SALUTATE LA NOSTRA LISTA! – Undici film sul buon football

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Il calcio e il cinema sono rispettivamente lo sport e la forma di spettacolo più popolari del mondo eppure non è così semplice farle andare d’accordo. Spesso il cinema ha provato a raccontare il calcio, ma raramente ha ottenuto risultati entusiasmanti. Se di alcune delle migliori pellicole sul football abbiamo già parlato qui, qui e qui ecco che vi presentiamo la nostra lista con uno schieramento prudente che va dal film equo e solidale al cartone animato, dal film sul tifo a quello su un grande campione, dal cinema popolare inglese al cinema d’autore iraniano, dal film d’epoca italiano al film porno. Calcio di inizio!

“Febbre a 90°” (Fever Pitch) di David Evans, Gran Bretagna, 1997.

Con Colin Firth, Ruth Gemmell, Stephen Rea, Mark Strong Genere: amore vs il resto della vita

Il tema: siccome ti amo non devo più amare l’Arsenal?

febbre a 90 colin firth

“– Mica dovremo andare a vedere l’Arsenal tutte le volte che vengo a Londra, vero? Pensavo l’avessimo superata questa fase… – Noi non supereremo mai questa fase!”

Consigliato: ultras, cultori di una qualunque passione (persino la numismatica), genitori separati.
Sconsigliato: donne a cui non piace il calcio fidanzate/sposate con appassionati di calcio.

“Come fai a capire quando mancano tre minuti alla fine e stai due a uno in una semifinale e ti guardi intorno e vedi tutte quelle facce, migliaia di facce stravolte, tirate per la paura, la speranza, la tensione, tutti completamente persi senza nient’altro nella testa… E poi il fischio dell’arbitro e tutti che impazziscono e in quei minuti che seguono tu sei al centro del mondo, e il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato un momento cruciale in tutto questo rende la cosa speciale, perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori, e se tu non ci fossi stato a chi fregherebbe niente del calcio?”

Nick Hornby è bravissimo a spiegare una cosa complicatissima da descrivere, cioè l’oscuro sentimento che lega un tifoso alla propria squadra – per quanto mi riguarda si concretizza in una roba a metà tra la depressione post partum e la tensione da innamoramento che sollecita l’apparato parasimpatico –, e in questo film tratto dal suo libro omonimo (Guanda, 1992) viene perfettamente ritratta la delirante vita del malato di tifo calcistico in una delle congiunture più deflagranti della vita quotidiana, vale a dire l’arrivo di un altro amore. Con l’aggravante che l’oggetto dell’innamoramento accessorio del nostro sodale e protagonista della vicenda Paul Ashworth (Colin Firth) è una tale che di calcio in generale e dell’Arsenal in particolare (la squadra amata dal nostro Paul) nulla sa e nulla vuol sapere (almeno inizialmente). E quindi, dilemmi su dilemmi: il calcio e il tifo calcistico sono una roba da immaturi e buzzurri che un adulto consapevole deve abbandonare? Tra due amori si è costretti a scegliere? Se ubi maior minor cessat, perché il minor è sempre quello che piace a me, santoiddio? E, soprattutto, l’Arsenal vincerà il campionato? Una storia di sentimenti che soltanto il vero calciofilo può capire. (Ne esiste anche una versione a stelle e strisce del 2005, con Jimmy Fallon, Drew Barrymore e i Boston Red Sox al posto dell’Arsenal, quindi baseball; titolo originale immutato, titolo italiano orrendo L’amore in gioco; potete evitarla)

Da vedere con qualcuno che capisce il fuorigioco.

“Offside” (Offside) di Afar Panahi, Iran, 2006

Con Sima Mobarak Shahi, Safar Samandar, Shayesteh Irani, Ida Sadeghi, Golnaz Farmani

Il tema: il calcio è uno sport da signorine
Genere: drammatico, film da cinematografie marginali

Libertà per gli ultrà!

Libertà per gli ultrà!

Consigliato: a chi compra nei mercatini equo e solidali, a chi preferisce vedere le partite allo stadio
Sconsigliato: a chi pensa che tutto il mondo è paese, a chi non è mai andato allo stadio

“Anche se ti vendo il biglietto, poi come fai a passare i controlli? Lo sai che ti fanno se ti prendono? Lo sai che ti fanno?”

