Testimonianze di follia: Coe uno di noi

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L’undici novembre esce l’undicesimo romanzo di Jonathan Coe, che si intitolerà “Number 11″.

Chiariamoci, questa è una recensione di un libro che non ho letto. Non sarò il primo, la stampa è piena di recensioni su film o concerti non visti, romanzi non letti. Ma io credo che questa recensione possa interessarci. Non fosse altro perchè il titolo del romanzo è Numero 11 con un sottotitolo che in italiano dovrebbe suonare come “Ovvero leggende che testimoniano follia”.

Beh, che dire, questo romanzo che non ho letto mi è piaciuto molto, così come ho apprezzato i dieci precedenti (molti dei quali letti davvero). Infatti, questo è l’undicesimo romanzo di Jonathan Coe.

L'Inghilterra del giovane Coe

L’Inghilterra del giovane Coe

La trama

Ingegnandomi con Google e sfruttando al massimo alcune review in anteprima, un estratto audio pubblicato dal Guardian, nonostante il libro sia avvolto dal mistero fino al fatidico 11 novembre (lo stesso autore dichiara in un’intervista “Non posso parlarne”), ho cercato di carpire qualche contenuto del futuro bestseller. Il romanzo è composto da cinque storie solo apparentemente slegate, e invece fortemente interconnesse attraverso i personaggi. Le storie riguardano principalmente due donne amiche sin dall’infanzia, Rachel e Alison. A dieci anni incontrano uno strano personaggio, la “donna dell’uccello pazzo”  e le loro vite prendono direzioni completamente diverse. Il filo conduttore, oltre al numero undici, sembra essere la follia. Ad esempio, una storia ruota intorno ad un uomo alla ricerca ossessiva di un film “magico” visto quand’era un ragazzo.

Il libro è (pare essere) anche un ritratto sociale e satirico del materialismo inglese nel ventunesimo secolo, studiato attraverso vari ambienti. Rachel, ad esempio, si trasferisce ad Oxford per diventare la tutrice dei bamini di una famiglia straricca. La madre di Alison è una meteora del pop, star del passato con un’unica canzone di successo. La donna è ora una bibliotecaria disoccupata, senza soldi per il riscaldamento. Anche la figlia Alison è disoccupata, studia arte, e diventa una “preda” per un giornalista, interessato soprattutto alla possibilità di incassarne il sussidio di disoccupazione. Ovviamente non mancano ripetuti riferimenti al numero 11, così come tanti sono i collegamenti alle opere precedenti di Coe, attraverso personaggi di altri romanzi che compaiono sullo sfondo delle vicende dei protagonisti.
Sempre che ciò che sto scrivendo sia vero, il romanzo sembra anche avere una piccola schizofrenia alla Tarantino di “Dal Tramonto all’Alba” e nel finale la realtà si mescola con la fantasia e con l’horror farsesco.

Jonathan Coe

Jonathan Coe

Chi è Coe

Non dovrebbe essere necessario presentarlo, ma Jonathan Coe è uno dei maggiori scrittori contemporanei inglesi. Uno scrittore estremamente “politico” e critico, che usa l’arte dello scrivere, l’umorismo e la semplicità elegante del linguaggio per trasmettere messaggi forti, un po’ quello che molto più modestamente cerchiamo di fare qui all’Undici. Infatti, anche “Number 11″ non farà eccezione. Coe è nato a venti chilometri da Birmingham nei favolosi anni 60 e ha vissuto la fine della “swinging London” e l’ascesa del Thatcherismo nel pieno della sua gioventù. La biografia del nostro eroe è però estremamente ordinaria. Coe ha avuto un’infanzia tranquilla, i suoi genitori vivono nella stessa casa dove lui è nato, ha studiato alle Università di Cambridge e Warwick (dove ora insegna) e a 26 anni ha pubblicato il primo romanzo, “The Accidental Woman”, tradotto in italiano con “Donna per caso”. A 28 si è sposato, ha due figlie e dopo un paio di romanzi si è trasferito a Londra, vivendo in posti tipo Chelsea o Earl’s Court.

Come è arrivato al Numero 11

Per scrivere grandi romanzi non è quindi necessario avere una vita traumatica o ricca di eventi, donne, divorzi, droga & rock’n’roll. E infatti lo stesso Coe ammette al Guardian che ha satirizzato se stesso nel personaggio Benjamin Trotter, uno dei protagonisti de “La Banda dei Brocchi” (The Rotter’s Club).

Margherita Thatcher

Margherita Thatcher

Ben è un adolescente degli anni settanta, sensibile, artistico, amante della musica, sognatore… ma anche poco cool per i suoi coetanei, ai limiti dall’essere un nerd per i suoi pari, innamorato della bella impossibile della scuola, che apprezza “il genio” di Ben e lo illude con la sua amicizia mentre altri godono delle sue grazie. Ecco, se Coe è diventato famoso soprattutto per la sua famiglia Winshaw (What a Carve Up!), che per molti può risultare un “mattone”, per quanto vale il mio parere di recensore io raccomanderei di cominciare a conoscerlo con “The Rotter’s Club”, nella Birmingham dell’IRA e degli scontri fuori dalle fabbriche, in una narrativa che è dolce, umoristica e a volte struggente. E poi magari passare alla geniale “Casa del Sonno” (House of Sleep), dove i giovani coinquilini di una residenza universitaria in un remoto luogo sulla costa britannica vedono separarsi (e ricongiungersi) i propri percorsi di vita, attorno a storie che ruotano tutte attorno al sonno. Chi soffre di un disturbo con amnesie improvvise, chi con la sua ricerca medica cerca di eliminare il sonno dalla vita degli uomini “per regalare trent’anni di vita media in più”, chi è un giornalista insonne…

In definitiva. “Number 11″ è un libro da leggere. Fidatevi del vostro reviewer di fiducia, apprezzerete quel passaggio a pagina 87, vi innammorerete dei personaggi, riderete, piangerete, canterete, imprecherete, vi addormenterete, vi ecciterete e tutto il resto. Quello che succederà a me, quando lo leggerò.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Anna

    Ottimo! Che bella notizia, grazie! Non lo sapevo.
    Nell’attesa di scoprire quali disturbi mentali avranno questa volta i suoi personaggi, concordo con te sul consiglio di iniziare da La banda dei brocchi (e Circolo chiuso), anche se la mia esperienza personale è il colpo di fulmine con La casa del sonno.
    Non solo Coe: anche i suoi personaggi sono come noi (magari non tutti eh).

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    • matzeyes

      Anche per me “La casa del sonno” è stata la svolta, è con quella che Coe è diventato uno dei miei autori preferiti. Il fatto è che “la banda dei brocchi” ha quel tocco autobiografico e quell’elemento di Inghilterra anni ’70 che me lo fanno sembrare più rappresentativo… Tanto non dobbiamo scegliere, no?

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      • Anna

        Eh no, adesso direi di no. :)
        Ma credo sia stato un incontro un po’ casuale, come capita spesso: ho l’impressione che all’epoca anche l’argomento “Inghilterra anni ’70″ avrebbe sortito lo stesso piacevole effetto. ;)

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