L’età aurea delle Stark Industries

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No, in questo caso non si vuol parlar di fumetti o dell’eclettico Robert Downey Junior. In questo caso si farà riferimento alle vere e reali “Stark Industries”, cioè a quelle aziende che fanno parte del settore delle armi e della difesa. Tony Stark vuole quindi rappresentare, attraverso una sorta di fanta-metonimia, tutto il reale comparto che soprattutto in questi ultimi periodi tra, venti di guerra e ondate di rialzi in borsa, sta tornando sotto i riflettori. Anche se non è che ne sia mia particolarmente uscito.

Il comparto delle Stark Industries: USA e global market

SIPRI Yearbook 2009-2014

SIPRI Yearbook 2009-2014

Non ne è mai pienamente uscito perché, anche se gli Stati Uniti (madrepatria di Tony) hanno registrato tre anni di contrazione consecutiva nella spesa militare (tornado ora in segno positivo), la verità è che il settore in generale non ha mai sofferto più di tanto. A dirla tutta, non ha sofferto neanche ai tempi della crisi. Magie dell’export e della tecnologia. Intanto però, restando nel mercato interno degli U.S.A., la spesa militare è scesa di circa il 20% dal 2010 per il perdurare delle riduzioni al budget. Ampliando comunque lo spettro di analisi (stando agli studi del SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute) e arrivando al 2001 si scopre che in realtà il Pentagono, ad oggi, per la difesa spende a tutt’oggi il 45% in più di 15 anni fa, in un clima ancora figlio dell’11 settembre. Il problema “terrorismo” è infatti legato a doppio filo con la spesa militare del XXI secolo, spingendola anche durante i periodi di grande recessione. Sempre considerando i dati del SIPRI e alcune elaborazioni nazionali (ISTAT) e internazionali, si può osservare come mentre il PIL mondiale fletteva e provava poi la ripresa nel quinquennio 2008-2013, il volume della spesa militare cresceva ininterrottamente toccando, alla fine del periodo, un +300 miliardi di $.

 Vecchi e nuovi clienti per Tony

Re Salman d'Arabia e Barack Obama

Re Salman d’Arabia e Barack Obama

Sembra quindi che i bilanci militari non abbiano particolarmente risentito della crisi. La questione è però più complicata, sia dal punto di vista economico che politico. In realtà alcune macro-aree geopolitiche, prima tra tutte l’Europa occidentale, hanno rallentato la loro “corsa agli armamenti” fino a registrare il segno meno, rispecchiando un trend che ha portato il risultato a un -1,9% con una variazione su base quinquennale. A bilanciare tutto ciò entrano in gioco però altre aree macro-geografiche, che negli stessi anni registravano variazioni che oscillavano tra il +10/+12% fino al +51%. Uno di questi paesi è l’Arabia Saudita che, oltre ad essere il più oscurantista degli stati islamici e quello che (con l’ISIS o, se preferite, Daesh) applica più rigidamente la Shari’a, è anche il paese che in un decennio ha aumentato il proprio bilancio militare del 300% ed è pure uno dei più grandi partner commerciali degli Stati Uniti. Nel 1945 Roosevelt e Ibn Saud, pochi giorni dopo Yalta, sancirono la Saudi Connection: una partnership che lega Washington e Riyad da 70 anni. E 70 anni dopo Roosevelt e Ibn Saud, Obama e Re Salman hanno scambiato grandi strette di mano al G20 di Antalya dopo aver siglato l’ultima partnership che il Sole24Ore calcola in 1,2 miliardi di dollari per 10mila bombe made in USA da usare in Yemen. Succede così che per l’industria bellica americana, al (più o meno) florido mercato interno, si affianca anche una fetta di mercato che è enormemente cresciuta con l’export, anche (e, forse, soprattutto) in periodi particolarmente delicati dal punto di vista politico. Grandi affari in aree con grandi conflitti quindi. Ovviamente ciò implica anche grandi contraddizioni. Questo perché le idee di fornitori e clienti, soprattutto in politica estera, non sono sempre allineate (o anzi, non lo sono quasi mai in questi casi). Infatti, per restare in tema con la Saudi Connection, succede che gli Stati Uniti dichiarino di dover combattere l’ISIS, ma all’Arabia Saudita, più che il sedicente Stato Islamico, preoccupa la situazione nell’irrequieto Iran, soprattutto dopo che il partner a stelle e strisce è arrivato ad un accordo internazionale sul nucleare proprio con Teheran.

