On the road romantico… si ritorna a casa

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Otto ore filate di  sonno profondo in quella minuscola stanza, credo ubicata nel centro di Novo Hamburgo ,dove ho fatto un breve sosta alla fine della prima traversata, raccontata nel mio precedente articolo. Talmente piccola che anche quei pochi oggetti riposti sul comò accanto a me le conferiscono un aspetto vagamente disordinato.

Recupero i miei piccoli e grandi tesori, pronta per ripartire, dopo aver salutato la gentile fanciulla della hall, ringraziandola  nuovamente per il suggerimento culinario della cena. Un pochino “pesada”, ma “maravilhosa”

Viaggio di ritorno. Si ripercorre la stessa strada, direzione casa, lasciando sempre spazio all’imprevedibilità di errori o ultimi cambi di rotta. Accade sempre che il cammino di ritorno scateni un leggero senso di malinconia, un sentimento di nostalgia, quasi di tristezza, indipendentemente da cosa si sia lasciato prima di partire. La distanza che si riduce sembra creare un distacco emotivo, non solo fisico, da ciò che durante il viaggio si è vissuto. Scene straordinarie e sorprendenti che si abbandonano in quei luoghi, sebbene ognuna abbia arricchito il mondo delle esperienze di vario genere accantonate  nelle tappe precedenti, per volontà o per un semplice caso fortuito.

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Primi incontri lungo la strada del ritorno

Così nel cammino di “volta” si tenta di ridurre il tempo che passa, o meglio si attua ogni tipo di strategia affinché la sua successione possa essere percepita  molto più lenta rispetto alla scansione regolare di un comune orologio. Le mete ridotte, le soste maggiori, con lo sguardo che si concentra a lungo su uno stesso scenario, fino a coglierne ogni singolo dettaglio, perché il corpo possa assorbire ogni singola sensazione, per elaborarla, amarla, odiarla, allontanarla.

Il primo sole del cammino di ritoro

Il sole che viaggia con me

Mi dirigo sulla sommità di una piccola collina che sovrasta il parco “Nucleo Historio do Buraco do Diabo”, presso Ivoti, conosciuta come la città dei fiori. Avevo proceduto  sempre lungo la bellissima BR116, fino al messaggio di benvenuto all’ingresso della  città, come già sperimentato per gli altri centri urbani incontrati durante il percorso di “ida”. Prima di arrivare , avevo fatto una breve sosta in un bar di un “posto de gasolina”, così da programmare brevemente la mia sosta in quella città, con il mio caffè “preto”, cartine geografiche, matita e telefono con navigatore acceso. Niente che sia stato maggiormente utile delle informazioni puntuali del moço alla cassa  su come raggiungere il parco, dovrei avrei trovato in parte ciò che avevo intravisto dei passaggi rapidi sul sito dedicato alla rota romantica.

Da quel sommo punto si poteva ammirare un paesaggio infinito e illimitato, ancora non accessibile al resto del mondo, confinato al di là. Una realtà indipendente che si concede senza veli, senza inibizioni, senza regole e inganni, soggetta ad uno scorrere del tempo circolatorio, che compie un lungo giro sino a ritrovarsi nel medesimo punto iniziale. da cui ripartire nuovamente. Ad ogni nuovo giro lo stesso scenario sembra mutare ma soltanto perché colpito da una luce diversa o perché sovrastato da un cielo non più grigio ma di un lucente azzurro limpido; perché il sole è spuntato all’improvviso e si è divertito a cambiare colore a ciò che ha già illuminato  prima di addormentarsi.

L'ingresso al parco, Ivoti, la città dei fiori

L’ingresso al parco, Ivoti, la città dei fiori

Una terra satura, rigogliosa, senza una cadenza regolare e senza alcun ritmo definito.  Mi siedo su dei tronchi, lì sul prato, per godere dei primi calore del giorno appena cominciato.

Il mondo oltre il limite del mio sguardo procede distratto dietro  inutili tentativi mal riusciti di riprodurre la perfezione naturale, perdendo così il senso della vita vera, quella di ogni giorno, delle piccole cose di sempre, in contrapposizione con una realtà costruita artificiale estremamente complessa, disumana e asettica. Su quei tronchi mi sentivo appartenere. Da lassù non interessa definire la particolare tonalità del verde di un albero, per poi affidargli un nome preciso e univoco. In quella scenario si guardano,quasi con stupefacenza, una pianta dalle foglie sottili, e poi un arbusto dal tronco basso e tozzo e un pino gigante dai rami lunghissimi; ognuno che si prende il proprio spazio, arricchendo il suo splendore proprio perché condiviso con i  suoi simili, seppure dai tratti peculiari totalmente differenti.

