Il giorno della rivolta (prima parte)

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“Perché gli animali sono arrabbiati con noi?”

“Non sono arrabbiati, Giacomino.”

Agito davanti a mio padre lo smartphone. “Guarda. Gli elefanti hanno attaccato l’Africa.”

Papà dà uno sguardo distratto. Guarda il suo smartphone. Non legge le notizie. Guarda solo le foto delle modelle. “Non hanno attaccato l’Africa. C’è stato un incidente con alcuni elefanti a Kampala.”

“Kampala cos’è?”

“Una città in Africa.”

“Lo vedi?”

Accanto a me siede Lasqui con la lingua di fuori. Ma mica lo so che roba è. Come il suo nome senza significato. Un essere canino. Assomiglia ad un pastore tedesco che sia stato preso a martellate per infilarlo in un barile di latta. Morde una scarpa, con dentro il mio piede. Lui può farmi qualsiasi cosa. È un giocherellone.

“Papà, secondo te anche Lasqui ci attaccherà?”

“Lui? Perché?”

“Quando gli animali ci dichiareranno guerra.”

“Ma quale guerra, Giacomino.”

È distratto papà. Non capisce. Papà non capisce niente. Vive nella beata ignoranza: dà un’occhiata ai titoli sul cellulare, si arrabbia col governo e poi va a vendere automobili tedesche dal ruggito di tirannosauro. Io invece leggo tutto, soprattutto le notizie nascoste, quelle senza like. Nessuno sa che sono le più importanti. Ecco cosa è accaduto nell’ultima settimana. Branchi di lupi terrorizzano la popolazione di Anchorage in Alaska. In Australia avvengono cose chiamate Kangavisit: esci di casa e trovi un canguro davanti alla porta che ti sputa in faccia. Nell’India centrale tigri militarizzate hanno attaccato un villaggio. Non hanno paura né del fuoco né del rumore delle armi. In Egitto mandrie di cammelli si sono ribellate ai padroni. Queste le notizie che solo io leggo.

La natura si sta ribellando contro di noi. Da mesi provo ad avvertire i miei. A parte papà, che vive in una sua quinta dimensione di soldi e automobili e qualche volta si ricorda di me, c’è mamma, che quando non è depressa, litiga con papà, e quindi non ha tempo per me. Mio fratello Stefano? Eccolo qui. “Ancora con la guerra agli umani, Giacomonzo?”

Inutile.

“È già iniziata, Stefano. Presto succederà anche qui.”

“Per questo vai in giro armato.” Mi guarda col suo solito sorrisino da diciassette che sa tutto e c’ha la ragazza.

“Che ti sei messo in testa?” Chiede papà.

“Un casco.”

Lui scuote la testa e sorride. Si può sorridere del proprio figlio di dodici anni ma io sono terribilmente serio. Nello specchio all’ingresso compare uno scheletro di un metro e settanta, con la testa coperta da un caschetto da ciclismo rinforzato da cartone pressato, scotch e fil di ferro, cosparso da specchietti per far scappare gli uccelli. Consiglio preso da internet. Perché io mi aspetto che qui da noi, dove non ci sono animali feroci, l’attacco verrà dal cielo.

Papà non mi chiede se oggi è carnevale (non lo è). Sembra più preoccupato dello zaino gigante sulle mie spalle. “Che c’è là dentro?”

“Materiale di sopravvivenza.”

Riscuote la testa e non indaga ulteriormente. Se lo facesse, dentro lo zaino troverebbe borraccia, cioccolato, barrette energetiche, bussola, telo di alluminio, coltellino multiuso, venti centimetri di lama da squartatore, ami da pesca, esche, torcia, cerotti, una benda, una radio a batteria, disinfettanti.

“Avete sentito?” Un rumore dal pavimento. Tiro papà per la giacca, lo costringo ad abbassare la testa.

“Lo senti?” Sono giorni che avverto strani suoni in casa. Come lo sfregare di zampette. Tenui colpi nelle mura. Ma sono l’unico a percepirli.

