Il giorno della rivolta (seconda ed ultima parte)

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Quello che il dodicenne Giacomino temeva si è avverato. La natura si è ribellata contro l’umanità e adesso il ragazzo è in fuga dalla furia degli uccelli e delle piante. Con lui c’è solo il suo cane Lasqui. Leggi la prima parte di questo racconto qui.  

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Corro senza guardarmi indietro per i campi sterili della periferia.

Quando raggiungo la casa colonica abbandonata in cima alla collina mi fermo. Mi butto dentro senza pensare. Sono coperto di graffi, dolorante nei muscoli, Lasqui accanto a me lecca le mie braccia insanguinate. Mi fa male soprattutto la testa. Un sudore dolciastro mi cola sulle labbra. Sangue. Chissà cosa mi ha fatto questo squarcio alla fronte.

Mi chiedo quanto sia al sicuro. Intorno alla casa c’è un boschetto, che per ora sembra tranquillo. Sul fianco nord comincia la montagna pietrosa e brulla.

Ancora nessun segnale sul cellulare. Provo ad accendere la radio. ‘Gli uccelli’. Quanto era bello ascoltare queste vecchie canzoni che parlano della bellezza degli animali, della loro eleganza, della loro indifferenza verso di noi. Adesso che ci hanno dichiarato guerra, come potremmo più guardarli con affetto? Giro ossessivamente la manopola in cerca di notizie. Solo musica. Niente deejay, niente cazzeggio, niente meteo, niente avvisi sul traffico. Nient’ altro che canzonette sciocche e zuccherose.

Il pomeriggio declina. Mi affaccio dalla finestra. Il mondo fuori è tranquillo. Due colonne silenziose di fumo si alzano dalla città. Che sarà successo a mio padre, a Francesco, a mia madre? La campagna sprofonda nel buio: perché non appaiono luci nella città? Perché non si odono le sirene delle ambulanze e dei pompieri? Quando verranno i Seals a salvarci?

Quando il sole scende dietro la sottile linea verde delle colline, ho freddo e ho paura. La luce elettrica non è ancora tornata. Sto accucciato in un angolo del salotto, nell’oscurità. Per fortuna c’è Lasqui con me. Lo carezzo e gli tolgo le spine. Guaisce. Appizza le orecchie, guarda fuori dalla finestra. Ha avvertito prima di me le ombre che stanno strisciando tra l’erba gialla; ombre a quattro zampe che scendono dalle pietre della montagna. Li vedo passare silenziosi ed invisibili: decine, centinaia di lupi che si muovono verso la città. Tra di loro, almeno la metà sono cani randagi.

Metto una mano sul muso di Lasqui che vorrebbe abbaiare. Non dobbiamo tradire la nostra presenza, ma il mio amico non riesce a stare fermo, si divincola, ringhia, riesce a forzare la mia presa, mi morde il braccio e fugge via infilandosi per un pertugio che non avevo notato. Va ad unirsi al branco dei lupi.

Anche lui mi ha tradito.

Adesso sono solo. Completamente solo. Anche i cani ci hanno abbandonato. La radio adesso non trasmette che rumori elettrostatici. Sono l’ultimo abitante della terra. Devo aspettare l’alba, nascosto qui dentro, pazientemente, sperando che gli animali non sentano le mie tracce. È una notte senza luna. Di tanto in tanto odo lo stridere degli uccelli che, invisibili come droni, sorvolano la campagna in cerca degli umani. Anche i rumori nella casa aumentano di minuto in minuto. Mi sembra di sentire zampettare di animali, strisciare di serpenti, frusciare di ali di pipistrello.

Per rompere l’assedio nella mia mente, riaccendo a basso volume la radio, controllo ossessivamente il cellulare in cerca di un segnale, mando messaggi di aiuto sperando che qualcuno li veda, quando le antenne verranno rimesse in funzione. Il tempo non passa mai. La mia coperta di alluminio mi aiuta a sopportare il freddo ma non è sufficiente per coprire tutto il corpo. Mi arrotolo nel telo come un roastbeef. Forse in questa casa abbandonata c’è anche un letto con delle coperte ma non ho il coraggio di muovermi dal mio cantuccio vicino alla finestra.