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La cachaçaria Weber House, Ivoti

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La panchina colorata del parco di Ivoti, la città dei fiori

Scendo per addentrarmi nel parco, incontrando, dopo la curva,sulla destra, la casa gialla dove scoprirò più tardi si nasconde un ristorantino molto grazioso che serve il tipico “café colonial”. Mercatini, minuscoli, infelicemente chiusi, sull’altro lato della strada. Nessuno intorno a me, eccetto il gruppetto di donne della “Casa do Artesão alle prese con le loro infinite chiacchiere, sulle piccole sedie all’uscio, accompagnate  dallo “chimarrão quente”. Anche qui arte e cultura e  manifestazioni artistiche libere che si riproducono in  un presente  che vive  sulla scia della recente storia di quel posto, tra  le creazioni in legno, stoffa, pelle e ceramica. Ogni cosa si mostra come una ridondanza di quanto già incontrato, e da una parte lo è, seppure quel sole inaspettato, il grande parco dalle  panchine con decorazioni floreali su tinte violetto, il ponte di pietra che si attraversa prima di entrare donano a quegli ambienti un aspetto unico e originale. La tradizione popolare che caratterizza Ivoti,  frutto  di una miscela di varie influenze esterne, si concede a festa durante le manifestazioni domenicali che aprono quei mercatini, come la fiera coloniale, quella della diversità e immancabili quella dei fiori e della colonia giapponese.

A distanza di poco più di un chilometro dalla bottega appena visitata ho anche l’onore di degustare la migliore cachaça do Brasil della “Weber House“.  Il tempo passa, nostalgico, mentre io sono ancora lì, con i miei scatti, il desiderio di prolungare la sosta, di prenderne ancora una altro pò,con  la paura che ci sia ancora tanto altro da sperimentare. La mia automobile intanto è ferma lungo la stessa strada, in attesa della fine del mio ricchissimo pranzo coloniale nella casa gialla, concesso per la gran fame che accompagna sempre avventure del genere.

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La casa gialla con il suo meraviglioso “Café Colonial”, Ivoti

Si riparte proprio con la volontà di sfruttare il tempo rimasto, prima di rincasare, per scoprire altri posti, perché le lancette delle ore nel frattempo avanzano, fregandosene di me e di ogni cosa mi passi per la mente in quei momenti. Raggiungo un parco a pochi chilometri di distanza, dove mi sdraio sotto i raggi del sole infuocati, pensando che sarà estremamente complicato convincermi  a rialzarmi per tornare nuovamente lungo la meravigliosa strada delle ortensie. Un breve passaggio su facebook, mentre rivedo le mille foto scattate. E allora anche per me arriva il momento in cui la storia raccontata dalle fotografie,  seppure recentissima, torna a rivivere nella stessa forma. Per fermare un attimo, per tentare di arrestare il tempo lasciando che la sensazione di felicità incontrata nel mio on the road si ripresenti all’infinito.

Gli abitanti di quelle piccole cittadine osservano, con ammirazione e cenni di invidia,  da un distanza ai loro occhi quasi incolmabile, il mondo che è passato di lì due secoli prima, da cui ha preso avvio un processo di crescita, maturazione, diversificazione che li ha condotti sino al loro tempo attuale. Quella loro origine è un punto di incontro, seppure passato,  tra due stessi popoli in luoghi diversi, che poi, chissà per quale ragione, hanno proceduto su cammini diversi  fino a raggiungere scenari agli antipodi. Non esiste una spiegazione, non esiste un perché. Ma quel punto di contatto c’è stato e lascia la speranza che ci potrà essere nuovamente un incrocio e forse, da quel momento, sarà possibile procedere lungo  gli stessi binari.

