Un agosto un po’ soffocato

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È la mattina della vigilia di Ferragosto.

“Un po’ soffocato”.

Forse a quest’ora dovrei stare in una frugale camera d’albergo, o in un appiccicaticcio bungalow, o in una frigida tenda, disteso, appena sveglio, riposato ma un po’ stanco, desideroso di una colazione un po’ fuori le abitudini casalinghe, pronto per una nuova giornata, di visita alla città d’arte, di spiaggiamento a far assaggiare al mare il mio deretano, di passeggiate montane ed aria fresca.

“Un po’ soffocato”.

Invece vado al lavoro, no, nessun vittimismo, ci mancherebbe, le ferie sono volontarie, avrei potuto e non le ho prese, tutto qui, il fatto che abbia un lavoro da cui non aver preso ferie è già una notizia relativamente molto positiva.

“Un po’ soffocato”.

Ho fatto colazione al solito bar gestito da Cinesi che mi fa lo sconto cliente e non chiude mai – ah, questi Cinesi, patriottici, atei e stacanovisti! – bevuto il cappuccino tiepido, mangiato il cornetto alla marmellata, data una veloce scorsa al giornale filo governativo – “un po’ soffocato” – seduto ad un tavolino, la giornata è fresca, nuvolosa e promette un bis della pioggia notturna, quindi bellissima ed ideale alla sopravvivenza.

“Un po’ soffocato”.

E, non so, da qualche giorno un pensiero mi ronza per la testa, no, non è quello della vacanza che un mio io alternativo sta vivendo in una realtà parallela, davvero, no, questo è un pensiero un po’ opprimente, serio, necessario, eppure – “un po’ soffocato” – privo di un’immediata soluzione.
Ci sto girando intorno, inventandomi dei paragoni, degli esempi, è un pensiero arrabbiato come un piccolo incendio e quindi lo circondo e lo tengo a bada con la razionalità ed il quotidiano menefreghismo, toglie l’aria come un’afa interiore che si contrappone alla frescura esterna, mozza un po’ il fiato come la passeggiata sotto il sole che non sta avvenendo, prende alla gola – “un po’ soffocato” – come un lutto, un qualcosa di perduto o lasciato indietro.

Pensieri di larghe foglie estive solo un po’ rinsecchite che attendevano un pochino d’acqua alle radici per riprendere sufficiente vigore e godersi un altro po’ di Sole e che invece sono state improvvisamente abbattute – “un po’ soffocato” – dal proprio rametto da un furioso e smodato temporale estivo ed ora giacciono al suolo, appiccicate a faccia in giù – “un po’ soffocato” – annegate in mezzo dito d’acqua marroncina di terreno.

Le foto che provengono da vacanze altrui mi lasciano perlopiù indifferente, sono sinceramente contento per chi sperimenta un grand tour alla vecchia maniera, decisamente più perplesso all’apparire di foto di facce note a bordo piscina, lì, sullo schermo del computer, incastrate nella dinamica timeline di un network chiuso ed autoreferenziale, un luogo incontrollabile, libero quanto una tigre, un albatro e un delfino chiusi insieme in una grande gabbia anfibia – “un po’ soffocato” – rappresentazioni grafiche di pezzi di vite inconsapevoli che altre personcine sedute sulla panchina della vita osservano curiose mentre nella propria testa si mescolano calma e inquietudine, serenità e rabbia, ragione e follia, ragionevolmente certe di poter essere libere di star lì sedute a farsi gli affari propri durante importanti momenti di libertà, in attesa che qualcosa inizi e qualcos’altro si spenga, dentro, tra il cervello e lo stomaco, tra ondate di benessere e un malessere che ogni tanto trova una piccola via d’uscita.

Progetto di andare a lavoro – “un po’ soffocato” – stamattina, di fare qualcosa di simile a quanto faccio gli altri giorni, sperando sempre in qualche sorpresina, in qualcosa di nuovo e più bello che passi d’innanzi alla mia panchina, anche se, sì, quel senso di protezione naturale resta sempre, quello scudo mentale preventivo contro l’attacco dei predatori – “un po’ soffocato” – cattivi, ma che resta lì, sopito, in riserva, seduto in panchina; una delle conquiste della “civiltà” dovrebbe essere proprio il poter mettere da parte la continua paura e non dover stare sempre sul “altolà! Chi vive!?” – che altrimenti che vita – “un po’ soffocato” – è?

