La supplente avvenente

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Iris arrivò nel novembre del 1970, ma non mi conquistò subito. Ci volle del tempo: ogni giorno un poco di più. La nuova supplente, che subentrava alle scuole elementari Tito Livio di Marostica, fece molto parlare di sé. Ella infatti era giovane e di bell’aspetto, e spiccava fra le altre colleghe, decisamente più attempate. Queste ultime erano invidiose e gelose di un ambiente che le vedeva mantenere taluni privilegi, e non perdevano occasione di porla in ridicolo. Durante le riunioni dei docenti, cercavano sempre di metterla in difficoltà, rivolgendole domande a cui una ventenne, senza alcuna esperienza, evidentemente non poteva rispondere. Iris, che arrivava direttamente dalle scuole magistrali, era per carattere un’insicura, una donna del tutto inconsapevole delle sua avvenenza. Per questo, decisamente il tipo più pericoloso.

Foto di Ketti Gramolelli, modella Francesca Terroni

Foto di Ketti Gramolelli, modella Francesca Terroni

Dal canto mio, cercavo di proteggerla, prendendola un po’ sotto alla mia “ala”. A cinquant’anni compiuti e con trenta di insegnamento, di cui tredici nel medesimo istituto, certamente ero avvantaggiato. Questo fece sì che la ragazza diventasse a me devota, e che, a lungo andare, io scambiassi il suo rispetto per un’infatuazione. Sempre più spesso, mentre lei mi rivolgeva le sue domande smaliziate, mi ritrovavo a guardarla con occhio voglioso. Le labbra rosse e gli occhi chiari, appena sfumati da un tocco d’ombretto; i capelli lunghi, neri e sempre in piega. Il corpo tornito, avvolto in morbide gonne a pieghe, che frusciavano quando sfioravano i collant. Il golfino di lana diligentemente abbottonato, e al collo un giro di perle, che forse la faceva sembrare più grande, ma era questo il suo intento.

Si muoveva attorno a me con eleganza, emanando un gradevole odore di femmina e di mughetto. Non era vanitosa, e sono certo che non sfruttasse appieno tutte le sue potenzialità. Quella bellezza non ostentata, abbinata ad un profilo dimesso, facevano sembrare del tutto “casuale” il fascino che esercitava. Non si atteggiava, era semplicemente volonterosa e desiderava svolgere al meglio il suo compito di insegnante. Gli uomini la notavano, si incantavano estasiati, ed io ne ero geloso.

La guardava il Preside, quando, nel rivolgerle la parola, si soffermava più del dovuto a far finta di pensare; la scrutavano i colleghi uomini, mentre per i corridoi le aprivano le porte, e le cedevano il passo, sfiorandole la schiena. Lei parlava con tutti, indistintamente, e non pareva avere preferenze di sorta.

Durante la ricreazione, oppure quando aveva un attimo di tempo, veniva a chiedere consiglio a me, che salivo in cattedra e cercavo di supportarla, dandole delucidazioni sul programma scolastico. In quei frangenti mi sentivo davvero importante. Giorno dopo giorno attendevo quel momento, e notavo che la nostra confidenza aumentava sempre più. Era legittimo per me pensare che lei mi amasse, almeno quanto l’amavo io. Non avevo però il coraggio di dichiararmi, né di chiedere a lei spiegazioni.

Mi guardavo allo specchio e mi maledicevo per il fatto di provare quelle cose. Che volevo, io, il maestro Paolo Amato, in fondo? Avevo trent’anni più di lei. Ero riuscito a mantenere una figura piacente, questo è vero, ma potevo essere benissimo suo padre. E soprattutto, anche se non ne parlavamo mai, rischiavo di apparire ai suoi occhi inesperto e sgradevole, per il fatto di non essere mai stato sposato.

