La rivolta dei soldatini

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Arriva ogni mattina in ufficio, non sempre puntuale – potrebbe fare di meglio – con i suoi capelli biondi, divisi da una riga netta centrale, che cadono pari, parissimi, sulle spalle, e con una delle sue giacchettine dai colori poco vivi autunnali, corredate da jeans e camicetta.

Entra sorridente e entusiasta, prontissima per un nuovo incontro con il suo monitor gigante, dietro al quale, una volta al comando, scompare. Con fierezza pigia sul tasto on e da quel momento inizia il suo perché; mentre è in trepida attesa di veder apparire il fondo colorato e luminoso, ha già le dita posizionate per eseguire il suo ctrl+alt, seguito da una combinazione di lettere e simboli che aprono mille finestre magiche, cataloghi, grafici e numeri, attraverso cui dar prova delle sue grandi abilità. Si esprime ormai attraverso la sua sigla preferita, stampata in bianco sui tasselli neri con cui, nell’arco di poco più di otto ore, ha un rapporto intimo e profondo. Forse chissà, anche l’abat-jour sul comodino di casa si accenderà con quella stessa sequenza di comandi, ctrl+alt. Magari, di ritorno a casa, il suo uomo l’attenderà dietro la porta con il portatile già accesso, pronto per ricevere le attenzioni della sua padroncina, lasciandosi guidare sotto il potere delle due paroline magiche. Penso che sul letto, tra i cuscini, ci sarà un piccolo peluche colorato, con la c grande in stampatello pelosissima e le altre lettere attaccate a catena, più piccole. Immagino che in un impeto rivoluzionario decida di avventurarsi nel buio della notte, con il fare furbesco, per dipingere un murales gigantesco, immortalando la doppietta preferita. In apparenza si mostra gentile, graziosa, pronta ad un sorriso, una parola garbata o  un gesto di cortesia. Si dedica alla sua colazione, con i biscotti tondi e il caffè, caldissimo: l’unica pausa che si concede prima di riprendere a formulare grafici, tabelle, collocando nelle caselline numeri, scritte e segni matematici.

CTRL+ALT+DELMantiene il suo aspetto calmo e affabile  fin quando qualcuno, un collega, chissà perché curioso, le si avvicina per porle eretiche questioni sull’origine e sul significato dei numeretti magistralmente catalogati e tabellati in bello stile. Lo sguardo di lei allora si trasforma, i suoi occhi fissano gelidi la vittima di turno, per pochi secondi, mentre si stabilisce un legame di terrore e paura.  Inizia a formulare, infuriata, con un ritmo accelerato, una lista di frasi mnemoniche, sebbene non siano minimamente adeguate alla domanda posta. Ogni tentativo di prendere la parola per ulteriori chiarimenti è assolutamente invano. Il malcapitato, così, la osserva quasi spaventato, e torna con il fare sconfitto, a testa bassa, sulla sua sediolina a rotelle, con i medesimi dubbi iniziali.

Oltre quel programma rigido di schemi e andamenti lineari e complessi c’è un orario stabilito per partire con il giro di telefonate, ovvero tentativi di abbordaggio: obiettivo 20 chiamate nell’arco di un tempo massimo di 250 minuti. Anche in tal caso le performance non sono ottimali, ben distanti dalla meta, nonostante la massima dedizione per raggiungerla. L’hanno dotata persino del contaminuti e del conta “volte che alzo la cornetta per comporre un numero, obbligando l’ interlocutore a restare attaccato all’altro capo del telefono, per una durata massima di 12 minuti e 50 secondi”: un tempo necessario per stordirlo o in ogni caso costringerlo ad accettare le sue proposte, seppure per l’istinto alla sopravvivenza o per  la necessità umana di alleviare una sofferenza fastidiosa.

Il sommo capo  non gradisce quella sua tenuta fin troppo semplice, così come quella dell’intero gruppo di lavoro. Ogni elemento deve rientrare in un’immagine di perfezione ed equilibrio,  in bello stile, come i numeri nelle caselline colorate. Così per tutti sarà proposta, o meglio imposta, una divisa: per le donnine del gruppo si prevede una camicetta, a righine, forse bianca e rosa, con il logo piccolino e grazioso sul lato destro, una giacchina stretta a tre bottoni, anch’essa marchiata a fuoco, e una gonna in tinta con la giacca, sopra il ginocchio, con tanto di modesto spacchettino di dietro, che non si noterà,  come anche il resto dell’equipaggiamento, protetto dai giganti monitor. Mentre tutti saranno prontamente avvisati di questo cambiamento, a lei sarà  riservata una sorpresa. Lui sa che  quell’uniforme la renderà orgogliosa; forse lo considererà come un gesto di accettazione, un segnale di appartenenza, forse un ringraziamento per aver finalmente raggiunto la meta di telefonate programmate e realizzate (anche se a lei i conti non torneranno, ma potrà chiudere un occhio, o  in ogni caso potrà tentarci, o fingere. O  no, non si sentirà ancora pronta…).

