Quel sentimento che non ha colpa

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“Contro i sentimenti siamo disarmati, poiché esistono e basta – e sfuggono a qualunque censura. Possiamo rimproverarci un gesto, una frase, ma non un sentimento: su di esso non abbiamo alcun potere”.

Lo ha scritto il poeta e saggista ceco Milan Kundera, naturalizzato francese, nella sua opera “L’identità”. Indipendentemente dall’autore, da qui vorrei partire per avviare una riflessione su quello che, in fin dei conti, è un dualismo evidenziato dal pensiero di tutti i tempi, ovvero quella ragione che si distingue dal sentimento.

Seguendo questo filo logico ecco perché, per esempio, secondo Leibniz tutto era costituito da una serie di “monadi”, mentre invece per Platone era così importante il “mondo delle idee”. E di qui, le varie dottrine filosofiche che hanno creato una netta distinzione fra materialisti e sensisti, ovvero coloro che davano importanza prettamente alla materia, e chi credeva nelle capacità dell’uomo, e si focalizzava su aspetti nettamente più “empirici”.

Senza ripercorrere la storia della filosofia, dagli albori ad oggi – porterebbe fra l’altro il discorso fuori tema –, una considerazione che salta all’occhio è che un tempo l’uomo era molto più categorico a proposito di tutte le sue decisioni, quasi agisse per “compartimenti stagni” o seguendo delle “specializzazioni”. Uno dei meriti che va alla nostra travagliata società, e non ne vedo molti altri, è che ci si è resi conto che l’essere umano sia costituito da tante piccole sfaccettature che ne determinano l’insieme, quasi fosse un prisma che alla luce cambia la sua prospettiva e ne fa scoprire delle altre.

Mi spiego meglio: l’uomo non è solo ragione e non è solo sentimento. Altrimenti, nel primo caso sarebbe un automa e nel secondo un perfetto imbecille. Lo spessore della sua personalità sta proprio in un gioco di equilibri che si viene a creare – oserei dire che s’impara col tempo e l’esperienza a creare – fra l’uno e l’altro aspetto.

Certo che questo equilibrio non sempre è presente, anzi, talvolta in alcune situazioni vi è la netta prevalenza di una caratteristica, a scapito dell’altra. Per paradosso, potrei dire che se Hitler – pazzia a parte – fosse stato dotato di un minimo di empatia, non sarebbe arrivato agli abomini perpetrati; così come se Gesù Cristo avesse avuto meno cuore, avrebbe almeno cercato di far ragionare il Padre, evitando la sua orrenda fine. Non voglio essere blasfema, cercate di capire, ma credo che quest’ultimo sia l’esempio palese di qualcuno che addirittura dona la propria vita e s’immola ad una sofferenza immane, per un progetto più grande. Sicuramente considerazioni retoriche, ma che ben si addicono ad esprimere il concetto.

Tornando alla frase di Kundera, “contro i sentimenti siamo disarmati”, dice lo scrittore. Possiamo controllare tutto: le nostre frasi, i nostri gesti, ma quello che proviamo no. Sono pienamente d’accordo, perché nonostante a volte la ragione ci imponga di intervenire, ciò che avvertiamo dal profondo del cuore è innegabile, anche quando vogliamo celarlo a noi stessi e ci barrichiamo dietro una montagna di pietose bugie.

Esempi popolari sono Dante e Leopardi, entrambi innamorati di “giovinette” senza essere ricambiati. Addirittura, Dante e Beatrice erano sposati ma non fra loro; mentre per Leopardi e Silvia non vi è stato neanche il tempo di capire se la vicenda potesse seguitare.

Bene inteso che i due poeti, sopra ogni cosa, amavano la loro poesia, e che le due donne servivano loro più che altro come “muse”, per permettere l’ispirazione continua e di lì, la creazione di magnifici versi. L’amore quindi, platonico, qui è visto come “idea”, come stimolo e ragione per andare avanti, in modo che il pensiero sia sempre attivo e mai si sopisca.

Frida Kahlo e Rivera.

Frida Kahlo e Rivera.

Amore passionale era invece quello che legava la pittrice messicana Frida Kahlo al marito Diego Rivera, anch’egli pittore e messicano, nello specifico “muralista”. Rivera era più vecchio di lei, non era avvenente – oserei dire somigliante più ad un grosso cinghiale – eppure, l’amore che Frida provava per lui era totalitario. Lui la tradiva di continuo, lei aveva iniziato a farlo per ripicca e solitudine. Lui era un donnaiolo incallito, lei faceva esperienze bisessuali; accomunati dagli stessi interessi e ideali politici, finivano sempre per tornare insieme e per perdonarsi a vicenda. Anche quando Rivera ha commesso il grande errore di tradire Frida con la sorella minore di lei, Cristina: dolore e umiliazione che un po’ sono stati la causa del lento declino di questa donna, seriamente minata nel fisico – da giovane aveva avuto un incidente mentre si trovava su un autobus che l’aveva ridotta in fin di vita e menomata per sempre.

Geniale nella sua pittura – celebri i suoi autoritratti -, Frida Kahlo è stata una delle figure femminili più affascinanti e carismatiche del Novecento, che avrebbe potuto avere davvero chiunque ai suoi piedi, se solo avesse voluto. Lei invece aveva scelto Diego Rivera, e questo lo adduco a quel “quid” che sfugge alla ragione e che diventa un mistero assoluto.

Dopo queste riflessioni, non è che ora tutti debbano andare in giro a provare sentimenti positivi per il primo che passa, tanto c’è l’alibi che non sia una colpa. No, questo no. Semplicemente, sarebbe bello se ognuno di noi si sentisse meno colpevole per quello che è stato, e che, anziché punirsi all’infinito, pensasse che quell’errore di gioventù sia stato soltanto un seguire la propria inclinazione. Ovvero, tutto ciò che in quel preciso momento abbiamo potuto fare. Un qualcosa di ineluttabile che non poteva essere cambiato e merita il nostro perdono.

Di recente ho letto “L’amante giapponese” di Isabel Allende. Concludo con la cosa che, in questo romanzo, più mi ha colpito, a compendio di tutto questo mio discorso. In sostanza, in tempi non maturi per una società multietnica – non lo siamo neanche adesso, concordo con voi – durante la Seconda Guerra Mondiale che gridava al pericolo dei “gialli”, l’aristocratica americana Alma decide di non inseguire il suo grande amore giapponese e giardiniere Ichi, bensì di abbandonarlo al suo destino e sposare invece un “amico” che non ama. Salvo poi, incontrarsi con lui varie volte nel corso degli anni, e affidare il loro desiderio, sempre vivo, a romantiche missive. Un esempio di ragione che interviene pesantemente sul sentimento, senza dubbio.
Il messaggio che ne ho tratto è il seguente: per vari motivi, che qui non è sede sviscerare, possiamo anche rimanere infelici ed incompleti per tutta la vita, e poi completarci in quei pochi istanti in cui si è insieme alla persona amata. Un “poco tempo” che basta e compiace, perché vissuto appieno e senza riserve.

Sempre e comunque, insomma, avremmo seguito il nostro sentimento. Se ci pensiamo, l’unica cosa che davvero appaga e fa sentire in pace.

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