Il calcio è lo sport più popolare del mondo, in tutti i paesi i bambini prendono a calci una palla e i ragazzi vogliono vedere la propria nazionale ai mondiali. Siamo nel 2005 e in Iran tutto il paese fa un gran tifo per la sua nazionale di calcio che va forte e ha la possibilità di giuocarsi l’accesso ai mondiali in Germania (quelli del 2006 che saranno vinti dall’Italia). Per raggiungere l’obiettivo bisogna battere il Bahrain. Tutti vogliono essere allo stadio di Tehran, ma c’è un problema: nell’Iran degli ayatollah le donne non possono andare allo stadio, guardare uomini che corrono in calzoncini corti è contro la morale, perciò le donne non possono assistere agli eventi sportivi.
Questo è il contesto del bel film che Afar Panahi (“Il palloncino bianco”, “Il cerchio” e l’ultimo ottimo “Taxi Tehran”) gira in tempo reale seguendo in maniera quasi documentaristica il percorso di una ragazza che pur di assistere alla partita, si traveste da uomo per entrare lo stadio rischiando letteralmente la vita. E come lei fanno tante altre ragazze. Non andrà proprio liscia, ma il film riesce ad essere al tempo stesso realistico e divertente sfiorando solamente i toni del dramma per spostarsi verso una commedia che sarebbe surreale se non fosse tremendamente vera. Questo film in Iran è stata vietata la proiezione del film e il suo regista è stato condannato a sei anni di carcere.

Da vedere travestiti da donna

“Il maledetto United” (“The damned United”) di Tom Hooper, Regno Unito, 2009.

Con Michael Sheen, Timothy Spall, Colm Meaney, Jim Broadbent, Stephen Graham

Il tema: Accetta i tuoi demoni, non cercare di farli diventare i tuoi angeli.

Anche nel romantico calcio di una volta i grandi allenatori ci avevano la faccia come il culo

Anche nel romantico calcio di una volta i grandi allenatori ci avevano la faccia come il culo

Genere: drammatico, sportivo
Consigliato: a chi ancora si ricorda della vita e delle opere di Brian Clough, a chi “Il calcio moderno ci fa Skyfo”
Sconsigliato: ai buonisti (che nello sport si chiamano de coubertiniani), agli allenatori bionici moderni

“L’ho assunta perché credo che lei sia il miglior giovane allenatore di questo paese”
“Grazie! Sono anche il migliore tra i vecchi”

Il calcio dei maestri prima della diretta TV. Lo United del titolo, intanto, non è il Manchester, ma il Leeds, che nei primi anni ’70 è la squadra più importante di Inghilterra. E l’allenatore più importante d’Inghilterra – quel Brian Clough che porta lo sconosciuto Derby County dalla Seconda Divisione alla semi di Coppa dei Campioni negli anni ’60 e vincerà due Coppe Campioni consecutive nell’80-’81 con i ragazzini del Forest – li odia dal profondo. O meglio, ne odia l’allenatore, Don Reeves. Così, quando Reeves è chiamato a guidare la Nazionale, non sa resistere dall’alto del suo egocentrismo a prenderne in mano la creatura per cercare di smontarla e ricostruirla secondo il proprio credo. Il film segue il racconto incrociato delle due stagioni, quella vincente al Derby e quella fallimentare al Leeds, cercando di rimanere il più fedele al libro, dove il “damned” del titolo era il meno politically correct “fucking”; però, come spesso succede, è dura ripetere un bel libro. Il film non decolla, nonostante ottimi interpreti: forse racconta di un calcio oggi troppo lontano – dove l’allenatore si limitava a dettare la formazione al suo secondo mezz’ora prima della partita e a bere whiskey, tattica e preparazione atletica ancora non contavano – o forse è proprio la storia a non acchiappare. Alla fin fine, alzi la mano chi si ricorda più di Brian Clough (ma vi assicuro, era un geniaccio. Mourinho a questo gli avrebbe fatto una pippa).

Da vedere in uno stadio di quarta serie inglese, sotto pioggerellina battente

“Il cielo capovolto” di Paolo Muran, Italia, 2014.

Con Eleonora Faccio, Fausto Carpani, Giorgio Comaschi, Roberto Messini, Orfeo Orlando, Eraldo Pecci, Gianni Morandi, Luca Carboni, Carlo Lucarelli, Romano Fogli, Ezio Pascutti, Mirko Pavinato, Marino Perani, Paolo Cimpiel, Nicola Rizzoli, Gabriele Romagnoli, Umberto Righi, Ivo Germano, Gianluca Morozzi, Jacopo Marrese, Silvia Bartolini, Guido Venturi, Lino Toselli, Silvano Bignozzi

Genere: docufiction col ragù
Il tema: così si giocava solo in Paradiso I

il cielo capovolto

Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich, Fogli, Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Capra

Consigliato: bolognesi, cultori dell’amore campanilistico, appassionati di anni Sessanta.
Sconsigliato: interisti.