Due occhi orribili mi guardano dal vetro! Un gufo. Mi hanno visto!

Scappo al primo piano e mi barrico in una stanza. Cerco di calmarmi. In questa casa sono al sicuro. Devo solo aspettare. La paura, per qualche strana ragione, una volta passata, mi provoca una sensazione di sonnolenza. Stringo il coltello in mano, pronto a scattare, mi avvolgo nel telo e piombo in un sonno profondo.

Mi sveglio dopo un tempo lunghissimo. Fuori è ancora buio. Sono passate solo due ore.

Mi ha svegliato un rumore alla porta. Un raspare improvviso.

Gli artigli grattano il portone di legno. Un guaito. Poi un furioso abbaiare. A cui rispondono ululati. Eccoli! Sono arrivati.
Penso alle armi che ho. Ho un coltello, un bastone, una torcia. Non è molto ma penso che questo è il mio terreno, gli animali non conoscono i segreti di una casa.

Mi affaccio alla finestra. Sulla porta c’è Lasqui.

Davanti a lui una creatura demoniaca. Un lupo gigantesco, il maschio più grande e feroce, con occhi dorati di comando. Dietro di lui una ventina di lupi che aspettano un suo segnale. I due animali si guardano per alcuni istanti. Il lupo è più grande di Lasqui, è un animale selvaggio, forgiato dalla dura lotta per la sopravvivenza. Guarda Lasqui con sorpresa. Ulula, come per dirgli di andarsene. Gli uccelli si posano sui rami degli alberi. Gufi, civette, rondini, merli, gazze ladre, pipistrelli.

Lasqui ringhia contro l’enorme lupo. Non passerete, sembra dire.

Allora finalmente capisco. Il mio amico è tornato per me. Non mi ha tradito. E allora non posso restare a guardare. Saremo insieme, fianco a fianco, cane e uomo, come dalla notte dei tempi. Balzo fuori di casa senza pensare. Urlo, agito la torcia con la sinistra, muovo un bastone con la destra. La mia apparizione semina lo sconcerto nel branco, che fa un passo indietro. Ma è solo una momentanea esitazione. Gli animali non hanno più paura di noi.

Il capo branco mi osserva con odio. Ringhia, mostra le zanne, orribili fauci da cui scende una bava insanguinata. Grido di nuovo con tutta l’aria dei miei polmoni. Gli uccelli sui rami battono le ali come spettatori ai giochi nel Colosseo.

Lasqui abbaia. L’altro lo ignora, ringhia contro di me. Sono io il nemico. Senza aspettare, senza pensare, Lasqui si getta sul lupo, cercando di afferrarlo sul collo ma riesce a mordergli solo una zampa. Il lupo è sorpreso dell’attacco di un altro animale, indietreggia. I due animali si guardano ringhiando, mentre gli altri restano fermi ed incerti su cosa fare. Lasqui lo attacca di nuovo ma stavolta l’avversario è pronto. Il lupo si scansa, lo afferra per le zampe, cerca di morderlo. Lasqui è veloce, riesce a scappare alle sue zanne, a rifugiarsi accanto a me. Abbaia ma trema. Ha paura. Gocce di sangue macchiano il suo pelo.

Il grande lupo si rivolge verso di me. Non ha timore di questo umano spilungone con le sue ridicole armi. Con un balzo velocissimo, me lo trovo all’improvviso addosso che cerca la mia gola. Con un guizzo riesco a mettergli di traverso il bastone nelle fauci. Siamo muso contro muso, tesi fino allo spasimo, i suoi occhi sono fissi su di me, sento il suo terribile odore selvatico, il suo odio. È fortissimo, la sua furia è quella di milioni di creature animali che sono state cacciate, perseguitate, distrutte per gioco, per denaro, per fame da noi umani. Dall’alto degli alberi gli uccelli strillano. Altri ne arrivano. Gli occhi luminosi degli animali notturni appaiono nel sottobosco.

