La Crisi Invisibile

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Un nuovo spettro si aggira per il mondo, parafrasando un famoso incipit, e riguarda il nostro ecosistema: la crisi ambientale. Nonostante se ne parli dagli anni 70, con articoli, documentari e appelli delle varie autorità, essa rimane sempre sullo sfondo, poco percettibile e poco visibile, al contrario delle altre crisi dell’epoca moderna. Eppure essa è la Crisi per eccellenza, la più pericolosa di tutte. Infatti al contrario delle altre causate dall’uomo da cui l’umanità si è sempre ripresa in breve tempo (a meno di non ritrovarsi di fronte allo scenario più estremo: la guerra nucleare), quella ambientale sta innescando variabili impazzite su scala planetaria, le quali non potranno essere resettate o riequilibrate in pochi anni e che influenzeranno le generazioni a venire con effetti a catena sulla società umana.

La sua sfuggenza deriva dal fatto che in una società eccessivamente mediatica e iper-velocizzata non risaltano immediatamente ai nostri occhi i danni e le sue conseguenze. Le manifestazioni più evidenti, come anomali uragani, sbalzi di temperature anormali per le stagioni leonov2in corso e lo scioglimento dei ghiacciai, vengono vissute come eventi temporanei e slegati da un meccanismo più grande e complesso. La moria accelerata di molte specie animali e il suo l’impatto sulla catena alimentare allarmano gli esperti del settore, mentre la stragrande maggioranza della popolazione ne ignora i pericoli o legge al massimo una notizia all’anno in fondo al giornale. I vari campi della crisi ambientale vengono spesso presentati dai media mainstream come slegati, con forse una maggiore punta di interesse verso il riscaldamento globale. Ma in un ecosistema come il nostro ogni variabile influisce l’altra finendo per generare continue reazioni a catena.

Attualmente il dibattito più vivace riguarda il riscaldamento globale. Manca ormai un mese alla Conferenza di Parigi, designata da tutti i leader come quella decisiva per fermare le emissioni industriali e spingere il mondo verso il sentiero delle energie rinnovabili e dell’eco-sostenibilità. Anche se bisogna dire che il termine “decisivo” è stato usato negli ultimi anni per molte conferenze, come quella che ha portato al semi-fallimentare protocollo di Kyoto o quella più antica di Rio de Janeiro.
Ogni volta i leader globali partono con le migliori promesse ed auspici, salvo poi ottenere nella realtà risultati nettamente inferiori; o addirittura gli accordi non vengono ratificati o minimamente rispettati. La stessa intesa raggiunta nel 2014 fra Stati Uniti e Cina  è suonata alle orecchie degli scienziati come una pallida soluzione, con tempistiche dilatate e a dir poco ridicole, mentre il problema sta ormai impattando violentemente sul nostro ecosistema (attendere il 2030 è considerato una follia da molti scienziati e attivisti).

Tutta questa inerzia e lentezza nasce a causa del tabù supremo che circonda la nostra epoca: il sistema industriale-tecnologico e le sue US President Barack Obama press conference in Chinaconseguenze. Infatti per fermare realmente la crisi ambientale andrebbe rimesso in discussione il nucleo del nostro Sistema e con esso la fortuna economica delle classi dirigenti globali, come ha sostenuto nel suo recente libro Naomi Klein.
Un cambiamento radicale e rapido andrebbe a sconvolgere il mercato energetico, dal valore di migliaia di miliardi di dollari, il quale si basa sugli idrocarburi e che ha conosciuto una seconda giovinezza con lo shale gas, lo shale oil e le sabbie bituminose (che inquinano molto di più rispetto alle vecchie trivellazioni), soprattutto negli Usa e in Canada. Nessun leader politico ha il potere o il coraggio di affossare uno dei pezzi da 90 dell’economia globale, specialmente quando queste aziende sono molto generose nel finanziare campagne elettorali e lobby. Al massimo si prende qualche iniziativa limitata (come Obama sull’oleodotto Keystone XL) senza intaccare profondamente il problema. A questo si aggiunge poi la resistenza di tutti gli altri comparti industriali e dei paesi emergenti che vogliono la loro fetta di sviluppo, in primis la Cina, i cui leader parlano tanto di energia verde, salvo poi ritrovarsi uno dei paesi più inquinanti del mondo con intere città ammorbate da nuvole tossiche. Ma al di là delle ostilità delle èlites economiche vi è una resistenza ancora più forte che è quella culturale: i consumatori sono stati abituati, vezzeggiati e spinti ad un consumismo fuori controllo in nome della crescita infinita, tutt’ora ribadita come un mantra da tutti. Pretendere di riconvertire in pochissimo miliardi di individui è un impresa impossibile anche per una divinità.

Alcuni degli ambientalisti/economisti più ottimisti confidano apertamente nelle conversione verde del capitalismo, senza traumi e in leonov5modo alquanto rapido. Una tesi assai discutibile e a dir poco ingenua a fronte della complessità del problema. Perchè se è vero che i paesi del Nord Europa hanno ottenuto notevoli progressi, suona alquanto utopico pretendere lo stesso tasso di efficienza e trasparenza dal resto del leonov4mondo, fra democrazie corrotte e regimi dittatoriali. Ma anche sperando che miracolosamente vengano fermate le emissioni carboniche, attraverso accordi globali o misteriose invenzioni della scienza (e tecniche sinistre…), rimarrebbe tutto il resto del problema, che va da i rifiuti tossici fino alla cementificazione selvaggia del nostro territorio, con un aumento continuo delle malattie tumorali e dei disastri dovuti al dissesto idrogeologico. A questo bisogna aggiungere la moria esponenziale degli animali con ripercussioni sulla catena alimentare, come testimoniato nel libro di Elizabeth Kolbert, a causa della diffusione dell’uomo e del suo mondo tecnologico

I vari aspetti della crisi ambientale (riscaldamento globale, inquinamento, deforestazione, estinzioni di massa, ecc) si influenzano e si potenziano a vicenda, causando crisi economiche, guerre e immensi flussi migratori con rischi serissimi per la stabilità della nostra società. E non si parla del 2050 o del 2100, ma già degli anni che stiamo vivendo.
Tutto questo dovrebbe spingere ad un allarme generalizzato 24ore su 24, come se fossimo di fronte al principio di un cataclisma, ma in verità
stiamo ottenendo solamente un mezzo sibilo confuso nella cacofonia quotidiana. In questi giorni l’Indonesia sta bruciando nell’indifferenza di quasi tutti i media, mentre nell’arco di tre settimane è stato rilasciato nell’atmosfera l’inquinamento annuale della Germania. In Amazzonia continuano le deforestazioni, i rifiuti continuano ad essere scaricati nel Terzo Mondo, mentre in Italia un pezzo di terra viene mangiato dal cemento ogni secondo.

Una crisi resa invisibile, ma purtroppo tremendamente reale con cui dobbiamo necessariamente fare i conti. Ora.

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