
Dunque, dal mio punto di vista, meglio essere ben carrozzati ed avere un sacco di “cose” da perdere che non avere niente, anche se questo crea inevitabilmente terreno fertile per gioia e sofferenza. Come già accennato, infatti, è difficile per me immaginare che le esperienze dolorose di perdita che ho vissuto siano state utili, se non per decomporre il mio personalissimo puzzle. Non mi hanno fatto crescere e non mi hanno fatto diventare migliore. Sono solo più vecchia e più triste di prima che accadessero. Il disvelamento delle illusioni è sempre traumatico, anche per un adulto.

abbandonoC’è un caso, però, in cui il dolore è sopportabile. E non è un caso così raro, se ciò può confortare. Il dolore è utile quando aiuta a superare un dolore più grande. Allora i dubbi si dipanano. Questo dolore di oggi per la perdita della cosa o della persona amata, seppur straziante, è un balsamo per alleviare la sofferenza del dolore di ieri. Poi resta comunque da gestire la convivenza con un outsider ingombrante, ovvero il dolore per cercare di adattarsi alla nuova realtà, quella che non è più come prima, quella che cerca di sostituire la tessera mancante, quella su cui grava il fardello del vuoto della perdita.
Così, il dolore per la cecità acquisita è più sopportabile del dolore degli anni trascorsi percependo la perdita progressiva del visus; il dolore per la morte di una persona cara è più sopportabile del dolore della malattia che l’ha portata via, quando, impotenti, abbiamo assistito per troppo tempo al suo consumarsi sotto i nostri occhi; il dolore per il distacco da una persona amata è più sopportabile di quello causato dall’impossibilità di viverla.

fusioneLasciare una persona con la quale si è vissuto un rapporto profondo e della quale si è ancora innamorati, infatti, è una delle esperienze più tragiche che un essere umano possa trovarsi ad affrontare. Quando si va oltre all’orgoglio per la propria individualità e si supera il pericolo di diventare una cosa sola, appare la verità, il senso. Tornare indietro è impossibile. L’essere umano sembra fatto per fondersi nell’esistenza di un altro essere umano. Nella commistione di emozioni, sentimenti e pensieri, l’irrequietezza dell’anima trova pace.
Il dolore per il distacco è terrificante, anche se a volte, il distacco è l’unica via d’uscita. E’ un dolore intenso, persistente. Una morsa che stringe inesorabilmente, senza posa, senza ripensamenti, senza rispetto, nonostante tu sia tornato alla solita routine. E’ un abbraccio diabolico che non ti molla mai, come fossi rimasto cucito all’altro. E’ sempre lì, morboso quanto un’ossessione, anche dopo anni. Ti ricorda il vuoto lasciato dalla perdita.
Quando, però, il dolore serve a sedare quello ancora più intimo e lacerante di un’esistenza vissuta a metà, allora soffrire ti sarà utile. Non aiuta a crescere o a maturare, quello avviene comunque, è fisiologico, ma svolge l’azione di un antinfiammatorio, di un analgesico, della morfina. Aiuta a sopportare.
Questione di sopravvivenza.

fuocoTuttavia resta sempre l’eco assordante di un interrogativo: meglio la sopravvivenza o la passione? La monotonia di una vita piatta resa opaca dalla rassegnazione si commenta da sé.
Io scelgo la passione. Sono così fortunata da sentire il fuoco sacro ardere dentro. In questo contesto, però, bisogna essere in due a gettarsi fra le fiamme. Il fuoco riflesso, cioè quello di chi ti sta a fianco, scalda e illumina solo momentaneamente. Se non lo nutri e non lo fai tuo, se non hai il coraggio di viverlo, si spegne e tornano inesorabili il gelo e il buio dell’indifferenza. Allora, non sentirai nessun dolore.

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Non è vero che le lunghe sofferenze patite da chi ha dovuto patirle aiuti ad accettarne la perdita. Io trovo semplicemente che i due fattori diventino un moltiplicatore di strazio, senso d’ ingiustizia, disperazione. E ciò si fa realtà col passare del tempo, quando il tempo ti consente di vedere le altrui vite senza la gabbia di vetro che racchiudeva prima la tua corsa contro il tempo impedendoti di vedere altro, udire altro; vivevi solo per la vita che s’andava perdendo.
    All’ inaccettabilita’ della perdita si aggiunge il rancore, non c’è nulla da fare. Sentimenti orribili che sono tabù. Ma è così. Forse qualcuno riesce a sublimarli nel credo religioso o nel senso del destino. Beati costoro.

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