Non so quanto riuscirò a resistere ancora alla sua carica. Il lupo è più forte di me. Scivolo sul brecciolino, cado rovinosamente a terra sulla schiena. Il lupo si lancia contro di me. Penso di essere finito, quando scorgo Lasqui che lo carica di nuovo e riesce a prendergli un’altra zampa. Il lupo si arresta.

Lasqui fa un ultimo assalto ma il grande lupo lo abbatte con un morso. Il mio amico si risolleva tenendosi a fatica sulle quattro zampe, tremando. ‘Lascia il mio amico!’ Attacco senza guardare, colpisco, colpisco alla cieca, dovunque capiti. Sento il dolore del lupo.

Gli uccelli battono le ali. Si alzano stridule grida.

Mi fermo ansimante. Lasqui è a terra. Perde sangue dal fianco. Guardo il lupo negli occhi. Lo sfido. Lasqui manda un altro grido di dolore, vorrebbe rialzarsi per combattere ma non ci riesce.

Butto il bastone. Basta violenza. Indifferente alla muta che continua a guardarci incerta, senza pensare agli uccelli che strillano, abbraccio il mio amico, lo tengo stretto tra le mie braccia. “Lasqui. Ti porto via di qui. Devi solo resistere un poco. Starai subito bene, amico mio. Sei stato bravissimo. Sei il cane più coraggioso ed eroico del mondo. Resisti solo un po’.”

Lasqui guaisce e mi guarda. Nei suoi occhi ci sono i momenti che abbiamo passato insieme. Lui ha quasi la mia età. È nato poco dopo di me. Siamo cresciuti insieme. Non c’è ricordo della mia infanzia in cui lui manchi. Abbiamo corso, ci siamo inseguiti, abbiamo riso sempre assieme, mi ha difeso, gli ho dato da mangiare, l’ho abbracciato, l’ho amato. Per un momento tutto quello che quello abbiamo vissuto rimane sospeso nel suo respiro, che rallenta e poi si arresta.

Il suo grande cuore si ferma. Sento i muscoli irrigidirsi.

Affondo la testa nella pelliccia di Lasqui e mi copro del suo sangue. Alzo gli occhi. Sento un respiro caldo. Il grande lupo mi è accanto.

Annusa il suo avversario. Lo tocca con il naso. Poi lancia un terribile ululato al cielo. Che non è di trionfo, bensì di dolore.

Quando rialzo la testa, il branco è scomparso. Anche gli uccelli sono andati via. Il grande lupo mi guarda un’ultima volta sul limitare della pietraia. I suoi occhi verdi non brillano più di odio.

Restiamo solo Lasqui ed io. Vorrei piangere ma ho solo freddo e paura.

Passa il tempo, forse un minuto o un’ora. Non saprei dirlo, ma appare una luce e poi un’ombra.

Sopra di me Sabrina con una torcia. Dietro Serginho e Michele. Mi abbracciano “Giacomo, finalmente!”

“Lasqui. Guarda.”

Michele lo tocca. Scuote la testa. “Lui ci ha portati da te. Senza di lui non ti avremmo trovato.”

“E adesso, che facciamo?”

“Avevi ragione, Giacomo.”

“Siamo soli” dice Sabrina.

La radio tace, i cellulari sono morti, le torce sono le uniche luci di questa notte che non accenna a finire. La guerra agli umani continua. I Seals non verranno a salvarci. Dobbiamo cavarcela da soli. Ma ripenso al mio amico e al gigantesco lupo che ha gridato di dolore per la morte di Lasqui e che mi ha risparmiato. Tengo il corpo senza vita del mio amico. Ci sediamo a mangiare per ricordarlo. Serginho ricorda quanto ero buffo col casco di cartone. E Sabrina scoppia a ridere. Sento sciogliersi la tensione di una giornata terribile.

La rivolta continua ma qui è finita.

Forse.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici.

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