Stark Industries: European branch

Tony Stark [Robert Downey Jr]

Tony Stark [Robert Downey Jr]

Ma nel caldo medio-oriente non si fanno affari solo da oltre oceano. La stessa Arabia Saudita è il principale cliente degli armamenti di Parigi. La stessa Parigi appena sfregiata dal terrorismo ha infatti chiuso un affare che, tra l’altro, ha salvato l’Areva France (global leader dell’energia nucleare) per la vendita di reattori nucleari con un deal da 12 miliardi di $. Anche l’Italia si “difende”, dato il proprio ruolo nel G10 degli esportatori di armamenti, contando tra i clienti ben 123 paesi, raccolti in 25 anni e generando consegne per un volume di 90 miliardi di euro. Come spiega Giorgio Beretta, dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (OPAL) e Politiche di Sicurezza e Difesa, dal 2009 a oggi l’Italia ha venduto armi soprattutto in Medio Oriente e a paesi come Emirati Arabi, Arabia Saudita (!), Egitto, Libia (!), Siria (!), Turchia, Ciad, Eritrea, Nigeria e, spostandoci più verso est, a Kazakistan, Turkmenistan, India (!) e Pakistan (!). Comunque nel buon (?) vecchio continente non c’è solo chi vende, ma anche chi compra a piene mani come la Russia, impegnata proprio ora in una quanto meno ambivalente politica di attacco all’ISIS, ultimamente anche all’interno di una nuova “Santa Alleanza” con la Francia. Le spese di Putin per la difesa hanno accresciuto il capitolo di bilancio del 10% su base triennale e del 33% anno su anno nel 2014. Il problema è però che buona parte della percentuale è legata ad armamenti che sono stati usati anche all’interno degli stessi confini europei: sì perché chi sta bombardando la Siria (e non necessariamente solo le fazioni che in Siria sventolano la bandiera nera del califfato) è lo stesso paese che sta ancora “rivedendo” i propri confini con l’Ucraina.

Terrore e mercati azionari: come vanno i titoli Stark?

Place de la Bourse - Paris

Place de la Bourse – Paris

Dopo il venerdì 13 che ha insanguinato Parigi, le questioni armamenti-armi-difesa sono tornate nell’occhio del ciclone anche per quanto riguarda l’opinione pubblica. Qualcuno temeva però che il ciclone si abbattesse pure sui mercati azionari, come alla riapertura delle borse dopo gli attacchi terroristici del 2001: chi voleva vendere sarebbe stato giustificato a farlo come se non ci fosse un domani, la volatilità sarebbe potuta diventare incontrollabile e le perdite si sarebbero potenzialmente trasformate in “bagni di sangue”, secondo il gergo finanziario. Ma il day-after dell’economia, a questo giro, è stato diverso. I venti di guerra hanno infatti calcato sul cinismo delle stock exchange mondiali e le azioni dei titoli del comparto “armi e difesa” (assieme agli energetici, come sempre quando si presentano tensioni geopolitiche) hanno riportato il segno positivo subito dopo un inizio incerto all’apertura del lunedì. A fine giornata Parigi era addirittura il migliore listino europeo, ben sopra il +2%. La azioni delle principali costruttrici di armamenti (le nostre vere Stark Industries) hanno generalmente registrato una giornata particolarmente positiva: Finmeccanica (elicotteri, munizioni aeree e armamenti navali) raggiungeva i 12,33 € con un +2,7%; Thales Group (radar e sistemi per la difesa) a Parigi toccava il +3,3% con 67,7 euro; a Londra veniva segnato un +2,45% per Bae Systems (soluzioni per la difesa tecnologica ed aerospaziale) mentre a Francoforte MTU Aero Engines chiudeva al +1,7%. A voler rafforzare i rialzi borsistici del settore, in maniera meno spot, è anche il cosiddetto “dual use” (la possibilità di utilizzare anche per fini civili qualcosa sviluppato per la tecnologia militare) che si collega spesso a questo comparto. Il settore hi-tech è infatti da tempo uno di quelli con maggiore marginalità e appetibilità sui mercati; la cosa è legata a doppio filo anche con il rendimento dei titoli della difesa: basta guardare le variazioni che si registrano dopo il deposito di determinati brevetti che vengono sviluppati per l’esercito e, poi, convertiti in soluzioni fruibili al pubblico. E non vale solo per sofisticati microchip o software di programmazione, ma coinvolge anche tutta una serie di classi che posso sembrare apparentemente distaccate: l’esempio principe di un settore che spesso non viene collegato alla difesa è quello dei materiali (tutto iniziò con l’acciaio per le spade, ora si investe nel kevlar e nei nanotubi in carbonio). Comunque, tra i prodigi della tecnologia bellica dei giorni d’oggi, ci sono anche dei prototipi per una iron-suit in grado di assomigliare a quella di Tony Stark, veramente quello di fantasia stavolta. Di fantasia ma non per molto ancora, forse. Anche se probabilmente sarà tutto molto meno fantastico qualora servissero realmente armamenti da “supereroe” per combattere qualcosa o qualcuno.

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Chi lo ha scritto

Andrea Calzavacca

Nato mentre a Milano si scatenava Tangentopoli e arrivato a Milano vent'anni dopo per laurea, master e lavoro. Ora lavora con i numeri, ma in genere preferisce le lettere. Segue grafici e flussi, ma si perde davanti all'arte moderna: in pratica adora tutto ciò che è astratto, e magari nemmeno lo capisce. Oppure, in realtà, è addirittura ciò che forse comprende meglio. Con la cravatta annodata guarda il mondo degli investimenti da una finestra quasi privilegiata; senza cravatta lo trovate ai fornelli in cucina. Scrive per L'Undici con passione e, forse, anche con competenza.

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