“– Stai buono, per parlar di calcio bisogna avere giocato, e io modestamente ho giocato. – Sì, avrai anche giocato, ma eri anche abbastanza tristo.”
“– Ma lei che è uno scrittore e queste cose le sa, cosa pensa che succederà a Bologna se vinciamo lo scudetto? – Guardi, se vinciamo lo scudetto (e secondo me lo vinciamo), Bologna diventa la capitale dei sogni impossibili. Quel ragazzino lì che passa sempre qui davanti in bicicletta e lo chiamano il Mortadella, quello lì può diventare Presidente del Consiglio; uno che non è neanche comunista può diventare sindaco di questa città, quello lì che canta, Morandi, quello lì può vincere il festival di Sanremo; e può perfino succedere che uno scudetto lo vinca anche la Fortitudo.”

In uno spareggio giocato allo Stadio Olimpico di Roma, nel caldissimo pomeriggio di domenica 7 giugno 1964, il Bologna allenato da Fulvio Bernardini vinse il suo settimo scudetto (l’ultimo, ma solo per il momento) battendo 2-0 l’Inter di Herrera, squadra campione d’Europa da appena dieci giorni. Reti di Fogli e Nielsen. Quattro giorni prima era morto Renato Dall’Ara, storico presidente del Bologna per trent’anni, al quale è intitolato lo stadio cittadino. La cronaca è tutta qui, la storia è molto più complessa, specie se si è bolognesi e/o tifosi del Bologna: ha a che fare con i sogni impossibili che alla fine si realizzano, argomento ostico e misterioso su cui preferisco glissare. Scritto da Emilio Marrese e Cristiano Governa insieme a Paolo Muran, “Il cielo capovolto” racconta la storia rossoblù del Campionato 1963-64 e rievoca la Bologna (e l’Italia) di cinquant’anni fa mescolando filmati d’epoca alla fiction del racconto di Vittoria, ragazzina bolognese che come tanti suoi concittadini vive quella giornata leggendaria lontana dall’Olimpico, ascoltando la partita alla radio qui tra i portici natii. Amore di campanile a parte (oddio, più Torri che campanile, eh), è soltanto il vecchio calcio di mezzo secolo fa? No no, un po’ è già il calcio di oggi, con le accuse di doping, l’allenatore squalificato in tribuna che comunica con la panchina via ricetrasmittente e i 1500 poliziotti in servizio per Bologna-Inter del 29 marzo, nel timore di disordini (vince l’Inter, ma “noi eravamo senza Pascutti e Nielsen, miga poc, eh”). Sì, è vero, io sono di parte, e anche parecchio, però guardate questo film perché è bellissimo. E forza Rossoblù.

Da vedere con la maglia del Bologna sette giorni su sette.

“L’uomo in più”, di Paolo Sorrentino, Italia, 2001.

Con Toni Servillo, Andrea Renzi, Nello Mascia, Ninni Bruschetta, Angela Goodwin, Roberto De Francesco, Enrica Rosso, Italo Celoro

Il tema: Cogli l’attimo, che quando passa devi fartene una ragione

Salutame a sorete ex campione

Salutame a sorete ex campione

Genere: drammatico.
Consigliato: ai fan di Servillo, a chi non ama il calcio e i calciatori
Sconsigliato: a qualunque appassionato di calcio, tutto sommato anche ai fan di Sorrentino

“’A vita è ‘na strunzata”

Lo stesso nome, Antonio Pisapia, accomuna due idoli minori della Napoli di inizio anni ’80: uno è un cantante melodico di grande successo e grande cinismo; l’altro è un onesto difensore di una fantomatica seconda squadra di Napoli, in lotta per la qualificazione UEFA. Entrambi, all’apice del successo hanno un ribaltone che ne stronca la carriera: il Pisapia cantante, Toni Servillo, viene beccato a letto con una quindicenne; il Pisapia calciatore, Andrea Renzi, si rompe il menisco, in anni in cui questo significa l’abbandono dell’attività. Nessuno dei due riuscirà a venirne fuori. Se Sorrentino, qui al lungometraggio d’esordio, si dimostra abbastanza a suo agio nel descrivere il sottobosco neomelodico napoletano, con cantanti sconosciuti fuori da Napoli, ma con centinaia di migliaia di fan nella città partenopea, canna completamente la descrizione del mondo del calcio, con personaggi macchiettistici, allenatori che passano dalla Serie A alla squadra di amatori che si allena sotto al viadotto e ritorno da un anno all’altro, giocatori che escono dagli spogliatoi per raggiungere il campo di allenamento già schierati come dovranno disporsi in campo… ‘na ciofeca. Secondo alcuni, il Pisapia calciatore sarebbe ispirato alla figura di Agostino di Bartolomei, ma a parte la drammatica fine, non c’è nulla nel film che richiami la vita del grande Agustinho.

