Klaudio Ndoja. Campione di semplicità

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“Quello che non mi uccide mi fortifica”. Questa frase la disse Friedrich Wilhelm Nietzsche, considerato uno dei massimi filosofi e pensatori di ogni tempo. A distanza di più di un secolo, questa frase, che è diventata un mantra per tanti, credo la si possa definire la “cartina tornasole” della stupenda storia di vita e di sport che vede come protagonista Klaudio Ndoja. Forse nella testa di Klaudio questa frase ha riecheggiato parecchie volte, soprattutto quando il senso ed il bello della vita erano sommersi da macigni pesantissimi e sembravano volare via. La fatica e lo sgomento pareva non finissero mai, come se stessero diventando una colonna sonora, sempre li ad accompagnare la quotidianità, facendo sentire instancabilmente l’indesiderata presenza.

Ndoja 1Klaudio, oltre ad essere forte fisicamente (2,01 cm per 102 kg), dentro, nel proprio essere spirituale era ancora più forte. Il suo dialogo interiore era positivo e pieno di gratitudine, sempre e comunque, nonostante molte cose non le capisse e non le condividesse. Era sempre orientato alla vita, quella vera che rende ogni momento un dono da vivere dando il meglio di sé, indipendentemente da tutto e da tutti. Questa sua propensione l’ha portato a rialzarsi, a ripartire, a dire a sé stesso e agli altri che nella vita Klaudio non vuole smettere di stupirsi e di stupire, perché, come dice lui, la morte è certa, la vita no.

La sua incredibile storia è stata raccontata in un libro “La morte è certa, la vita no” (Imprimatur) scritto impeccabilmente dall’autore, Michele Pettene. La storia parte. Pronti? Via.

Klaudio Ndoja nasce in Albania il 18 maggio 1985. La sua infanzia la passa in un contesto triste e deprimente. L’Albania era alle strette, piena di povertà e malavita. Il clima era cupo, la serenità non si sapeva cosa fosse e tutto era deciso dal regime comunista che in quel momento governava l’Albania. Le persone non avevano libertà o per lo meno non quanta ne avrebbero voluta. La famiglia era unita nelle difficoltà, i genitori cercavano di non far pesare questo status ai figli, lasciandoli il più possibile liberi di crescere. I soldi erano pochissimi, il lavoro arrancava e la situazione sociale andava peggiorando. Klaudio cercava di trovare il bello in tutto questo come meglio sapeva esprimersi, giocando a basket. A casa, nei pomeriggi liberi, appena ne aveva la possibilità si divertiva a immaginarsi nei grandi palcoscenici della pallacanestro, compiendo numeri da campione sentendo che tutti erano pronti ad esaltarsi per lui.

Una situazione drammatica che nelle pagine scritte da Michele, “trasportano” in quel momento storico, forse uno dei più brutti della storia dell’Albania. Un senso di terrore e angoscia ti persuade leggendo queste pagine intrise di momenti pieni di paura e confusione, due “strategie” potentissime che i regimi cercano di infliggere nella mente delle persone, per renderle schiave e suddite. Col passare degli anni il popolo albanese non ne poteva più di vivere nel dimenticatoio, senza dignità. Nel 1991 cadde il regime. La reazione fu veemente, tale da scaturirne una vera e propria guerra civile. Amici e colleghi che fino a poche ore prima si trovavano a condividere qualcosa assieme erano diventati in un battito di ciglia, nemici. Si arriva al 1993 dove presero sempre più campo forme di delinquenza. Nessuno aveva in mano la situazione. Il governo era spaccato e la libertà era ancora un’utopia. Gli anni passano. 1997: la guerra civile che già aveva mosso i primi passi negli anni precedenti esplode in pieno, instaurando un sistema anarchico che non attenuò per niente il caos scaturito. I più vivacchiavano sognando la fine di tutto ciò o aspirando a mete lontane, dove regnasse una vita degna di essere chiamata tale.

Klaudio cresceva all’interno della famiglia, accudito pazientemente dalla nonna Hoxka. Protetto e fatto sentire importante, insieme alla sorella Alba.

