Carabiniere uccide la moglie e poi si spara – Controbilanciamenti

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Il tempo di Carmela Mautone è finito il 30 settembre scorso. L’ha deciso il marito, Luigi De Michele, che, durante quel pomeriggio, ha messo in atto l’esecuzione fra la gente – perlopiù insegnanti, bambini e genitori – davanti all’istituto scolastico dove insegnava “Melina”. Lei di certo non avrebbe voluto lasciare i suoi due figli (una ragazza di 17 e un ragazzo di 14 anni), divenuti orfani di entrambi i genitori in un modo al quale non riusciranno a dare una spiegazione per il resto della loro vita… distrutta per sempre.

Albano laziale, il luogo della tragedia.

Albano laziale, il luogo della tragedia.

Di primo acchito potrebbe sembrare l’ennesimo brutale femminicidio seguito dal suicidio dell’assassino, ma non è così, o peggio ancora, non è solo così, per un motivo su tutti: a compiere questa indefinibile tragedia è stato un carabiniere (nel caso, appuntato scelto in servizio presso il comando delle Ville Pontificie e, precedentemente, presso il Nucleo investigativo di Frascati), vale a dire un tutore dell’ordine e della legge al quale ricorrono anche le donne in casi di maltrattamenti da parte dei loro compagni.

Ecco un nodo di difficile districazione: «Come avrebbe potuto, questa donna in pericolo, esporre le sue paure ai colleghi del marito?» «E poi, sebbene l’avessero creduta, quanto tempo avrebbe dovuto impiegare per riconquistare la libertà?».
Forse saranno state queste esitazioni a farle scegliere la strada dell’allontanamento dal consorte.
Ma queste ed altre perplessità, anche se non potranno ridare la vita ad entrambi, vanno però rivolte innanzitutto alle Forze dell’ordine, in particolare all’Arma dei carabinieri, non responsabile certamente dell’accaduto ma chiamata in causa al fine di arricchire il bagaglio formativo dei militari – nelle proiezioni del cosiddetto “Modello carabiniere”* – sull’aspetto psicologico dei potenziali offender che, come dimostrano svariati casi, possono trovarsi a ricoprire anche funzioni “al di sopra di ogni sospetto”.

Un pensiero ancora non può che essere rivolto a chi, in questa triste storia, farà fatica ad andare avanti senza i genitori, soprattutto senza la mamma, Carmela “Melina” Mautone, una donna esemplare, che all’età di 47 anni e nonostante le difficoltà – prima di salute (aveva lottato contro un tumore al seno), poi sentimentali – continuava ad impegnarsi per migliorare la vita sua e degli altri. Oltre a studiare all’università (amore mai sopito, sin da quando lasciarono Secondigliano e Casalnuovo di Napoli per trasferirsi nel Lazio), si dedicava infatti ad approfondire – sul suo profilo Facebook – temi importanti dell’educazione, come la “Lingua italiana dei segni”. Nell’ultimo post – risalente a due giorni prima della prematura scomparsa – si legge “Programma in divenire”, forse inserito nell’inconscio auspicio di invitare i lettori, o qualcuno in particolare, a proseguire il cammino tracciato… quel misterioso cammino in comune.

Note

*Tra i cardini fondanti il “Modello carabiniere” si annovera il “pensiero aperto”, che […] parte dal ricordo e dalla coscienza di se stessi e del nostro passato, per giungere ad una coerente valutazione della realtà quotidiana. Il ricordo diventa quindi un paradigma che indirizza verso una lettura ponderata del reale permettendo di sviluppare un pensiero vivo e reattivo.

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Sono madre. Ho paura. I figli maschi mi sembrano terribilmente fragili. Incredibilmente fragili soprattutto se la loro donna li lascia. Aveva ragione mio suocero, morto a novantacinque anni. Ripeteva sempre alle nuore che i figli maschi sono più fragili, che hanno maggior bisogno della madre, che hanno più bisogno di affetto e attenzioni rispetto alle figlie femmine. Le sue parole facevano ombra sul mio cuore perché io avevo solo figli maschi. e, col tempo, ho capito bene quanta verità ci fosse nelle meste parole di mio suocero.
    Che un delitto di femminicidio lo commetta un rappresentante delle forze dell’ordine faccia più impressione forse è vero, ma sinceramente io penso che questa sia solo un’istintiva, ovvia e umanissima reazione. Io credo che di fronte a ciò che non gli è tollerabile chiunque reagisca in modo sbagliato, indipendentemente dal carattere, dall’acculturazione, dall’addestramento alla resistenza psicologica. Nulla penso giovi di fronte a ciò che un determinato soggetto prova dentro di sé se deve combattere contro qualcosa che l’animo suo non è in grado di gestire e sostenere. Possiamo forse chiamare in causa l’ipotesi di una mente di per sé già fragile e ossessiva, o forse una crudeltà mentale inimmaginabile e mai riconosciuta da chi viveva vicino a queste persone che uccidono, si uccidono, lasciano in eredità dolori immensi. Tuttavia io sono propensa a pensare che nella maggioranza dei casi si tratti di un’immensa fragilità, un oscuro sentimento di sé che non piò esistere senza la persona che hai scelto e creduto compagna per l’eternità.
    Poco tempo fa anche il giovane, mite, laborioso e tranquillo lavoratore figlio di una compagna d’infanzia uccise la dolce ragazza che lo abbandonava. Impensabile. Incredibile. Impossibile. Poteva capitare a tutti, dicevano piangendo tutti i conoscenti, ma non a lui, non a quel mite ragazzo amato e stimato da tutti.
    Io me ne stavo in disparte pensando disperatamente che sotto questo cielo accadono cose che nessuno immagina possano accadere. E pensavo, avvilita e impaurita, alle parole di mio suocero ripetute fino alla nascita dell’ultima nipotina poco prima della di lui morte
    Gli esseri umani sono misteriosi, insondabili, irraggiungibili nonostante le tante e tanto lucide analisi di chi analizza i suoi simili per mestiere. L’imprevisto è sempre in agguato. L’ombra della follia, della nera disperazione, dell’ istinto di morte abita l’anima di ogni essere umano.
    E non accetteremo mai le tragedie che ne possono derivare perché sono ingiuste, disumane, infinitamente lontane dai semplici sogni di vita dell’uomo comune.
    Io non so immaginare come si possa rimediare a ciò che la nostra mente giustamente rifiuta, giustamente aborrisce. E nemmeno so se queste aberranti e paurose tragedie fossero così frequenti anche nel passato, quando la comunicazione non era tanto vasta e capillare.
    Se riuscissi a farlo, so solo che pregherei, come facevano un tempo, sul far della sera, le donne dei miei paesi alzando lo sguardo verso l’immagine di un Cristo dolente affisso al centro della parete, proprio al di sopra del tavolo che di lì a poco esse avrebbero ricoperto della candida tovaglia profumata di varechina. Forse quel candore immancabile sul desco significava per quelle donne tener lontano il sangue della tragedia dalle loro case.

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    • Antonio

      Grazie per la lettura e l’articolato commento, di cui mi hanno colpito molti punti, tutti confluenti nell’aspetto che dovrebbe divenire prioritario: la fragilità dell’animo umano, ma che – per via di “altre” occupazioni – viene sistematicamente relegato ai piani inferiori.

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  2. Antonio Capolongo

    Ad Arma di Taggia, una tragedia simile. Un carabiniere spara all’amica e poi si uccide. Lei, Barbara Zanini, sta combattendo da sabato scorso per salvarsi. In bocca al lupo…

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