Lei sembra felice, forse lo è realmente, nello spazio di vita delimitato da una c e una t e da una sequenza di simboli, ripetitivi, per incollare, spostare, aggiungere, eliminare, soltanto attraverso un rapido movimento di mani e dita. In questo spazio dove  tutto si riduce ad una serie di combinazioni di comandi, che comunque, in qualsiasi parte del mondo, azionano gli stessi meccanismi, e alla ripetizione dello stesso slogan pubblicitario, le viene chiesto soltanto di essere non la più veloce nell’esecuzione, ma una delle prime. Ma deve stare attenta, perchè con una cadenza programmata qualcuno le presenterà il risultato del suo lavoro, anche sulla base del valore dell’indice di felicità che il proprietario dell’orecchio a lei prestato avrà provato in quei minuti di contatto, per decretarla vincente o perdente.

Magari, lontana dal numero magico del traguardo, trascorrerà la notte esercitandosi alla cornetta, tentando di velocizzare il ritmo, al fine di stordire il povero interlocutore, per riuscire, nel tempo massimo concesso, a terminare il suo discorso ottenendo un sì vittorioso.

Eppure negli attimi che si concede di scambi umani, lontana dall’occhio vigile di controllo, dimenticando per un attimo la ripetitività delle sue azioni giornaliere, riesce a dar adito alla sua reale natura di donna, amica, compagna, confidente, piacevole, divertente, scherzosa, desiderosa di far baldoria, di uscire e di respirare l’aria che tira, seppure inquinata. Oltre queste breve libere concessioni, presta il suo servizio a favore di chi riesce a soddisfare la sua ansia di potere proprio attraverso l’annullamento della capacità di pensiero e di ragione o del desiderio di dire la propria, apertamente. Un signorotto incravattato che si  impegna, a gran fatica, per far leva sul timore esercitato dal contaparole e secondi trascorsi tra l’interruzione di una chiamata e il controllo statistico di 1400 dati differenti. Lei non ha bisogno di capire le ragioni delle formule che incastrano e correlano le cifre registrate nei quadratini evidenziati di rosso, di giallo e di verde. L’uniforme che impacchettata come un regalo di Natale troverà sulla sua scrivania la farà sentire orgogliosa; troverà lì accanto anche un messaggio, motivazionale e intimidatorio, con cui le si manifesterà la gioia nel vederla operare giornalmente con grande partecipazione. Un’uniforme, la stessa delle sue colleghe prossime e vicine, tutte insieme amichevolmente, pronte per una nuova giornata lavorativa,  insieme ai maschietti, anch’essi imbellettati e inamidati.

profilo mid termiIl capo, anch’esso in tenuta formale, attenderà la sua ciurma al di là dell’ingresso, compiacendosi davanti a quello spettacolo, sorridendo, sotto i baffi, tentando con estrema difficoltà di mantenere l’aspetto del buon papà giustamente severo. Così formulerà, nei weekend, annunci propagandistici, intrisi di belle parole e immagini a effetto, che richiamano all’unione, alla condivisione, alla felicità e al piacere di impegnarsi per uno stesso obiettivo. Strumenti fondamentali, insieme alle divise tinte di colori artificiali, quando si ha la necessità di addormentare  la creatività dell’uomo, il suo spirito critico, minacce di fondo, perché potrebbero svelare il buco nero che la bella scatola contiene. Nomi attraenti, nuove definizioni esaltanti di compiti e ruoli e responsabilità, per convincere di essere sulla scia di una sostanziale evoluzione. Peccato che queste ultime parole siano vuote e ingannatrici quanto le righe delle uniformi, la sigla al petto, i video motivazionali; richiami eccitanti che corrompono l’animo, la volontà e  la mente di quei soldatini, illusi di condurre la loro grande rivolta, aspirando al domani  e al progresso. Ognuno, con la propria mansione,  offrirà  il proprio contributo in questo nuovo entusiasmante percorso volto al successo, del comandante, e conseguentemente di ognuno di loro, come singoli e come membri del gruppo da lui amorevolmente diretto.

