In nome delle crocchette per gatti

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Lo scontro tra Occidente ed Oriente prossimo o, in particolare, tra Europa occidentale e cristiana e medio Oriente musulmano è “vecchio quanto il mondo”. Sei anni dopo la morte di Maometto, nel 638, gli arabi musulmani conquistano il Santo Sepolcro di Gerusalemme; nel 674 sono fermati a Costantinopoli (l’odierna Istanbul, all’epoca centro della Cristianità, secondo solo a Roma), e poi dai Franchi guidati da Carlo Martello a Poitiers (Francia), nel 753.

Poi ci sono le Crociate, lo scontro “per eccellenza” tra Islam e Cristianità, che durano un paio di secoli. Nel frattempo, ha luogo anche “la Reconquista”, ossia un processo di 750 anni durante il quale l’attuale Spagna viene “liberata” dai musulmani e che culmina il 2 gennaio 1492 con la conquista di Granada ad opera dei “Re Cattolici” Fernando e Isabella. Intorno al 1300 sulla scena mediterranea appaiono i Turchi, che si fanno musulmani, e che, nel 1453, conquistano Costantinopoli, un evento di portata storica che genera panico in tutto l’Occidente a cominciare dal Papa, che se la vede assai brutta quando gli stessi Turchi sbarcano ad Otranto (1480) e scorrazzano più di una volta sulle coste tirreniche della penisola italica.

"El triunfo de la Santa Cruz" del pittore Marceliano Santa María.

“El triunfo de la Santa Cruz” del pittore Marceliano Santa María.

Per allontanare la minaccia islamica, il Papa organizza una coalizione cristiana che, nel 1571, rifila una sconfitta ai Turchi a Lepanto (nell’attuale Grecia) e dà sollievo all’Occidente soprattutto perché dimostra che l’avanzata musulmana può essere fermata. Tuttavia i Turchi non hanno esaurito la loro spinta: nel 1669 conquistano Creta, l’ultima isola del Mediterraneo orientale rimasta in mano ai Veneziani e, nel 1683, assediano Vienna che viene salvata da un esercito cristiano (polacchi, austriaci, italiani, tedeschi) senza il quale – probabilmente – buona parte dell’Europa occidentale sarebbe oggi musulmana.

Poi l’Impero Turco comincia a decadere, l’universo arabo si frammenta e comincia la colonizzazione delle potenze occidentali in tutto il mondo e anche in numerose aree zone musulmane. E arriviamo ai giorni nostri.

Anche se fa brutto dirlo, la guerra cominciata l’11 settembre 2001 tra vari gruppi terroristici islamici e l’Occidente, di cui gli eventi di Parigi del 13 novembre 2015 sono un tragico episodio, può essere certamente considerata uno scontro tra una parte certamente minoritaria del mondo medio-orientale musulmano e quello occidentale e dunque – con le dovute distinzioni che qui non intendiamo discutere – una prosecuzione del suddetto scontro millenario. Inoltre, piaccia o no, il fatto che oggi viviamo in una società occidentale, lo dobbiamo anche ai nostri antenati che sguainarono le loro spade contro i “mori”, a Costantinopoli, Poitiers, Granada, Lepanto, Otranto, ecc..

E cosa guidava i nostri progenitori in questo scontro di civiltà? Cosa tenevano in mano oltre alla spada? Una croce. C’era una croce sulle loro bandiere, sui loro scudi, nelle loro chiese, nei loro cuori, ovunque. Certo, combattevano anche per salvare la pelle, le proprie case, la propria economia, ecc., ma in ballo c’era anche e soprattutto Dio e la religione. Oggi, noi occidentali, nel bel mezzo di questa nuova guerra, minacciati nelle nostre città e nell’intimo delle nostre vite, cosa teniamo in mano?…un mojito….

