Anche questo è Gandhi

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L’India, così come la Cina, non è una nazione, è un sub – continente. Studiarne le vicende è sempre stato particolarmente difficile. Se a ciò si aggiunge il carico del pregiudizio che spesso un occidentale porta con sé quando si informa su contesti così lontani dal proprio, è possibile, probabile cadere in equivoci, generalizzare. O, di converso, si è portati a creare miti, affiancare tradizioni, quando non a deriderle. Talvolta non si possiedono preparazione e consapevolezza adeguate. Il diverso spesso è respinto a priori o idolatrato senza riserve.

L’India, ricca di fascino e di ingegni, ha prodotto scienziati, filosofi, leader religiosi e condotto fino a noi figure di prestigio e simboli incontrastati del secolo appena trascorso. Da questo quadro uscì un uomo che ha cambiato il mondo, almeno per un po’.

Mohandas Gandhi nacque in India, nel 1869.

Proveniva da una buona casta, poiché il padre era un politico locale. La madre, una donna molto devota, gli trasmise l’aspirazione al rigore morale. Mohandas fu un ragazzino abbastanza discolo, precocemente dedito ad alcol, fumo e persino piccoli furti: marachelle che terminarono presto. Compì gli studi giuridici e si laureò in legge nell’amata/odiata Inghilterra. Giovanissimo, fece un matrimonio combinato ed ebbe quattro figli.

Il giovane Gandhi in Sudafrica

Il giovane Gandhi in Sudafrica

Durante il primo periodo matrimoniale nacquero i suoi tormenti di natura personale. Si narra che, mentre assisteva il padre ammalato, vedendolo assopito si assentò per fare l’amore con la moglie. Al ritorno, trovò il genitore deceduto. Questo fatto gli avrebbe causato un trauma incancellabile e un rapporto contrastato con il sesso. A parte ciò, la sua vita avrebbe potuto scorrere ancora senza scossoni, ma un episodio la sconvolse. Mohandas, giovane avvocato, lavorava in Sudafrica. Venne sloggiato da un posto in treno, perché ritenuto “di colore” e ricacciato nei vagoni riservati alle popolazioni locali.

Gandhi la prese molto male. In India era un privilegiato e mai avrebbe pensato di potersi trovare, un giorno, dall’“altra parte”. Fu una sorta di illuminazione, sotto tutti i profili. E’ nota la sua attività per la liberazione del paese con il metodo della non violenza, o resistenza passiva, detta anche “insistenza per la verità”, che gli costò il carcere e l’abbandono da parte di molti amici. Si presentò al re d’Inghilterra con la sua vesticciola bianca e Winston Churchill lo definì “il fachiro nudo”.

Questo processo, che attraversò varie fasi come il boicottaggio dei prodotti, durò anni e non sempre fu visto con particolare simpatia, come in seguito si fu portati a credere. Il mondo di allora era in mano a poche potenze, che gestivano territori immensi, e altri ne tenevano d’occhio, attraverso una rete di alleanze. Si sganciava da questa logica solo l’URSS, fino alla spartizione di Yalta nel secondo dopoguerra, in accordo con le suddette potenze, divenute un po’ scricchiolanti. Gran Bretagna e Francia dovettero cedere la leadership agli USA, che belligerò a freddo con l’Unione Sovietica per quarant’anni.

L’ometto indiano fu visto dapprima con indifferenza e scetticismo; in seguito con crescente preoccupazione, mista a ironia. Quando si capì che faceva sul serio, la casa madre inglese reagì scompostamente, fino a che dovette cedere le armi. Naturalmente continuò a esistere il Commonwealth e il colonialismo non poteva dirsi finito, però lo smacco fu cocente.

Il Mahatma Gandhi a Londra

Il Mahatma Gandhi a Londra

Nel frattempo Gandhi rivoluzionò il proprio stile di vita. Fece voto di castità, secondo certi dettami induisti, anche se ci riuscì a fatica e dopo alcune ricadute: non si sa cosa ne pensasse la moglie, compagna remissiva e devota, che in seguito lo lasciò vedovo. D’altro canto egli si autoaccusò di essere stato un marito geloso ed arrogante e sostenne che era ora di favorire la liberazione delle donne.

Dopo aver fondato delle comunità dette “ashram”, si lanciò in personalissime teorie sulla pratica sessuale. Sosteneva che essa era impura e che l’energia dell’atto è praticamente sprecata e utilizzabile al meglio altrove: per esempio, nel suo caso, nell’attività di liberazione dell’India. Gli adepti dovevano seguirne l’esempio ed essere casti. Però non mancavano le ammiratrici, tra cui la più fervente era un inglese convertita all’induismo: fu indicata, ovviamente, come la sua amante. Augurava alle coppie di sposini un buon matrimonio “in bianco”, auspicando che non avessero bambini. Digiunava spesso e disperatamente. Quando ci riusciva, era un padre amorevole, che giocava volentieri con i figli.

Per l’India, ottenne quello che desiderava. Il successo fu accompagnato, come spesso accade, da molte amarezze. Il paese si spaccò in due e i musulmani confluirono nel neonato Pakistan: un duro colpo per Mohandas, che credeva in una nazione dove le religioni convivessero liberamente. Tuttavia oggi in India esiste una forma di reciproca tolleranza tra le varie fedi: il risultato, in qualche maniera, è stato ottenuto.

Nel 1948 Gandhi fu assassinato da un fanatico indù, che gli si era appena inchinato davanti. Si trattava di una specie di complotto, organizzato da personaggi che non avevano gradito il distacco del Pakistan e accusavano Gandhi di essere stato troppo molle con i musulmani. Alcuni dei congiurati furono poi condannati a morte.

Le sue ceneri furono sparse nel Gange.

Mohandas godeva di stima internazionale e trasversale, anche se si perse per strada molti simpatizzanti; la sua azione fu politica, non politicizzata. Einstein lo ammirava. La sua immagine è divenuta un’icona, al pari di quella dei divi del cinema. Il suo esempio è stato poco seguito. Il revisionismo non lo ha risparmiato. Salta fuori che a 77 anni, sempre nel solco della ricerca della purezza, abbia indotto la nipotina adolescente a dormire nuda con lui, per avviarla a un sano distacco dall’impulso sessuale.

Sic transit gloria mundi.

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