“Andiamo?” Papà, senza pazienza per le mie preoccupazioni, mi trascina fuori. Prima però ho una cosa da fare.

“Che fai adesso?”

Mi fermo davanti alla grande quercia in giardino per salutarla. Le carezzo la corteccia, le chiedo mentalmente scusa con le palme appoggiate sulla sua pelle ruvida. Lo faccio ogni giorno per placare la sua furia. La notte, quando sono a dormire nella mia stanza al primo piano, sento i suoi gemiti. Gli alberi dei giardini si scambiano sussurri, lamentele. Da mesi parlano tra di loro. Recentemente le loro voci sono diventate minacciose.

I miei genitori dicono che sono sempre più strano. Si preoccupano di me invece di quello che sta accadendo intorno a noi. E’ così evidente. La natura ci odia. Anche qui, in questo quartiere periferico di villette a schiera. Secondo i miei, viviamo in campagna. Macché! Siamo in un’orribile città che ha riciclato un po’ di natura sotto forma di giardini artificiali e di siepi tristi che dovrebbero ornare le vie. Alla fine, anche qui, come in centro, ci sono automobili parcheggiate ovunque, che graffiano le portiere contro le cortecce degli alberi intubati nel cemento e le siepi che crescono storte. Non mi piace. Odio veder soffrire la natura.

Papà si ferma davanti a un roseto selvatico miracolosamente sopravvissuto ai cicloni umanoidi. Fischietta ‘Amarsi un po’ è come bere’ che è il motivetto che usa quando è di buon umore con mia madre, cioè quando lei non c’è. Dalla giacchetta estrae un paio di forbici. Le agita davanti ad una protuberanza di rosa selvaggia dai contorni feroci.

“No!”

“Un regalo per la mamma.”

“No, papà, no, non lo fare” dico con ansia crescente.

“Non ti preoccupare, Giacomino, non sono di nessuno.”

“Non è per quello…”

Lui taglia ed io mi metto le mani alle orecchie per non sentire il grido di dolore del roseto.

“Che hai?” Dice mio padre, senza intenzione di ascoltare la risposta. Come faccio a spiegargli che ho visto alzarsi in cielo uno stormo di gazze richiamate dall’urlo della pianta?

A scuola, torcicollo: passo il tempo a guardare fuori la finestra. Gli uccelli sono agitati, volano radenti sul paese. La professoressa di scienze dice che non c’è niente di anormale. Siamo quasi in primavera. Ma io so che non è così. Ci stanno osservando. Uno dei corvi del parco che atterra sul davanzale. Mi guarda. “Sappiamo che sei nostro amico.’ Mi manda un avvertimento. ‘Va via finché sei in tempo.’

All’intervallo i miei stupidi compagni giocano a calcio, biascicano patatine e smanettano sui cellulari. Io mi accuccio in un angolo per controllare le notizie: milioni di serpenti hanno attaccato la città indonesiana di Padang. Neppure i lanciafiamme dell’esercito li hanno fatti sloggiare.

“Quanto manca alla fine del mondo Giacazz?” Dice l’orribile Mattia Battistini. Mozzica un panino, metà lo butta nel cestino, versa l’acqua della bottiglia per terra. Lo fa apposta. Gli piace sprecare, sa che non lo sopporto.

“È già cominciata, Macumba.”

“Come mi hai chiamato, Giacazz?”

Non ho voglia di discutere. Con Mattia l’attacco è la migliore strategia. Un calcio nelle palle e scappare! Zot! Più veloce di un ghepardo. Mattia non ha neanche il tempo di vedere cosa gli sta arrivando. Si accascia con le mani sui pantaloni. Serginho, Sabrina e Michele applaudono. La mia banda. Quelli che, come me, amano la natura e che sanno quello che accadrà. Ogni giorno pensiamo a cosa fare quando arriverà l’attacco.