Capiamoci. È evidente che questo è uno scontro di valori o – diciamolo senza timori – uno scontro di civiltà. Ciò non significa che l’intero mondo musulmano è in guerra contro i valori occidentali, ma una sua parte (minoritaria e radicale) certamente sì, perché li ritiene incompatibili con quelli che invece essa ritiene giusti (e che l’Occidente in gran parte non condivide). Dunque, noi occidentali, ci sentiamo attaccati non solo fisicamente, ma anche sul piano dei valori. Ma quali sono questi valori? In cosa ci sentiamo davvero minacciati? Cosa temiamo di perdere? Per cosa siamo disposti, oggi, nel 2015, a combattere (non necessariamente con le armi)? Non certo per la croce, non certo per la religione, non per il nostro essere cristiani. Ammesso e non concesso di far coincidere l’Occidente con la Cristianità, in questa guerra, assai pochi fanno riferimento alla religione cristiana come valore da difendere, il Papa non è il referente dell’Occidente, al contrario di quanto accaduto ai nostri antenati a Lepanto, Otranto o Vienna.

Fila per l'apertura di un centro commerciale a Roma

Fila per l’apertura di un centro commerciale a Roma

Negli ultimi tempi, tanti valori che consideriamo “occidentali” non stanno brillando particolarmente: la democrazia è sempre più una parola vuota, vittima dei poteri finanziari e delle multinazionali, la politica è distante dai cittadini, c’è assenza di partecipazione. L’uguaglianza è anch’essa in crisi: il divario tra ricchi e poveri aumenta in maniera sconfortante, in Europa si stanno creando ghetti nelle città, nelle scuole, in ogni contesto sociale e negli USA la discriminazione nei confronti dei neri non accenna a diminuire. Chi sono i modelli del mondo occidentale? Spesso imprenditori senza scrupoli che hanno fatto soldi a palate non solo grazie alla propria genialità, bensì anche e soprattutto grazie a voracità, arroganza, prepotenza. Il danaro è divenuto sempre più la misura di tutto: di ciò che è giusto o non giusto fare; sia nelle nostre piccole vite che a livello planetario (un esempio su tutti: ci si muove realmente sulle questioni climatiche/energetiche solo se e quando è economicamente vantaggioso farlo). Il benessere delle nostre società occidentali è misurato da un indice prettamente economico come il Prodotto Interno Lordo (PIL) che, in gran parte, dipende dalla nostra capacità di comprare (e buttare) beni di consumo a ritmi sempre più sostenuti. E noi, volenterosamente, obbediamo a quest’ordine non pronunciato, riempiendoci la vita di oggetti superflui e desideri indotti, per i quali siamo disposti a comportarci in maniere che sfiorano l’auto-schiavizzazione.

E allora? Quali sono i valori positivi dell’Occidente che oggi hanno il significato che ieri aveva la croce? Cosa vogliamo davvero difendere del nostro modo di vivere (oltre alla vita stessa ovviamente)? Io direi la libertà di stare seduti ad un caffè chiacchierando con gli amici, di andarsene ad un concerto a ballare in allegria, di provare un’esperienza di vita lontano dalla propria città e fare volontariato con “Emergency”, di andarsene a passeggio per la città facendo fotografie, chiacchierare con gli amici sorseggiando una birra fatta in casa. O organizzare una rassegna teatrale in un piccolo teatro di provincia che pareva abbandonato, scrivere su una rivista online per il puro piacere di farlo senza guadagnarci un Euro, far scoprire il mondo ai propri figli, insegnare l’italiano agli immigrati, ecc. ecc..

Valeria_Solesin-2006-in-viaggio-verso-Ovieto-per-Emergency-©-Luca-Ferrari

Valeria_Solesin. [foto: Luca Ferrari]

In altre parole, il valore supremo che noi occidentali dobbiamo difendere in questa guerra è la libertà di vivere “vite non illustri”, che sono proprio quelle colpite a Parigi nel novembre 2015, dedicate non all’ansia di accumulare danaro o diventare “famosi”, quanto al piacere di trascorrere i pochi anni che ci sono concessi in maniera “normale” ; vite fatte, come detto dal padre di Valeria Solesin al suo funerale, anche di “bistrot, le birrerie dove amavano incontrarsi tante ragazze e ragazzi come Valeria. Gioiosi, operosamente rivolti a un futuro che tutti, mi pare, assieme a lei vogliono migliore”.

