Capitalism – Until the end

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C’è stato (e c’è) chi ne ha intona il de profundis e chi veniva da Treviri per dichiararlo non sostenibile già 150 anni fa. In tanti negli anni ’60 e ’70 lo hanno quasi idolatrato. Ora c’è chi lo vede ormai sulla via di un declino che lo porterà sempre di più verso il basso -until the end- e c’è chi, invece, lo riconosce come l’unica via in grado di sostenere il sistema mondiale trainandolo fuori anche dall’ultima crisi in modo da continuare a generare profitti, until the end.

Da quando W. Sombart e H. Pirenne iniziarono a designare con questo termine (tra il XIX e il XX sec.) un sistema economico con l’obbiettivo primario di far fruttare il denaro posseduto, si può dire che il capitalismo di strada, fino al 2015, ne abbia fatta. Ma perchè proprio ora, per qualcuno, si sta vedendo la fine di questa strada? Qualcuno dubita della sostenibilità del sistema capitalistico dandolo per arrivato al proprio canto del cigno, fino a spingersi, in certi casi, a parlare già di post-capitalismo. Ma che indicazioni ci hanno dato sistemi e mercati in questi ultimi tempi per avvallare certe posizioni? A dire il vero di indicazioni ne hanno date molte e, addirittura, ne hanno date a sostegno di entrambe le posizioni.

Un sistema in un vicolo cieco o all’ennesima svolta?

Lehman Brother Collapse - 2008

Lehman Brothers Collapse – 2008

La certezza da cui partire è probabilmente una sola: di previsioni (e nemmeno di analisi) certe non ne esistono. Infatti, dati alla mano, sembrerebbe che il 2015 sia stato, per certi versi, l’anno del grande ritorno del bull-market sotto molti aspetti e per molte regioni geografiche arrivando, a inizio anno, anche nel vecchio continente e spingendo i listini delle principali borse a macinare punti anche con il sostegno delle banche centrali. Il tutto seguendo quanto già successo in USA, dove le 500 maggiori società quotate hanno aumentato i loro dividendi a una cifra-record di 923 miliardi di dollari a giugno. Fin qui tutto bene, ma sempre stando con i numeri sotto la lente d’ingrandimento, si scopre che i profitti delle stesse calavano dell’8,4% nello stesso periodo, come ha fatto notare un dirigente del gruppo di insitutional brokerage e investment banking CLSA (Credit Lyonnais Secuities Asia). Qualcosa pare non tornare, a meno di non considerare un altro dato: le banche centrali hanno riversato nel sistema denaro a basso costo, denaro che probabilmente è andato ad alimentare l’ingegneria finanziaria di queste strutture con un epilogo più o meno intuibile e semplificabile: pagare (o generare) dividendi con capitali presi a prestito. Per qualcuno tutto ciò non è altro che la manifestazione che l’apparato capitalistico sia ormai arrivato al capolinea, riuscendo, per ora, a salvarsi solo con questi escamotage. Ma c’è anche chi ha visto in tutto questo l’ennesimo coup de théatre che sta portando il capitalismo a trovare un nuovo modo per auto-alimentarsi perché, in fin dei conti e sempre per ora, il sistema sta reggendo.
E di scossoni, anche nel 2015, ne ha avuti parecchi.

Cina, cemento, OPEC e hedge founds

Partendo dalle previsioni euforiche di inizio anno, infatti, si è dovuto poi fare i conti con le situazioni della Grecia prima e della Cina poi (anche se l’ordine temporale probabilmente segue solo “l’ufficialità” delle cose: da tempo c’era chi avanzava dubbi sull’insostenibile leggerezza con cui si muoveva ultimamente il colosso asiatico). Sulla questione greca si è detto e scritto molto; ciò che si vuole sottolineare in questo caso è come l’Eurozona sia uscita unita (almeno in facciata) da una situazione in cui mai come prima si è rischiato di stravolgere e spaccare i trattati dell’Unione. E il tutto per mantenere quello status quo giudicato quindi, almeno da qualcuno, come l’unico sistema adottabile per salvare la situazione. A stretto giro però, il 24 agosto, Wall Street si trovò a dover fare i conti con le peggiori perdite dalla caduta di Lehman Brothers e l’indice Eurofirst300 perse oltre 400 miliardi di capitalizzazioni. Tutto ciò per lo scoppio della bolla cinese (il 9 luglio Shangai toccò quota 2500 miliardi di euro bruciati in tre settimane). Il gigante di Pechino si trovò di fronte al più classico dei crash: l’economia reale non riusciva più a tenere il passo con la speculazione finanziaria e con la sovrapproduzione.

Shanghai stock exchange collapse - 2015

Shanghai stock exchange collapse – 2015

La caduta della Cina ha influito pesantemente su tutto il sistema finanziario globale, evidenziando quel rischio sistemico che il capitalismo moderno ha ormai sviluppato in maniera incurabile. Indicatori “indiretti” della crescita, come la domanda di cemento, hanno evidenziato la dimensione della crisi cinese: quest’ultima ha contribuito a portare la domanda a registrare un -2% per il 2015. Ma ecco, anche in questo caso, l’indicatore di controtendenza: nonostante il fall asiatico, JP Morgan stima un +2% per il 2016 proprio per la domanda di cemento. E il basso livello del costo del petrolio può aiutare la ripresa anche di Pechino e degli altri stati importatori, aumentando i margini di aumento della previsione. Il greggio “a buon mercato” (che qualcuno ha definito un vero e proprio tax cut) però, se da un lato è ossigeno per l’economia cinese (e italiana), dall’altro è una bomba ad orologeria per i paesi esportatori. Il Fondo Monetario Internazionale ha infatti avvertito che se il petrolio continuerà a essere quotato intorno ai 50 dollari al barile, la maggior parte dei paesi del Medio Oriente potrebbe esaurire i propri capitali entro cinque anni e ciò vale sia per il paese leader dell’OPEC (Arabia Saudita), ma anche per chi ha fatto del capitalismo un nemico – politico – per lungo tempo (la Russia). Se poi vogliamo parlare di moneta, Mosca quest’anno ha dovuto fare i conti anche con la crisi del Rublo, con i fondi hedge (uno dei grandi prodotti del capitalismo moderno) a “banchettare” con le vendite allo scoperto sulla svalutazione della moneta e i correntisti pronti a correre agli sportelli, il più grande segno di sfiducia verso il sistema.