Tutti insieme, mano per la mano, puntuali, entreranno in fila indiana per dirigersi verso le sedie ben riposte davanti alla scrivania. I monitor si accenderanno a festa contemporaneamente, davanti al sorriso delle soldatine e dei soldatini, pronti a battere ininterrottamente sui tasti, intervallando l’allegro ticchettio con la divulgazione di slogan a effetto per potenziali clienti, dopo certo aver assistito al consueto rito mattutino per un augurio di buon inizio giornata. Tutti poi, allo scoccare della fine dell’ultima ora, procederanno insieme verso l’uscita, con il fare intristito, sconfitti in ogni caso per quel margine di distanza costante che li separa dall’apice del successo. Ma domani sarà un gran giorno, perchè l’ometto come sempre aspetterà la sua ciurma a braccia aperte, forse più interessato alle donzelle, per ricordare che ognuno di loro occupa una parte importante del suo cuore. Non soltanto questo, potrebbe non bastare, o forse potrebbe creare uno scenario estremamente libero, non provocatorio e non competitivo. Allora si impegnerà nel rimarcare i sacrifici da lui affrontati per sostenere quella sua famiglia e per offrire ogni mezzo necessario a garanzia di un ambiente salutare e stimolante. Così, attraverso quel suo intervento ripetuto e la presentazione di quantità, grandezze numeriche e margini di errore e di manipolazione, condurrà beato la rivoluzione della sua truppa.

In quel movimento traspare l’immenso orgoglio di lei quando si arma delle sue tabelline e si muove al cospetto del suo comandante ispiratore, benché poi i risultati di quel controllo siano di fatto sempre non totalmente soddisfacenti, o incompleti, o inesatti. Mascherata come tutti gli altri membri dell’equipaggio, potrà sentirsi coccolata da una piacevole sensazione di appartenenza, di lotta fianco a fianco, per inseguire un sogno comune. Serena, sicura, confortata all’interno di quelle quattro mura che delimitano uno spazio, sempre lo stesso, uno spazio noto, senza imprevisti, senza incontri improvvisi e non preventivati.

La felicità. Che sia quel suo sguardo appagato o un eterno interrogativo circa la ragione di ciò che è, per non limitarsi nello spazio di riferimento, di sicurezza, di normalità. Che sia il suo andare avanti seguendo le definizioni ristrette che qualcuno ha scelto per lei, o che sia la necessità di aggiungere a quelle definizioni sempre una nota finale, un commento o un’eccezione. Che sia la possibilità che lei concede di interferire con la sua fantasia per impedire alla stessa di raggiungere luoghi ignoti. o che sia l’ostinata ricerca, a volte anche nell’universo dell’immaginazione, di una via di fuga, di tragitti sotterranei, di cammini non segnalati e di fatto non previsti in quella ragnatela fitta e statica di ruoli, compiti, punti di partenza e di arrivo.

C’è chi ha bisogno di quella scontata certezza giornaliera per ritrovare in essa un abbraccio, un conforto, mentre c’è chi al contrario la percepisce come una catena che stringe eccessivamente. Nel primo caso ci si sente rassicurati e forse felici  proprio per il non dover porsi domande, oltrepassando così  i limiti del noto, seppure imposto; mentre nel secondo caso si avverte il bisogno quasi vitale di una ribellione, di un superamento dei margini, contrariando ogni forma di costrizione, a volte anche senza la coscienza di cosa si voglia realmente combattere. Risposte e reazioni di fiducia o di anticonformismo inconsapevoli, che nascono quando la passione perde le ali, costretta in uno spazio di canali indotti e schemi di azione ripetitivi, e combattuta da un senso di potere spicciolo e da una convenienza a breve termine.

 

 

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. COSTANZA

    Grazie a te Antonio per il tuo contributo. Sto scoprendo, purtroppo, che alcune logiche sono insite nella natura dell´uomo, indipendentemente da discendenze e tradizioni. E il pensiero da te rievocato esprime in maniera molto chiara il messaggio del mio articolo.

    Rispondi
  2. Antonio

    Questo scritto mi ha rievocato un pensiero di Dolores Ibarruri: “La vita è un campo di battaglia nel quale ogni giorno l’immenso esercito del lavoro guadagna posizioni”.
    Grazie Costanza

    Rispondi

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