Insomma vite fatte anche di sorrisi e felicità per cose semplici, di creatività, di normalità e di un sano e sacrosanto “cazzeggio”, che può essere simboleggiato da un mojito sorseggiato tra amici. Uno spirito che può e deve essere “operoso” e non menefreghista, aperto verso l’”altro” e non intollerante, come – ancora una volta – dimostrato dal funerale di Valeria Solesin, a cui, per volere dei genitori, hanno partecipato i rappresentanti dei credo di questo Paese. Non a caso, una delle prime risposte dei parigini dopo il massacro del 13 novembre 2015, è stata la rivendicazione del loro piacere di starsene seduti al caffè. Un “cazzeggio” creativo e allegro ben rappresentato anche dai geniali bruxellesi, che hanno risposto alla richiesta della polizia di non “twittare” informazioni sugli spostamenti degli agenti per non favorire i terroristi durante il coprifuoco di domenica 22 novembre 2015, riempiendo Twitter di foto di gattini. Il giorno seguente, con altrettanta genialità, la polizia ha ringraziato, “twittando” l’immagine di una ciotola piena di crocchette per gatti (vedasi foto all’inizio del presente articolo), invitandoli a servirsene.

La resistenza alla barbarie è anche questa: non perdere il piacere di leggere anche tra le macerie.

La resistenza alla barbarie è anche questa: non perdere il piacere di leggere anche tra le macerie.

Questo piccolo episodio può apparire una scemenza priva di significato, ma testimonia invece come si possa rispondere al lugubre attacco di chi semina morte e terrore in maniera indiscriminata, con uno spirito di gioiosa e creativa collaborazione di chi, non solo non vuole rinunciare al piacere apparentemente futile di “cazzeggiare” su Twitter anche in una situazione di estrema tensione e dolore, ma anzi, è capace di reinterpretare tale piacere in azioni utili e concrete. Questo è lo spirito, questa è la libertà, questi sono i valori che, in quanto occidentali, vogliamo difendere. Non tanto l’ansia di diventare Steve Jobs o comprarsi l’ultimo Iphone. Non si tratta di banalità come potrebbe apparire, non si tratta di vacue sciocchezze, bensì si tratta di voler mantenere viva la gioia di godere delle cose semplici. Uno spirito analogo a quello evocato dall’immagine potentissima dei londinesi che consultano libri in una biblioteca bombardata durante i giorni peggiori dell’aggressione nazista nel 1940.

La scommessa, tutt’altro che semplice, sarà riuscire a mantenere vivo questo spirito e questo sorriso in una società che – almeno per quanto riguarda la vita quotidiana – assomiglierà ogni giorno di più ad Israele: progressiva militarizzazione delle città, controlli ossessivi, attentati, morti, continue minacce e tensione, costruzione di muri (reali o meno) e crescente tentazione di cedere alla paura e all’intolleranza verso “l’altro”. Purtroppo l’Occidente si trova, dall’11 settembre 2001, nel bel mezzo di una guerra che minaccia il nostro stile di vita e, come dimostrato dai morti di Parigi del 13 novembre 2015, proprio alcuni i suoi aspetti migliori e più fragili. Si tratta di una guerra diversa da tutte le precedenti (del resto anche la guerra – come ogni altra cosa al mondo – cambia nel tempo), che va combattuta con molte armi e con molta intelligenza. Ed una di queste armi è certamente uno scudo (metaforico) su cui campeggia una ciotola con crochette per gatti…

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. Stellanigra

    Chiunque nel mondo, penso, vorrebbe vivere una sana vita di cazzeggio condita ogni tantonda qualche piccolo atto eroico, eccetto sparuti gruppi di malati di mente plagiati da religioni, filosofie o ideologie totalitarie e fondamentaliste.
    Purtroppo, però, per rendere sostenibile il cazzeggio e la vita non speciale di alcuni ci vogliono molti altri che campano un inferno in terra durante una breve vita di tristi stenti senza alcun futuro.
    Insomma, secondo me, “noi occidentali” (?) vogliamo difendere la nostra libertà di essere ipocriti.
    Se dovessimo scientemente votare ogni guerra, ogni invasione, ogni rovesciamento politico, ogni pratica indegna delle nostre aziende in patria e all’estero, ogni alleanza perniciosa, probabilmente votrremmo comunque “sì” per mantenere il nostro tenore di vita, ma camperemmo con molta poca voglia di cazzeggio, e ciò sarebbe un male per l’economia (sostanzialmente per pochi che contano).
    Quindi, ogni mattina buttiamo giù il nostro bicchiere di ipocrisia e andiamo avanti, spensierati.

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