Da vedere a Coverciano, cercando di schierare la squadra con l’uomo in più

“Goal!” (Goal, the dream begins), di Danny Cannon, Stati Uniti, Regno Unito, Messico, 2005.

Con Kuno Becker, Tony Plana, Alessandro Nivola, Marcel Iureş, Stephen Dillane, Anna Friel

Il tema: impegnati, ragazzo che dal lavare i cessi al diventare un idolo, il passo è brevissimo (e l’Oceano un laghetto)

Calci a una palla in strada polverosa con galline e, ovviamente, fotografia virata ocra

Calci a una palla in strada polverosa con galline e, ovviamente, fotografia virata ocra

Genere: sportivo
Consigliato: a chi crede a Babbo Natale
Sconsigliato: a chi fa l’abbonamento a Sky per vedere la Premiership sul serio

“Siamo una squadra, non un one-man show. Il nome sul davanti della maglia è più importante di quello sulla schiena”

Il film inizia a Los Angeles, dove il giovine Santi – immigrato clandestino messicano che lavora in un’impresa di pulizie – si mette in luce come talentuosa speranza del soccer da parchetto. Lo intercetta un osservatore del Newcastle, che lo mette sul primo aereo per la perfida Albione, dove nel breve volgere di una stagione riuscirà a scalare le gerarchie, vincere le diffidenze, superare l’asma, passare dalla Primavera alla Squadra Riserve e infine alla Prima squadra, segnando i gol decisivi per la qualificazione del Newcastle alla Champions League. Descrizione zuccherosa e forzata del dorato mondo della Premiership – con calciatori che, 35 anni dopo Brian Clough e il maledetto United, sono diventati pop star e come tali si comportano – il film si segnala anche per parecchie inesattezze ed errori nelle riprese. Una per tutte: il nostro idolo Santi è un destro puro e monopiede, ma il gol decisivo è una sua punizione mancina (ammetto che questa la devo a Napo, io non me ne ero accorto). Cameo di Svengo Eriksson, ai tempi allenatore della nazionale, nella parte di se stesso: ovvero quella di invitato a un cocktail party con gnoccolona al seguito.

Da vedere con Salvini, chiedendogli se accetterebbe un clandestino al Milan qualora gli assicurasse i gol necessari a qualificarsi per la Champions

“Goool” di Juan  José Campanella, Argentina/Spagna 2013

Il tema: il calcio è grande, il calcio balilla un po’ più piccolo (o viceversa)

Esto no es un estadio, es un futbolín

Esto no es un estadio, es un futbolín

Genere: animazione, racconto di formazione
Consigliato: ai fans del calcio balilla, dei cartoni animati, insomma ai bambini o ciò che ne è rimasto
Sconsigliato: ai bulli, a chi ha perso il gusto del gioco

“Amadeo non puoi avere un futuro se passi tutto il tempo a giocare a biliardino”

Per fare un cartone animato sul calcio si è scomodato addirittura un regista premio oscar, l’argentino Juan José Campanella (miglior film in lingua non inglese nel 2010 con “Il segreto dei tuoi occhi”) che qui riesce a coniugare la sua passione per  il calcio e per  il cinema, passioni sintetizzate nella citazione calciofila di “2001 Odissea nello spazio”. Partendo dal biliardino, calcio in miniatura popolare quasi come il giuoco dei grandi, ci racconta una classica storia di formazione e di rivincita con un cartone ben fatto e ad altezza di bambino. Le scene con i giocatori di biliardino che prendono vita sono le più riuscite con la rappresentazione divertente degli atteggiamenti da star dei giocatori, delle dinamiche da spogliatoio e delle rivalità tra campioni, mentre il filo portante del film con la storia di riscatto del protagonista e la partita di calcio finale risultano fin troppo semplificate tanto da appassionare solo il pubblico più giovane. Resta comunque un film divertente e coraggioso (una produzione davvero impegnativa per essere un film argentino) che scorre veloce anche se un po’ prevedibile, proprio come il calcio di oggi.

