Ode alla montagna: da sempre una tematica presente in letteratura

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Da sempre il mare è l’elemento dominante in letteratura. Sinonimo di mistero e indice di suggestivo romanticismo, esso compare in miriadi di testi letterari e poesie. Ma che dire della montagna? Possiamo affermare altrettanto?

Senza dubbio anch’essa è una tematica presa in seria considerazione dai letterati di tutti i tempi, ma, sebbene sia una presenza costante, è più “silenziosa” e dimessa. I monti si prestano alla meditazione, presentano uno scenario in grado di mutare in maniera repentina, e possono creare un legame indissolubile con l’uomo. Tre elementi da non sottovalutare.

Alla montagna bisogna dare del lei: ha le sue furie, sotto i cui colpi l’essere umano può anche soccombere. È potente, e quando colpisce travolge tutto, senza esclusione di colpi. Al tempo stesso, però, la montagna sa anche essere premurosa e materna, giusto per dare un tocco di antropomorfismo a questa storia.

La sua “vicinanza” al cielo, oppure la consapevolezza della fatica che si fa a scalarla, ricorda di continuo all’uomo quali siano i suoi limiti e, soprattutto, di non essere immortale né divino.

La montagna è presente in letteratura fin dalla notte dei tempi, se si pensa per esempio alla Bibbia, con Mosè e la sua Arca sul Monte Ararat, passando per la mitologia in tutto il suo splendore.

Bisogna ricordare infatti che gli dei stavano nell’Olimpo, che altri non era se non un monte.

La devozione di Dante per questa materia è nota a tutti; precisamente la sua è una montagna ostica, che mette in comunicazione l’abisso infernale con la dimensione celeste. Da qui la creazione della montagna del Purgatorio, senza la quale non avrebbe potuto dare l’idea di una continua ascesa verso livelli superiori.

Mai al mondo si potrebbe sottovalutare Petrarca, che secondo le fonti sarebbe il vero padre della letteratura di montagna moderna, per avere descritto in maniera accurata la salita al “Monte ventoso” (Mont Ventoux) in Provenza. L’impresa è avvenuta nel 1336, un periodo in cui le cime venivano ancora viste come regni misteriosi di creature mitologiche. Petrarca ha rivoluzionato questa credenza, poiché gli è bastata questa salita per approdare a ben meno ambiziose considerazioni di sé e a smorzare il suo delirio di vanità.

In epoca illuminista, le cime diventano meta di spedizioni scientifiche e nasce un nuovo filone letterario. La conquista del Monte Bianco (1786) segna la svolta nella storia dell’alpinismo. I monti infatti non sono più visti come “impedimento” al cammino, bensì come celebrazione di imprese e vanità umana.

Con il passare degli anni, le nostre Alpi diventano vere e proprie “muse ispiratrici” e la conquista delle vette, all’ordine del giorno, fonte per la stesura di diari di viaggio. Per esempio, possiamo ricordare le poesie di Ungaretti dal fronte della Prima Guerra Mondiale.

Dalle grandi imprese si passa alle favole per bambini: come non citare Heidi, il cartone animato degli anni Ottanta, che descrive una natura accogliente e una montagna benigna, sinonimo per eccellenza di “casa” per questa bambina vispa e dall’atteggiamento curioso.

La letteratura di montagna si sviluppa nel filone autoreferenziale, in cui l’autore descrive delle imprese in modo dettagliato, al fine di rendere il lettore consapevole dei fatti realmente accaduti. Ad esempio, mi viene in mente “Cometa sull’Annapurna” di Simone Moro, resoconto di una grande avventura, ma teatro anche di incidenti, morti premature ed inaspettate. Oppure tutta la letteratura sulla tragedia del Vajont.

Contemporaneamente, si sviluppa anche un filone puramente narrativo, in cui i racconti sulla montagna sono fantastici e romanzati. E qui potrei citare, ad esempio “Bàrnabo delle montagne” di Dino Buzzati, oppure “Una lacrima color turchese” di Mauro Corona – e tutti i romanzi di Corona in genere.

In sintesi, la montagna spinge da sempre l’uomo a sfidare i propri limiti, stimolando quell’intricato meccanismo fatto di sogni e d’ambizioni che alberga dentro di lui. Diventa quindi un percorso catartico che unisce la terra e il cielo, e che fa ascendere verso la purezza, liberando dalla natura corrotta.

Almeno, questa la visione “romantica” del moderno alpinismo raccontata fino ad ora. Nelle sale italiane è da poco uscito “Everest” del regista islandese Baltasar Kormakur, che narra una storia realmente accaduta: una spedizione sull’Everest avvenuta nel 1996 e finita male – morirono otto persone. Qui gli alpinisti sono messi alla prova dalla spietatezza della montagna, che, a causa dell’inesperienza dell’uomo e della sua temerarietà, conduce ad un genere di romanzo distopico, allontanandosi sempre più da quella che è stata l’idea della letteratura alpestre d’origine.

Anche questo fa parte del progresso, col quale l’uomo deve continuamente scendere a compromessi, accettandone sia i lati positivi che quelli negativi.

Da Heidi alla montagna “assassina”, insomma, è stata solo questione di un attimo.

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Cosa ne è stato scritto

  1. Martalò Gianluca

    Pensavo….possibile che non ci sia un riferimento alla “Montagna incantata” di Thomas Mann? Mi sembra doveroso.

    Rispondi

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