Gli uccelli danzano nell’aria. A gruppi sono appollaiati sui cornicioni. Frenetici e ciarlieri, si schierano all’assalto dietro segreti ordini di battaglia.

“Che hanno? Perché fanno tanto casino?” Chiede Sabrina dagli occhi dorati. “Sta per cominciare l’attacco?”

“Sentiamo Giac e il suo prodigioso smartphone” fa Michele.

“Due barche sono state attaccate dai delfini a Malta. Lo sapevi Giac?” Chiede Serginho.

Ecco una cosa che mi era sfuggita. “Si stanno avvicinando.” I miei compagni mi guardano preoccupati.

A metà mattina, mentre lavoriamo sulla lavagna elettronica, va via la corrente. Dopo aver indagato con i bidelli, il professore ci informa che la città intera è senza elettricità. Vado su internet ma il mio smartphone è senza campo. Anche quello di Serginho, anche quello di Sabrina e di Michele. Anche quello di tutti gli altri.

“Ragazzi! Quante volte vi detto di non usare il cellulare a scuola!?”

“Professore, c’è qualcosa di strano! I cellulari non funzionano!”

“Meglio. Metteteli via.”

Guardo fuori, mentre una sensazione di angoscia mi stringe il petto. Gli uccelli non ci sono più. Quando arriviamo alla fine della lezione, i cellulari sono morti e l’elettricità non è ancora tornata. La mia banda mi segue docile fuori di scuola. Ci incamminiamo verso il sentiero di semicampagna, tra due ali di cemento di costruzioni lasciate a metà. Odio questi resti di ville. Mi hanno detto che qui c’era un laghetto dove venivano a riposare gli uccelli in migrazione. L’hanno distrutto per erigere questi mostri privi di calore vitale. Mentre siamo in strada capisco perché manca l’elettricità. I piloni in campagna sono crollati. Alcuni sono inclinati a trenta gradi. I cavi pendono dai tralicci spezzati. La campagna grigia è percorsa dalle luci delle forze dell’ordine.

“Saranno stati gli islamici?” Chiede Serginho.

So che non è stato un attentato. Avevo già letto una notizia simile, accaduta in Giappone pochi giorni fa.

“Giacomo, meglio che andate via” dice uno della protezione civile, amico di famiglia, “non è un bello spettacolo.”

“Sono stati gli uccelli vero?”

“Sì, si sono scagliati contro i cavi fino a spezzarli. Si sono gettati contro i piloni. Sono morti a migliaia… Ehi, ma come fai a saperlo…”

Sono già andato via. Gli altri mi seguono perplessi. Cominciano a pensare che forse non si tratta più di un gioco.

“Tutti a casa!” ordino. “L’attacco è cominciato!”

I miei amici spariscono in un lampo. Sabrina si gira un’ultima volta. Mi guarda, esita, vorrebbe forse restare con me. Va via. Chissà se la rivedrò. Io devo fare ancora cinquecento metri prima di arrivare a casa. Non so se riuscirò ad arrivare in tempo. Mi giro di scatto e vedo il cielo ancora vuoto ma so che dietro le cime delle montagne altri stormi di uccelli stanno preparando l’attacco. Sarà una macchia nera come una mano, che si aprirà per ghermire la città. Cento metri prima di svoltare all’angolo della nostra pacifica via appare Lasqui. Mi corre incontro abbaiando, tonalità codice rosso. Lo chiamo, mi guarda e poi mi salta addosso, per un attimo ho paura che voglia attaccarmi. Ha i fianchi pieni di spine, graffi sul muso e la pancia. Lo carezzo ma lui mi azzanna per i pantaloni, vuole trascinarmi verso casa.

Oscuri presentimenti. L’assalto è arrivato, ma da dove? Quando volto l’angolo capisco.

Questo non me lo sarei mai immaginato. Sapevo che la vendetta sarebbe avvenuta. Avevo sentito quel grido nelle mie orecchie.

