Solo bagaglio a mano

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In questi giorni ho letto un libro che mi ha molto colpito, poiché compendia un evento di per sé naturale, nell’esperienza più surreale mai udita. Vorrei parlarvi di “Solo bagaglio a mano” dello scrittore e giornalista bolognese Gabriele Romagnoli, classe 1960, edito da Feltrinelli nel settembre 2015.Si tratta di un’opera breve, nemmeno 100 pagine, che suscita molte riflessioni e spunti interessanti. Uno scritto autobiografico in cui l’autore, utilizzando l’espediente del bagaglio a mano – quello degli aeroporti, per intenderci –, dispensa consigli di viaggio mentre delinea una metafora della vita.

Partendo dalla premessa che “nelle notizie brevi si nasconde sempre una grande storia”, Romagnoli – che ha una vita frenetica, essendo sempre in viaggio per il suo lavoro di giornalista e mira ad entrare nel “club” di coloro che hanno visitato più di cento Paesi -, durante uno dei suoi viaggi legge un articolo che, in sostanza, cambia le sorti della sua esistenza.

Per arginare i troppi suicidi, di cui la Corea detiene il primato assoluto, la Corea del Sud mette a disposizione un’iniziativa interessante, che cade a pennello per gli appassionati di esperienze estreme. Un’agenzia specializzata mette in scena funerali, con tanto di bara chiusa dall’esterno, per indurre le persone a riflettere su come potrebbe essere, seppur in maniera simulata, la fine di tutto.

E Gabriele Romagnoli è così coraggioso – oppure folle, dipende dai punti di vista – da aderire a tale progetto e di sperimentare il proprio funerale. Ha così inizio, con questo rocambolesco viaggio in Corea del Sud, “Solo bagaglio a mano”, dove, chiuso in una bara, l’autore comincia a dissertare sulla vita, esprimendosi attraverso quel “flusso di coscienza” che talvolta diventa comico; altre rasenta il drammatico, ma risulta sempre e comunque un eloquio interessante.

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Sono stato al mio funerale”. In quanti possiamo dire altrettanto? Aggiungendo poi di aver potuto fare ritorno e di avere appreso molte cose importanti, proprio in quel lasso di tempo in cui eravamo “morti”.

È stato calcolato statisticamente – così riporta l’autore -, che in una vita media passiamo circa ventitré anni a dormire, cinque anni ad aspettare, e solo quarantasei ore ad essere felici. L’intera opera si basa sul fatto che, dopo avere scritto le proprie volontà come fosse tutto vero, ci si rende conto che le persone che veramente contano nella nostra vita sono poche. Che le cose veramente importanti lo sono altrettanto. La bara – racconta sempre Romagnoli nel suo libro – non è di mogano, con le rifiniture di raso, in cui si suppone di potere stare comodi, bensì una vera e propria “cassa da morto” di legno grezzo, in stile film western, chiusa con tanto di chiodi.

E mentre chiunque avrebbe iniziato ad urlare come un forsennato, chiedendo di uscire a “riveder le stelle”, Romagnoli rimane lì, da solo, senza nemmeno sapere per quanto. Deve così far passare il tempo, deve distrarsi. “Sepolto” con un vestito senza tasche, come da tradizione orientale, perché si arriva a questo mondo senza niente e con niente uno se ne va.

In questi frangenti è inevitabile fare un bilancio. Che cosa ho imparato? Si chiede l’autore. Se la vita dovesse terminare veramente senza aver lasciato quel minimo di saggezza con cui poter riempire almeno un bagaglio a mano, tutto sarebbe stato vano.

Romagnoli spiega poi che nella vita non bisogna mai rimanere immobili, perché i bersagli mobili sono più difficili da colpire – chiedetelo ad un cecchino. A rimanere “incasellati” si risulta prevedibili, sia agli occhi degli altri che ai propri. Ci si annoia.

Le cose migliori, nella storia, sono accadute quando le persone si sono “spostate”. Si sono mosse, si sono incontrate. Continuare ad evolvere, senza cadere in schemi stereotipati, quindi, diventa una vera e propria filosofia di vita.

L’autore si sofferma anche su un altro concetto importante: in molti sono convinti di poter vivere due vite parallele. O meglio, sono attanagliati dai rimorsi di coscienza per quello che avrebbe potuto essere la loro vita, se non avessero compiuto determinate scelte. In realtà, la differenza fra quello che abbiamo e quello che ci saremmo meritati, non è mai troppa. Abbiamo fatto esattamente quello che abbiamo potuto: quella era la vita destinata a noi. La sola possibile, non ce ne sono altre, come invece paventano le fatidiche “sliding doors”.

Affidarsi alla vita quindi risulta un modo leggero di “viaggiare” e di non avere rimpianti.

Il bagaglio a mano negli aeroporti pone dei limiti: fissa le regole del vivere civile. Il suo limite d’ingombro è decretato dal fatto che si possa viaggiare senza arrecare disturbo ad altri passeggeri e perché ciò che contiene – se lo si sa usare correttamente –, in teoria, è sufficiente. Quando i limiti vengono superati ci si porta dietro una zavorra inutile, che potrebbe schiacciarci, creando pesantezza.

Il consiglio è quindi quello di organizzarsi con un bagaglio leggero, di materiale tecnico e magari con molte tasche, perché nella vita c’è sempre qualcosa che vorremmo porre in un angolo, senza permettere che tutto passi ai raggi x del metal detector. In sintesi, al pubblico giudizio.
Su queste teorie, naturalmente, possiamo concordare come dissentire. La cosa importante, a mio avviso, è che ci sia stato un tentativo di semplificare la vita. Già esente dalle incertezze e dai rimpianti per quello che avrebbe potuto essere, essa risulterebbe degna di essere vissuta.

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