KlaudioKlaudio non smetteva di sognare e di vedersi grande, soprattutto in un campo da basket. Un piccolo sogno si realizzò quando il padre gli portò a casa un canestro, tanto desiderato da Klaudio. Tornato da scuola si accorse subito della sorpresa. Ora poteva davvero sbizzarrirsi nelle giocate. Da quel momento il basket entrò sempre di più nella sua vita, facendolo divertire e “isolandosi” dal frastuono della vita che lo circondava. A nove anni iniziò ad allenarsi con la sua prima vera squadra, lo Scutari Basket. Entusiasmo e tanta adrenalina lo portarono ad essere contentissimo ogni qualvolta doveva affrontare un allenamento o una partita. Il suo coach Korab Llanzani, da subito diventò un punto di riferimento, un maestro in campo e fuori. Per sfortuna di Klaudio, l’allenatore non rimase per molto a Scutari. Un legame spezzato che poco dopo allontanò anche Klod dallo Scutari Basket. Si accasò nella seconda ed ultima squadra della sua giovinezza albanese, il Vllazvnia. Il coach di quella squadra, Nikolin Mirashi non aveva quell’empatia che seppe trasmettergli subito Korab. Klaudio rispondeva comunque sempre più alla grande. Le sue doti cominciavano ad “uscire”, soprattutto nelle partite. Con quel fisico imponente e mingherlino, riusciva ad imporsi e ad imporre il suo gioco, potente ed efficace.

Nel febbraio del 1998, la vita di Klaudio e dell’intera famiglia Ndoja ricevette un forte scossone. La situazione era sempre più critica e sull’orlo di una vera e propria crisi di nervi. La goccia che fece traboccare il vaso e che portò il padre Paulin a decidere di andarsene capitò nel cortile di casa. Kluadio e la sorella Alba stavano giocando a basket nel cortile di casa. La sorella, che a quel tempo aveva otto anni, nel bel mezzo del suo raccogliere e passare la palla al fratellone, venne colpita al polpaccio da un proiettile vagante. Klaudio rimase attonito davanti a quanto successo. La decisione del padre ricevette una netta ed evidente conferma: fare le valige e lasciare l’Albania. Non c’era soluzione migliore. Una scelta di vita, per garantire un futuro migliore alla famiglia. Klaudio ricevette l’ultimo saluto dalla tanto amata nonna Hoxha, che gli lasciò quattro spiccioli, quel poco che aveva per aiutarlo a compiere questo viaggio. La decisione, le scelte prese dalla famiglia, il viaggio tanto intenso quanto incredibilmente forte e crudele, sono raccontate in modo eccelso da Pettene. Parole, frasi, righe di una pesantezza e un coinvolgimento che riescono a far capire alla perfezione quei momenti vissuti dalla famiglia Nodoja e soprattutto da Klaudio. Il popolo albanese non riusciva più a reggere questo duro colpo e, in massa si spostava verso terre lontane, dove si potesse vivere e progettare un futuro.

Dopo un viaggio infinito e travagliato, intriso di terrore e infamia, la famiglia Ndoja arriva in Italia, precisamente a Brindisi. Il padre decise che l’Italia poteva essere il paese giusto per ripartire. Con sole cinquecentomila lire in tasca erano partiti verso la nuova meta. Solo il pensiero di non avere disponibilità economiche li riempiva di un senso di insicurezza totale. Oltre ai soldi, non avevano i documenti. Erano clandestini, e vista la situazione albanese, i paesi adiacenti erano sempre più irritati da queste continue flotte di persone che ogni giorno arrivavano. La loro più grossa paura era quella di essere rimpatriati. E sarebbe stata la fine. Klaudio, con una fede forte, coltivata anche con l’aiuto della nonna, mise tutto il loro travagliato percorso nelle mani di Dio, sapendo che lui avrebbe dispensato solo il bene per la famiglia. E cosi, giorno dopo giorno la storia cominciava a prendere colore.

Il padre, appena arrivati sulla spiaggia di Brindisi, fu costretto a comprare dai mafiosi che li avevano portati sino lì con lo scafo i biglietti del treno. Arrivarono a Reggio Emilia e grazie ad uno zio riuscirono a trovare una luogo dove alloggiare. Intanto Klaudio non smise di giocare con la sua palla a spicchi. Ebbe subito la possibilità di fare un provino per il Montegranaro basket. Non se ne fece nulla. Peccato, ma di li a poco Kluadio si sarebbe tolto enormi soddisfazioni.

