L’abitudine (racconto)

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Dalle vetrate si diffondeva la solita tenue luce, come ogni sera. Si infilò il maglione comodo con cui trascorreva le ore domestiche e si mise alla finestra.

Cominciò a scrutare ipnotizzato il panorama abituale che si scorgeva da casa sua: gli alberi del giardino in incipiente stato primaverile, il dietro delle case ammassate quasi alla rinfusa nel cortile ed il cane senza padrone relegato da qualche anno in uno spazio verde semi angusto che circondava un’officina in disuso.

Ecco, era pronto. La sua ora di libertà. La piccola fuga che si concedeva e alla quale era così abituato da non farci nemmeno più caso, né al suono del telefono né al richiamo delle altre occupazioni cui, suo malgrado, doveva attendere per conservare una benché minima aura di decenza nel contattare il prossimo.

Le luci di fronte si fecero via via più presenti nel panorama serale in cui stava per rifugiarsi; incollò gli occhi al riflesso del vetro poi decisamente aprì la finestra e si concesse al suo lusso.

Il minuscolo nucleo dorato dal quale dipendeva si stava allargando a dismisura creando l’illusione perfetta di un mondo intatto di pace misteriosa: un terrazzino coperto da quattro vetrate, modesto, ma di un’umiltà quasi da invidiare, il cui unico momento di gloria accendeva la notte di un’ocra pallido.

Si rilassò. Stette ad osservare con astuta pazienza ogni minimo movimento avvenisse all’interno della vetrata. Ombre, fantasmi che mai si erano affacciati, a mostrarsi, ad essere riveriti o ricacciati dentro da chissà quali timori. Sagome di burro che si liquefacevano per un nonnulla. Il cambiare di simmetrie lo tormentava e lo trascendeva in un ballo frenetico e quanto mai rassicurante.

Accostò il colletto per coprirsi dal pericolo di un banale raffreddamento e trattenne il respiro per un istante: qualcuno aveva di colpo spento le luci, privandolo del suo giocattolo.

Stava per rientrare ma le luci consolatorie ripresero a vivere per lui. Poteva di nuovo ammirare incantato quel dono che si era scelto, tanto tempo prima. Il solo pensiero di non poter più abitare lì, per chissà quale motivo, lo avrebbe angustiato e ferito.

Le vetrate illuminate ora rifulgevano nella nottata, la visione pura di un mondo che esisteva solo nella sua mente. Accarezzava con gli occhi il quadro, sempre lo stesso da tredici anni, che s’inerpicava su per i pensieri coltivando desideri sopiti o mai del tutto capiti. Nella retina fissava quel momento, ogni sera, prima accennato e poi vivido, pungente. Si chiedeva a volte il perché, a volte non si chiedeva nulla, ma sapeva di possederlo e di rincorrerlo, e si annullava nel farlo.

Non avrebbe mai voluto che qualcuno si affacciasse da quel piccolo mondo di vetro; né sapere chi vi abitasse, quali crucci li tenesse in vita, o quali amori.

Voleva solo essere il testimone di una bellezza che sarebbe passata inosservata a molti; o il palo di una rapina perfetta.

Fece per prendere la macchina fotografica con la quale inseparabilmente fermava il tempo in complicità eteree e disarmanti. Si accorse che l’inquadratura era da sempre la stessa; un’esitazione e poi lo scatto, subitaneo e rapace. A volte una zoomata a rendere il mistero più nebuloso, in altre lasciava volutamente il terrazzino di lato, quasi a volerlo dimenticare, tastando il nero della notte con i rami che aggiungevano pennellate scure alle case.

Quella sera si accorse di un particolare strano. Non subito, però. Mentre stava richiudendo la finestra notò con meraviglia e panico dissimulato il cartello “Vendesi appartamento”, comparso inesorabilmente nel terrazzino di fronte; dapprima credette ad un’illusione creata dalla stanchezza poi la realtà prese il sopravvento.

Quella notte non sognò nulla.

Il giorno seguente, come in un gioco scaramantico, aprì lentamente la finestra e sorseggiò la sera come meglio poteva: acquattandosi, osservando di sbieco le luci tenui, folgorandosi infine in esse all’acme dell’intensità. E ne godette come mai prima, godette al pensiero di averlo posseduto, di non avere rivali; per questo si sporse un poco a notare se altri, e sapeva per certo che non esistevano, si sporgessero come lui a godere del suo spettacolo.

Finché un giorno, tornato dal lavoro, successe l’irreparabile: aperta la finestra qualcosa era cambiato per sempre. Non esistevano più i vetri opachi in cui s’era smarrita l’anima o ritrovata; al loro posto, fra i calcinacci e la polvere, erano rimaste le tracce di chi aveva abitato il suo rifugio. Come i resti di qualche essere alieno rimpatriato per necessità.

Rimase per qualche istante, trattenendo il respiro come fosse sott’acqua; l’apnea lo calmò, portandolo ad uno stato di calma interiore inusitato. Chiuse la finestra, tolse gli abiti, ché faceva già caldo e si distese nel letto; questa volta fece strani sogni. Sognò di entrare nel terrazzino dal retro, di sedersi fra le luci tenui che gli avevano fatto compagnia per tanto tempo. Accarezzando i quadri le pareti, sgusciando fra suppellettili e mobili in preda ad un’incontenibile felicità: poi si affacciò e vide la sua finestra, aperta e socchiusa. E pensò a chi vi fosse, là dietro.

Fu là che lo trovarono, i giorni a venire.

Nella bocca un’insaziabile radioso sorriso.

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Chi lo ha scritto

Milena Pellegrini

Le piace scrivere, da sempre e solo a tratti con continuità, ma resta comunque l'attività in cui di più ama esprimersi. Esegue volentieri esercizi di fotografia e collega le due cose, che sente congeniali. Anche se, da grande, vorrebbe riuscire a suonare il pianoforte...

Cosa ne è stato scritto

  1. Luciano Quadraroli

    “E’ una scrittura d’altri tempi, di chi affonda le proprie radici in un romanticismo pacato di idealità impalpabile, fatto di particolari che anche se presi nell’essenza oggettiva della descrizione, diventano poi dei soggetti attivi in uno spazio-tempo limitato dalla percezione delle cose ma sedimentata nella memoria. Lì infatti si forma quella realtà visiva dove gli artefatti della fantasia assumono forme tangibili come fossero soggetti comprimari altrettanto necessari all’iter del racconto. C’è una melanconia di fondo di una ricerca interiore forse non del tutto esaudita, un’immersione in essa ma senza l’affanno di arrivare ad una soluzione definita e poi una pace giunta a limitarne il mistero e in esso perdersi”.__Bello e di misurata commozione senza essere fatalmente struggente. __ Veramente molto brava Milena Pellegrini! Saluti ammirati._Luk

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