Aziende “modello” e unicorni da un miliardo di dollari

Wolkswagen collapse in Frankfurt stock exchange - 2015

Wolkswagen collapse in Frankfurt stock exchange – 2015

A livello monetario però, come detto, l’Eurozona è riuscita a restare unita anche se un colpo inaspettato le è poi arrivato proprio dalla “grande locomotiva” d’Europa con il caso Wolksvagen. Lo scandalo delle emissioni truccate portò il colosso di Germania a bruciare 13 miliardi di euro in borsa (il 17%), rischiandone altri 18 di sanzioni e trascinando al ribasso il settore dell’auto nelle stock exchange di tutto il mondo. La “caduta” di uno dei simboli del capitalismo (l’industria automobilistica di fordiana memoria) ha portato qualcuno ad urlare alla “Lehman dell’automotive“, con tanto di carico lanciato da Schaeuble, dichiarando che WV non sarà mai più la stessa. I più avanguardisti rilanciarono dicendo che il caso avrebbe rappresentato il punto di svolta verso il definitivo “futuro dell’auto”, con il sistema economico globale pronto a seguire ancora una volta la strada tracciata dalla propria industria. Poi la quotazione di Ferrari contribuì a riportare la pubblica percezione del settore verso acque più fiduciose e calme, mentre Goldman Sachs preparava il suo report “CARS 2025″ dove si lanciano previsioni ottimistiche riguardo i margini di crescita di tutto il comparto auto nei prossimi dieci anni, puntando proprio sulla tesi della “profound transformation” piazzata in copertina.
Nel mondo capitalistico della libera circolazione del capitale c’è anche chi pensa che la coincidenza con cui ci si avviava verso la chiusura del TTIP e il tempismo con cui si sia andati a colpire l’industria europea dell’auto da oltreoceano sia quanto meno curiosi, ma ciò meriterebbe ben altri approfondimenti.

Il capitalismo è anche stato storicamente sostenuto dallo sviluppo del mercato consumista (anche se Max Weber inizialmente la pensava diversamente) e una spinta importante ai consumi potrebbe venire anche da certe politiche che potrebbero post-porre la fine del sistema capitalistico, vera o presunta, come l’abrogazione della legge sul secondo figlio varata in Cina. Andando oltre il mero impatto demografico, la verità è che la società capitalistica ha scoperto nei decenni il bisogno di auto-alimentarsi anche di innovazioni in grado di moltiplicare attraverso le idee il capitale investito e Pechino con questa svolta ha anche deciso di puntare sullo svecchiamento del proprio “capitale umano” (ma anche in Italia l’idea della “Silicon Valley di casa nostra” è un tema che si trascina ad ogni riqualificazione urbana e non sta mancando neanche per il dopo-Expo). Anche se tutto ciò potrebbe sembrare la caratterizzazione del “lato buono” del sistema, i rischi connessi non sono trascurabili neanche in questo caso: negli Stati Uniti potrebbe infatti esistere la possibilità che il club degli unicorni – le aziende valutate oltre il miliardo di dollari – stia iniziando a rappresentare l’ennesima minaccia al sistema finanziario sotto forma di bolla nel settore hi-tech data la velocità e lo sviluppo ipertrofico che il settore sta raggiungendo.

Until the end (?)

Bull or Bear?

Bull or Bear?

Ad ogni modo, vera o presunta che sia, la crescita di un sistema economico come quello di uno stato sovrano nell’attuale mondo finanziario viene preso seriamente in considerazione con un regime di crescita maggiore o uguale al 2% annuo, stando a quanto rivelato durante un banking summit dall’head of reserarch per la regione Central & Eastern Europe (CEE) and Africa di una delle maggiori società di consulenza. Raggiungere quel livello, per l’attuale sistema, non in tutti i casi risulta facile e il timore è che i possibili effetti di una bolla possano arrivare mentre la crescita non sia ancora a regime e, oltre tutto, il ciclo economico di crescita attuale si sta già protraendo nell’ottavo anno dal dopo-Lehman, al che l’ipotesi dell’arrivo di un periodo di bear-market tra qualche anno non viene più solo riservata ai più catastrofisti. Inoltre l’effetto di una bolla sufficientemente importante durante il periodo in cui i tassi di interesse vengono tenuti bassi toglierebbe una delle armi più importanti delle banche centrali, utile a cercare di migliorare la situazione in caso di bisogno. Per questo motivo è presumibile che Janet Yellen stia pensando veramente a ritoccare verso l’alto i tassi a stelle e strisce, giocando una partita delicatissima per l’equilibrio di un sistema economico come quello attuale in cui i capitali circolano liberamente e possono arrivare anche nei paesi meno “capitalisticamente” sviluppati.
E lì l’until the end assumerebbe ben altri connotati.

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