L’ambientamento in Italia cominciava ad esserci e pure il suo basket migliorava, a vista d’occhio. Arrivati a Palazzolo Milanese Klaudio cominciò a prendere contatto con la realtà dell’oratorio di quel paesino. Passava i pomeriggi a giocare a basket al campetto “del prete”. Nessuno lo conosceva, ma Klod faceva “parlare” la palla, con il suo talento. Il parroco del luogo si accorse di questo ragazzo nuovo che si divertiva a tirare a canestro e cominciarono a conoscersi. Klaudio, ancora intimorito, non lasciava trasparire tanto di sé. Il parroco Don Marco, un giorno, vista la sua bravura, gli propose di giocare nella squadra dell’oratorio che disputava il campionato del CSI. Klaudio accettò e da lì le porte del grande basket si spalancarono. Non solo il parroco notò la sua bravura ma tanti altri che se ne intendevano di basket. Venne notato dai rappresentanti della squadra di Desio. Gli dissero se volesse andare a fare un provino. Non ci furono dubbi: la stoffa c’era occorreva solo coltivarla e farla crescere. Dopo due anni a Desio lasciò squadra e paese per trasferirsi nel 2003 a Codogno e entrò nelle fila della società del Casalpusterlengo. Poco dopo qualcosa si ruppe per cui decise di accettare la proposta di Sant’Antimo e terminare lì la stagione sportiva. Si spostò nei pressi di Napoli senza la famiglia. Un bel passo per un ventenne. Dall’oggi al domani il salto fu deciso e importante: decise, in quel momento, di fare del basket la sua vita, diventando professionista e cercando di dare il massimo per raggiungere la serie A. Anche quest’esperienza non fu delle migliori. Minutaggio irrisorio che nell’estate del 2006 gli fece decidere di accettare l’offerta del Borgomanero, in B2. La squadra aveva deciso di puntare su di lui per raggiugere risultati importanti. Era il preludio al tanto sospirato sogno: la serie A.

L’anno a Capo d’Orlando fu la sua consacrazione: toccò il cielo con un dito. Non aveva ancora giocato un minuto da professionista e si trovò con la canotta dell’Orlandina, nella massima serie. Un stagione esaltante fatta di tante soddisfazioni e di amicizie coltivate che sono rimaste nel cuore di Klaudio. In squadra c’era il talentuoso Gianmarco Pozzecco, alla sua ultima avventura da giocatore. Incantava Gianmarco, in campo e fuori. La sua sfrontatezza in campo la dimostrava anche alla sera quando si divertivano, durante le feste passate in compagnia. Klaudio rimase colpito dal Poz e viceversa. Il carattere forte e determinato di Klod, la voglia di non mollare legata anche alla sua storia riempì di ammirazione Gianmarco che ha stretto una bella amicizia con Klaudio che l’ha portato anche a scrivere, con ottime parole, la prefazione del libro. Emozioni che rimangono e che ti fanno sentire vivo. La stagione si concluse in gara tre di playoff contro Avellino. L’estate successiva fu tormentata: l’Orlandina fu estromessa dalla serie A. A Klaudio era stato chiesto di andare in B2 a farsi le ossa ma non ne volle sapere. Voleva rimanere e dire la sua, in campo. Poi il botto inatteso.

Nel 2008 Klaudio firmò il secondo contratto da professionista nell’Harem Scafati che era retrocessa in LegaDue. ll basket di Klaudio con le direttive degli allenatori sin qui avuti cominciava ad essere efficace e produttivo. La stagione terminò brutalmente. Dopo aver perso le semifinali dei playoff 3-0 contro Sassari la società non riuscì, già sul finire della season, a pagare i giocatori e in massa, i migliori, se ne andarono, compreso Klaudio.

Il 19 luglio 2009 firma il contratto annuale con la Fileni Aurora Jesi in LegaDue. In questa stagione nacque una delle amicizie più forti con Marco Giuri che lo aiutò a “staccare” dalle difficoltà che stava vivendo la squadra. Solo il fallimento della società Basket Napoli evitò la retrocessione in B1. Siamo alla stagione 2010-2011: Klaudio dopo un’estate dove erano arrivate tante offerte, decise di legarsi alla società di Ferrara in LegaDue. In quest’annata ebbe l’incontro più significativo e costruttivo sotto tutti i punti di vista con il suo coach, Alberto “Martello” Martelossi. Un rapporto che inizialmente fu molto schivo e scorbutico, con un primo incontro non positivissimo. Poi con il passare dei giorni entrambi cominciarono a conoscersi, a capirsi e a rispettarsi. Alberto capì cosa voleva Klaudio e lo stesso fece il giocatore albanese. Una stagione fondamentale che lo preparò alla stagione più esaltante e produttiva della sua carriera di cestista.

