Emma

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Da qualche giorno avevo un appuntamento con Emma.

Emma, una vecchia compagna del corso di teatro, tanti anni fa. Emma che ballava sul palcoscenico, clown ubriaco e folle. Emma, capelli rossi tinti, fisico asciutto, nervosa. Emma, insegnante, come me. Separata, come me, un figlio già grande.

L’avevo incontrata poi, casualmente, in uno di quei vecchi polverosi e anonimi uffici del Provveditorato, dove prestava ancora servizio: cappello alto di pelliccia, stesso fare nervoso e sfuggente.

Quest’anno, quando andai nello stesso ufficio, per le stesse pratiche, mi dispiacque di non averla trovata. Le lasciai un biglietto. E tutta la mia roba. Per ritirarla mi aveva concesso di andare a casa sua. Decisi di chiamarla.

“Vieni pure, sarò in casa fino alle diciotto e trenta. Abito vicino alla chiesa, gira nello stradone a sinistra, mi trovi al numero trenta.”

Faceva freddo e non scovai subito un posto libero per l’auto. Rifeci la strada con calma e mi ritrovai più o meno al punto dove avevo capito che abitasse. Il portone era nascosto dalla strada. Numero trenta. Suonai. Passò qualche minuto prima che rispondesse. La sua voce, coperta da un’auto che passava, formulò vagamente una risposta.

Entrai in un palazzo disadorno e triste. Salendo le scale avvertivo già la sua presenza. “Abita al primo piano”, pensai, “… no al secondo”. Si affacciò un attimo, mentre finivo di salire. Poi rientrò, lasciandomi sola davanti al suo ingresso, quasi completamente nascosto dai rami di una pianta gigante. Spinsi piano la porta e intravidi Emma nella stanza.

I soliti capelli rossi dritti e lisci, spettinati, davanti agli occhi. Smagrita, occhiali severi, sciarpa, un maglione che l’avvolgeva, lunghi pantaloni color mattone: uno scheletrico lasciapassare.

emmaEbbi la sgradevole sensazione che qualcosa mi stesse soffocando. Quadri enormi, vecchi mobili, foto di famiglie lontane, bambole di ogni tipo, albero di Natale, carte ammucchiate alla rinfusa su un tavolo, stoffa alle pareti. In uno spazio stretto e silenzioso. Mi guardò al di sopra degli occhiali rotondi e dorati. Ed ebbi  la sensazione di guardarmi,  io stessa. Cominciò a parlare. Ma è come se non fosse lì con me. E mentre parlavamo  di pratiche e scontrini fiscali il mio sguardo in incognito vagava in quella stanza troppo piena …

L’unica cosa che riuscii a fissare, e a toccare, fu una bambola alta, di pizzo e porcellana, bella e immobile. Sorridente. Dietro di lei, lontano, si stagliava un grande  quadro, campo di grano, papaveri,  una casa, l’azzurro del cielo. Sfocato.

Emma sembrava volesse racchiudere e nascondere in sé i suoi tesori; nella sua sciarpa, dietro gli occhiali, gelosamente li preservava con gesti attenti dai miei sguardi furtivi e indiscreti. Come fossi andata lì a rubarle qualcosa. Un’intimità offuscata e difesa. Avevo una gran voglia di abbracciarla , quella donna dai tratti vitali e mortali.

Si tolse gli occhiali quando la salutai, dandole un bacio, la mia voce sorpresa dalle parole che fuoriuscivano da sole e io le guardavo girovagare per il corridoio e le stanze in penombra.

Una vecchia foto di famiglia l’ultima immagine che riuscii a fissare nella retina.

Uscii dalla casa, dopo aver trafugato a sua insaputa una minuscola briciola di vita.

La porta si socchiuse piano, dietro la pianta paravento.

Il freddo del mare già si era infilato su per le scale, a ricordarmi i passi. Tenevo la cartella stretta e pensavo ad Emma, chissà quando l’avrei rivista.

Fuori il freddo era tagliente e si stava facendo notte. Cercai la mia auto con gli occhi, benedicendo  la strada.

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Chi lo ha scritto

Milena Pellegrini

Scrivere è l’attività che più mi piace, insieme a tante altre... Mi interessa tutto ciò che è arte, dal teatro alla musica dal cinema alla pittura... Negli ultimi anni cerco di esprimermi anche con la fotografia, che ritengo congeniale alla scrittura e complementare ad essa, in taluni aspetti. Mi piace moltissimo viaggiare e, logicamente, scrivere qualche “reportage” di viaggio e realizzare filmati, aggiungendo musica. Mi entusiasmo, sono curiosa, desiderosa ogni giorno di imparare qualcosa di nuovo.

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