Eppure…

Sono le siepi l’avanguardia dell’assalto. I loro rami sono cresciuti, hanno invaso la strada, hanno ricoperto le automobili parcheggiate, sfondato i finestrini, bucato i pneumatici, sono entrati nei tubi di scappamento. Le loro protuberanze spinose si avvicinano ai giardini, dove vedo tremare i rami degli alberi e gli steli dei fiori. Non è il vento a muoverli. È il sinistro richiamo della vendetta della natura. La silenziosa marcia delle piante è interrotta dagli allarmi delle automobili che richiamano la gente dalle case, dai loro programmi di cucina e dai video dei mici su internet. Gli umani assistono senza reagire, incapaci di capire. Mani e occhi cercano scampo nei cellulari muti. Siamo soli ed indifesi.

Anche il giardino di casa mia è in tempesta. La grande quercia stormisce, sembra che voglia uscire dalla terra. Le sue braccia di legno colpiscono furiosamente il muro, spaccano i mattoni, sfondano le finestre del primo piano. L’edera si moltiplica sotto i miei occhi per avvolgere la casa in una camicia di forza verde e soffocante. I rami contorti ed aspri delle siepi si arrampicano sulla porta cercando di abbatterla. Lasqui mi avverte appena in tempo di un ramo che striscia per afferrarmi la gamba. Lo taglio col coltello. Cerco scampo nel garage, inseguito dai roveti selvatici. Per la mancanza di elettricità, devo alzare la saracinesca con la manovella. L’operazione richiede molti terribili minuti, mentre i rami si avvicinano a me, mi sfiorano, mi azzannano. Non toccano Lasqui, che non riconoscono come nemico.

Nel garage ci sono gli attrezzi: falcetti, tosaerba, rastrelli, picconi. Chissà cosa se ne fa papà di questa roba. Non ho tempo per pensarci perché nel frattempo vedo che nelle finestrelle del garage sono apparsi i rami del roveto. Le piante battono sulla saracinesca, con un orribile clangore metallico.

Fuggo per la porta interna. Le piante hanno invaso il primo piano e continuano a crescere. Mi faccio largo con i falcetti fino in cucina. Riempio lo zaino di cibo, mentre sento un orribile rumore provenire dal pavimento, come uno squittio ripetuto ed insistente, accompagnato da un tremore simile ad un terremoto. La porta posteriore è libera, la via dei campi è praticabile, Lasqui ed io scappiamo fuori.

Appena in tempo. Le villette a schiere si piegano di lato, crepe orribili le squarciano dal suolo al tetto, si afflosciano come se il loro scheletro interno fosse scomparso. Così crollano le nostre case, l’una sull’altra, in un diluvio di polvere, calcinacci, mattoni sbriciolati, vetri. Piovono le tegole sui superstiti che fuggono in strada e finiscono stritolati dai roveti tra urla indescrivibili, mentre dalle loro tane sotterranee gli artefici del cataclisma, topi e talpe, fuggono a centinaia, a migliaia, a milioni.

Corro senza guardarmi indietro per i campi sterili della periferia.

(Seconda ed ultima parte il 26 ottobre)

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max scribacchia idee per l'Undici dal duemilaundici con passioni varie. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ed adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici, a disposizione gratuita per chi sia interessato. Scrivetemi su maxkeefe11@gmail.com, anche per chi ha letto "Finale di picnic" e vuole sapere la conclusione di Hanging Rock.

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. walter

    Condivido molto il tuo pensiero e tutto il resto delle tue passioni,compreso l’amore per i figli, e mi piacerebbe viverle insieme con te in modo reale,come la nostra passeggiata in bicicletta ad Ostia,ma il tempo mi è nemico….troppi impegni,di cui il 90% di lavoro,rubano il mio tempo ed io vivo come non vorrei vivere :( Lorenzo però mi dona tanta energia e serenità ma non sempre basta… Mi mancano le passeggiate in bicicletta e il piacere di parlare con un amico. Mi piace la tua fantasia e come la spieghi con la penna..

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