Libro NodjaDal 2011 al 2013 Klaudio si accasa nelle file dell’Enel Brindisi. Tutto sembra quasi una favola, a lieto fine. In lui ritornavano alla mente qui giorni agognati del viaggio terminato sulla spiaggia proprio di quel paese, Brindisi. Se era tutto deciso dal destino, l’aveva proprio pensata bella. La stagione è ricca di soddisfazioni: nonostante le difficoltà iniziali dove Klaudio scendeva in campo con uno minutaggio ridicolo, riuscì, dopo un infortunio pesante che lo tenne lontano dai campi per un po’, a rientrare da protagonista quando la stagione era nel “clou”. Partite fondamentali che avrebbero reso esaltante o meno quella stagione. Partiti in sordina gli uomini di Bucchi, accelerano e decelerano progressivamente durante l’arco della stagione. Nei momenti cruciali però la squadra fa vedere il suo vero valore. Arrivano secondi dietro Reggio Emilia e ciò determina la partecipazione e lo svolgimento dei playoff per la tanto sospirata promozione in serie A. Dopo aver battuto nei quarti Ostuni e nelle semifinali Barcellona Pozzo di Gotto, arrivò la serie decisiva contro Pistoia. Gara 1 fu una disfatta per Pistoia con Brindisi che gli rifilò una sonora sconfitta. Si rifecero ma non come speravano in Gara 2, anche se il risultato non cambiò. Vittoria per Brindisi e due a zero nella serie. Per Pistoia la situazione si fece ardua. Per Brindisi sembrava tutto fatto. Gara 3 in casa dei brindisini scoperchiò le carte: vittoria a sorpresa di Pistoia con una brutta gara dell’Enel. Gli animi cominciarono ad essere tesi. La successiva gara poteva essere il corollario di una stagione super oppure rimettere tutto quanto in discussione. In gara 4, a Pistoia, Klaudio decise di prendersi sulle spalle la situazione, la squadra e tutte le responsabilità. I momenti conclusivi della partita, scritte a dovizia nelle pagine del libro, ti riempiono di agonismo e ti portano a “tifare” perché questa storia si concluda nel migliore dei modi. Klaudio sale in cattedra grazie anche all’esperienza e al suo vissuto extra sportivo. Nei momenti di difficoltà, di fatica, dove occorre dare qualcosa in più, Klaudio risponde presente. Le difficoltà non lo incutono. Lo fanno essere ancora più concentrato e determinato perché sa che il suo apporto può essere fondamentale, decisivo. Vinse Brindisi 88-86. Una partita da cardiopalmo, soprattutto nei minuti finali dove entrambe cercavano il tutto per tutto. Klaudio segnò due tiri liberi fondamentali che portarono Brindisi avanti consentendo alla squadra di riprendere energie per i minuti finali. Le ultime pagine di questo capitolo riempiono il cuore: gioia, esaltazione, gratitudine, ammirazione. Emozioni forti e belle. Una storia che si conclude a dovere. Finalmente Klaudio era stato determinante per la squadra e per il risultato stratosferico raggiunto. Tutto è partito da li nel 1998. Chi l’avrebbe detto che dopo poco la storia avrebbe riservato queste pagine stupende? Forse neanche Klaudio immaginava, dentro di sé, qualcosa di cosi potente.

Un libro che credo debba essere letto, da tutti. Non solo da chi mastica quotidianamente pallacanestro o lavora nel mondo dello sport. Questa storia prima ancora che essere una stupenda storia di sport è davvero una storia di vita, quella vera che riserva cose inaspettate e molte volte apparentemente inspiegabili ma che poi, offre sempre la possibilità di ripartire, di ritornare ad esprimersi, nel proprio essere e nella propria unicità. Sviluppare i propri talenti e le proprie capacità nell’eccellenza, credo sia il modo migliore per ricambiare con estrema semplicità il dono immenso e gratuito che è la vita che Dio ci ha donato. Credo non occorra avere fede per capire che questo è un dono pazzesco che merita di essere reso tale dando il massimo, ogni giorno nelle piccole faccende quotidiane, ringraziando a cuore aperto.

Nella bella storia di Klaudio colpisce, a mio modo di vedere, la forza e la capacità intrinseche nel suo essere che ha messo in mostra ogni volta che, nell’arco della sua vita, si è trovato ad aver a che fare con le difficoltà. Non si è soffermato a piangersi addosso o a pensarsi inadeguato e incapace. Ha sempre risposto con positività, conscio delle sue qualità e del fatto che nulla poteva schiacciarlo, nulla poteva bloccarlo e non permettergli di essere se stesso, in campo e fuori. Il suo carattere forte in alcune circostanze l’ha “tradito”. La sua testardaggine a volte è stata un limite. Ma nel complesso della sua storia, è stata la sua arma segreta, quell’arma che non ti fa mai dubitare di te stesso. Una storia che, grazie a Dio ho avuto l’onore di conoscere e che mi ha dato e fatto capire quanto la forza d’animo, il proprio “parlarsi dentro”, siano davvero capaci di far superare ogni difficoltà, se si è sempre più capaci di ascoltarsi nel profondo, amandosi e amando.

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