E stamattina sul giornale che scrive, scrive ma devi stare sempre attento a cosa ti fa leggere, di nuovo quella frase, non nuova, sommessamente – “un po’ soffocato” – rimbalzante da qualche giorno, come una inaspettata e viscida rana dai grandi occhi acquosi e la pelle di un colore indefinito che saltella tra le pareti e i tuoi oggetti buttati lì nella stanza, nel bungalow o nella tenda, lì, mentre tu sei ancora con gli occhi appiccicati nel dormiveglia all’interno del mondo parallelo in cui sei in vacanza ma in cui, ah che pensieri neri e maniacali… ecco, nero! Ecco dove l’avevo sentita, mi ricordava qualcosa – “I can’t breathe!” – il soffocato grido finale di quel ragazzo nero americano il cui ultimo asfittico ricordo sarà stata la terrificante sensazione di un pesantissimo ginocchio d’ordinanza ficcato sulla spina dorsale, ecco, dicevo, pensieri in cui potresti ritrovarti, non so, a seguito di un bel vaffanculo liberatorio urlato forte, come fanno tanti che poi si prendono pure la goliardica pacca sulla spalla dagli amici, o uno spintone dato a qualcuno che in testa tua se lo meritava, che ti voleva per forza mantenere – “oh, ma tu chi cazzo sei, oooh, ma lasciami stare!” – d’improvviso una tenaglia umana riempita di senso del dovere che ti strozza il collo e la vita e poco dopo con la faccia schiacciata su di una rugosa e sballottante superficie di indifferente metallo, la bocca storta in una smorfia incredula, le braccia slogate verso dietro e il sangue nella testa che si fa strano, freddo e formicolante, a guardare gli ultimi pensieri che salutano, si voltano e se ne vanno via.

Ho in testa pensieri miei e pensieri non miei, immaginari eppure vividi, che ronzano, entrano ed escono, in questo mitologico mondo degli adulti che seriosamente millantiamo ai piccoli, che naturalmente non riescono a capirlo; un piccolo mondo composto di omissioni, di lontananze, di competenze, di scuse, di violente gerarchie, un ristretto mondo in cui essere un professionista può significare tutto e niente, vissuto tra i momenti in cui sai con certezza cosa fare e quegli altri momenti che si nascondono tra le pieghe, quei nodi al pettine, in cui vai avanti a fare qualcosa senza sapere cosa tu stia realmente facendo, ma soprattutto perché.

Immagino un autista di un’ambulanza che pronuncia, per alcuni forse ingenuamente, una frase – “lo hanno un po’ soffocato” – alla radio, immagino un medico da molti anni assai convinto del suo sapere, immagino chi, in divisa, il turno prima aveva elevato delle multe col suo blocchetto e il turno dopo avrebbe presidiato un incrocio cittadino con la sua paletta che in quel momento si trovava obbligatoriamente a “trattare” un omone impazzito, dotato solo delle proprie braccia e di un paio di manette e, forse, senza ben sapere precisamente cosa fare.

Immagino soprattutto il “padre di famiglia”, tradizionale categoria protettiva morale a sé, che in questi giorni si impasta tra sospiri e silenzio le grandi mani nell’aria, seduto coi gomiti appoggiati forte sulle cosce e la testa bassa tra le spalle a guardare quelle braccia e quelle mani, che si stringono a provare, incurvando acremente le dita, quanto possano essere inaspettatamente forti ed assassine e l’animo fatto a pezzi da mille lingue di rabbia, mille rivoli di tristezza, spaccato a metà come con una katana dalle tranquillizzanti parole infingarde dell’avvocato che si attaccano strette alla gola – “un po’ soffocato” – e provocano nausea e voglia di vomitare dagli occhi.

Questo pensiero, un po’ soffocante, ora giace inerte lì, sul fondo dell’animo, a terra ai piedi di una panchina, come foglie affogate che cercavano un po’ di Sole e hanno invece incontrato un temporale.

Panchina di Andrea Soldi

La panchina di Andrea Soldi

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Cosa ne è stato scritto

  1. Zia_nik

    Ci sono lavori che a volte tolgono la voglia di sorridere e la capacita’ di immergersi nel quotidiano perche’…. dai, come si fa a stare sempre a contatto con la morte, con persone che non sono piu’ persone ma solo corpi in cui la vita non scorre piu’… e mantenere la capacita’ di affrontare la vita con gioia e allegria!!
    E si’ che e’ un po’ soffocante….

    Rispondi

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