Fu in un giorno di giugno, durante una gita a Bologna, che la situazione fra di noi si chiarì. Eravamo in un momento di pausa, e le classi sedevano al sole, mangiando panini sul prato dei Giardini Margherita. Non osavo andarle vicino, ma lei si venne ad accomodare accanto a me. La gonna un po’ sollevata, poi ricomposta di lato, in maniera compita. Le gambe nude, libere finalmente dai collant di nylon che aveva portato per tutto l’inverno. Per la prima volta non fece parlare me, ma si lasciò andare ad una confidenza. Il panino glielo aveva preparato il fidanzato che gestiva un supermercato al suo paese. Glielo aveva portato alla corriera, tutto trafelato, quando lei, quella mattina, era partita di buon’ora per raggiungere la scuola.

Potevo pensare che una simile creatura, affascinante, non avesse un compagno con cui condividere la vita? No, eppure mi ero illuso.

Quando approfondii l’argomento, mi rispose che lei e Dario stavano insieme da due anni, e che a settembre si sarebbero sposati. Era già quasi tutto pronto.

Il colpo che mi colpì al petto fu forte, quasi letale, direi.

Da allora non fu più lo stesso. Mancavano ancora pochi giorni alla fine della scuola, che vivemmo come due estranei. Lei ormai sapeva tutto del mestiere, era diventata un’esperta. Non credo avesse più bisogno di me.

Nonostante il buon rendimento e la sua influenza positiva, non fu confermata per l’anno successivo. La titolare, tal maestra Valli, che si era presa una sorta di “anno sabbatico” per motivi di salute, si riprese e tornò al proprio posto, nella sua classe.

Non vidi mai più Iris. La ricordo pensierosa, di spalle, forse commossa, mentre dopo aver salutato il corpo docente raggiungeva la corriera.

Quel giorno fu come morire un po’.

Di lei mi mancano tuttora la sua intelligenza e il suo sguardo ingenuo, aperto sul mondo. La sua giovinezza, credo.

Un po’ come tutte quelle cose che avrebbero potuto essere, e invece non sono mai state.

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Chi lo ha scritto

Cristina Biolcati

Nata a Ferrara nel 1970, vive a Padova. Laureata in lettere, è una grande appassionata ed autrice di poesia. Ama l'arte, la filosofia e la lettura. Collabora per alcune riviste online, dove scrive recensioni e articoli di attualità. Studia da sempre lo squalo bianco, per il quale nutre una grande passione.

Cosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    La poesia delle cose pulite, semplici,quotidiane. Una bella storia d’ altri tempi, quando pudicizia, discrezione, rispetto vegliavano sulle persone portandole con discrezione alla mèta. Desideri e sogni cedevano il passo a rapporti corretti, imperniati sull’ attesa rispettosa del capire chi si era e quale direzione si doveva prendere. Magari con una lieve nostalgia velata d’ incertezza nascoste con pudore da un corpicino esile e dignitoso che volge inesorabilmente le spalle su ciò che forse poteva essere, ma che non poteva sostituire le certezze e la dignità di ciò che è. Chissà se poi la vita ha ripagato tanta correttezza, tanta lealtà, tanta dignità? O se quella piccola maestrina non ha pianto e rimpianto mille volte il passo incompiuto che forse sì le avrebbe arrecato difficoltà e pregiudizi, ma forse un amore e una vita placidi ancorché banali. Chissà se quel ragazzo premuroso che s’ era affannato a portarle il panino alla corriera dimostrando tutta la cura e devozione per lei, ha saputo o potuto evitare a quella dignitosa maestrina gli affanni , i dolori, le fatiche immense che talvolta gli innamorati giovani si trovano ad affrontare, soli, sposi appassionati, pieni di speranze e progetti, ignari della crudeltà che spesso si nasconde tra le pieghe insondabili del futuro. La vita non ripaga rinunce e dignità. Il destino generalmente colpisce ferocemente proprio chi ha messo prima di tutto davanti a sé la dirittura d’ animo, l’ amore vero e insostituibile, la passione del fare, la speranza di costruire un futuro migliore per chi hai di più caro.

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