I giganti cigni sul lago incantato

I giganti cigni sul lago incantato

Di pomeriggio inoltrato mi ritrovo davanti al cancello del “Parque Aldeia do Imigrante” in Nova Petropolis. Un altro ambiente: perfino un centro commerciale aperto, una grande via vai tra i negozi aperti e i ristoranti di vario genere, dove  persone di ogni età si trastullano tra grandi chiacchiere, xis brasiliani  - hamburger molto generosi – birra fredda e “petiscos” - porzioni di vari cibi, rigorosamente fritti. Niente della tranquillità dei posti già visitati. Eppure. una volta superato quel cancello, sembra di iniziare un viaggio all’indietro, dove si rivivono nuovamente quelle stesse origini intorno a un lago quasi incantato, con giganti cigni bianchi che assecondano lo sguardo curioso e meravigliato dei bambini. Uno specchio lucido sembra creare un secondo mondo parallelo sfumato  di alberi, colori, immagini, figure, sorrisi e ombre. Lungo il sentiero che segna il perimetro del lago si fiancheggiano vari alberi nativi del Brasile, i pochi ancora viventi che possano testimoniare il mondo antecedente la storia che lì si racconta attraverso le casupole abitate da chi arrivò da molto lontano, trasferite nella parte più alta del parco. Esiste in quel posto l’albero che respira, voglioso con una tal forza di continuare a esserci che dalle radici esplode  per saturarsi della sua aria brasiliana.

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L’albero con i suoi poteri magici, che esplode dal terreno

Difende la sua vita, testardo, invadente, costantemente, premiato dalla natura che gli ha concesso quei particolari poteri. Già, si può credere tutto, davanti a qualcosa che è così, naturalmente, senza una spiegazione plausibile o scientifica. Semplicemente è il corso complesso  degli eventi, che fa partir da un punto e segna il passo, anche di quelle radici, di quell’acqua trasparente, delle tartarughe distese sul ramo e delle margherite giganti orgogliose della loro immagine riflessa.

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Le margherite che si specchiano, fiere o orgogliose della loro immagine riflessa

Salgo fino a raggiungere l’Aldeia Historica, dove quelle casupole trasportate  e  restaurate sono adibite a musei e locali di produzioni artigianali differenti, tra cui la gustosissima  cuca squisitamente tedesca.Peccato non averla assaggiata, ma anche ciò fa parte delle ragioni per tornare nuovamente.

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Bem vindo nell’Aldeia Historica

Anche qui si manifesta il genio di chi creò, tra le prime tabelle con cui ci si dilettava a far di conto, la cantina in basso con le botti in legno, le prime macchine fotografiche e le immagini in bianco e nero di scene e personaggi passati.

Ci sono io, anche io tra gli sguardi dei turisti, e mi accorgo che il tempo non ha più senso. Non so quanto ne sia passato dal momento che ho lasciato il semaforo nella Bento ancora dormiente. E non mi interessa. Esco dal parco, perchè c’è ancora vita lì fuori, e raggiungo una  piazza centrale della città.

C’è una magnifica sorpresa ad aspettarmi:  un grande labirinto circolare di siepi concentriche. Il centro è la vittoria.

Il mio lato infantile risorge. Devo assolutamente partecipare al gioco. Penso “Facilissimo, in 10 minuti arrivo al centro”. Breve spiata dall’alto, quel poco per capire il cammino certo. E così, dopo mezz’ora, sono di nuovo al secondo girone, correndo come una matta, incontrando ad ogni giro sempre le stesse persone. Ormai sono in assoluto stato di confusione ma non demordo, in quanto fanciulla, tendenzialmente capricciosa e testarda, in sfida con se stessa per arrivare prima di tutti, anche a costo di qualche mossa scorretta, del tipo scavalcare la siepe!

L'ultimo incontro con il labirinto verde, Nova Petropolis

L’ultimo incontro con il labirinto verde, Nova Petropolis

Stanchissima e provata dall’ultima sfida mentre il lunedì di festa si prepara per salutarci, con la promessa solenne che riuscirò a percorrere il labirinto trovando la via vincente, sono di nuovo lungo la strada delle ortensie, per arrivare, dopo poco più di un’ora, sotto il mo palazzo, bianco e celeste, così come l’ho lasciato. Sono esausta, felice, spaesata, confusa, sorpresa. Apro la porta, sistemo di fretta i vari oggettini portati con me. Voglio scrivere subito. Ma si è tornati a quella vita di sempre: così lavatrice, il letto da rifare, i capelli da lavare, le cose da preparare per il lavoro all’indomani. Riassumendo, due ore di corsa disperata in casa. Mi fermo, e sorrido. Bentornata! La vita passa anche attraverso questo complesso agitato di azioni meccaniche che ti risucchiano, e in parte credo, fortunatamente. Ma si deve ricordare, sforzandosi di tenerlo sempre a mente, che esiste anche ciò che io e la mia scatola bianca abbiamo conosciuto in quei due giorni fantastici di un romanticissimo viaggio on the road gaucho.

 

 

 

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