Da vedere con amici con cui fare spogliatoio

“Ultimo minuto” di Pupi Avati, Italia, 1987

Con Ugo Tognazzi, Elena Sofia Ricci, Massimo Bonetti, Diego Abatantuono, Lino Capolicchio, Nik Novecento

Il tema: il calcio in provincia è una cosa faticosissima

Pupi Avati vede il calcio come se fosse antani

Pupi Avati vede il calcio come se fosse antani

Genere: drammatico, sportivo
Consigliato: a chi si esalta per la favola del Chievo
Sconsigliato: a Lotito, a chi non regge il cinema italiano

“Continua a fare i tuoi schemi e gioca con i soldatini. E prima di dormire prega per la mia salute. Forse ti conviene”

La serie A anni ’80 in provincia, in una squadra che si salva sempre all’ultima giornata, ma più per le doti di maneggione del general manager (Tognazzi) che per quelle dell’allenatore (che, tanto per dare subito una idea dello spessore del film, ha la berretta di lana in testa anche durante la preparazione estiva); con il bomber che si vende le partite, il giocatore a fine carriera, indeciso se mollare tutto ed accettare l’offerta del suocero di gestirgli la concessionaria, il giovane della primavera ancora pulito e innocente che salva la baracca, appunto, all’ultimo minuto (anche se, da quel che si capisce, la partita con cui si conclude il film è grosso modo a metà campionato… boh?). Il film vede l’esordio di quel trespolo che adesso si vede a bordo campo di qualunque diretta, ma che nel 1987 era ancora una novità assoluta. Proprio la sua scoperta pare che abbia suggerito ad Antonio Avati, fratello e sceneggiatore di Pupi, l’idea del film. Però, un paio di riprese in semi-soggettiva a bordo campo per farci un film sono un po’ poco, soprattutto se il regista, per sua stessa ammissione, di calcio non capisce nulla e gli piace anche meno. Film scontato e noioso (a proposito, tra gli sceneggiatori anche Italo Cucci), a cui nessuno degli attori sembra concedere un briciolo di fiducia. Ultima apparizione cinematografica di Nik Novecento, che morirà quello stesso anno.

Da vedere con il Presidente del Frosinone, chiedendogli chi glielo ha fatto fare

“Maradona di Kusturica” (Maradona by Kusturica) di Emir Kusturica, Spagna-Francia, 2008.

Con Diego Armando Maradona, Emir Kusturica

Genere: documentario-intervista-stream of consciousness

“Diego nostro che sei nei campi, sia santificato il tuo sinistro, venga la tua magia, siano ricordati i tuoi goal così in Cielo come in Terra. Dacci la nostra gioia quotidiana, rimetti ai giornalisti i loro debiti, come noi li rimettiamo alla mafia napoletana. E non ci indurre in tentazione, ma liberaci da João Havelange, Diego.”

“Diego nostro che sei nei campi, sia santificato il tuo sinistro, venga la tua magia, siano ricordati i tuoi goal così in Cielo come in Terra. Dacci la nostra gioia quotidiana, rimetti ai giornalisti i loro debiti, come noi li rimettiamo alla mafia napoletana. E non ci indurre in tentazione, ma liberaci da João Havelange, Diego.”

Il tema: Maradona c’est moi?
Consigliato: filo-latinoamericani, tangueros, romantici complottisti, anti-yankee e nemici della Perfida Albione.
Sconsigliato: tutti i dirigenti Fifa e Uefa, la famiglia Bush e i rappresentanti dei governi inglesi degli ultimi trent’anni.

“Chi è quell’uomo? mi sono chiesto. Chi è quel mago del calcio? Il Sex Pistol del calcio internazionale. La vittima della cocaina che, dopo aver smesso con la droga sembrava prima un Falstaff poi un testimonial per gli spaghetti. Se Andy Warhol fosse vivo, sono sicuro che avrebbe messo Maradona nelle sue serigrafie, insieme a Marilyn Monroe e Mao Tse-Tung. Se fosse vissuto solo in un campo da calcio, sarebbe stato un uomo felice.”

Se volete vedere il “romanzo di Maradona”, rivolgetevi a Marco Risi e al suo Maradona – La mano de Dios (2007). Questo è un’altra roba, è Maradona secondo Kusturica, l’esegesi della vita di Diego Armando secondo i canoni e la visione del mondo di Emir. Forse Kusturica azzarda nel sostenere che Maradona se non fosse stato un calciatore sarebbe stato un rivoluzionario, ma ha di sicuro ragione quando afferma che avrebbe potuto essere il protagonista di molti dei suoi film. Diego il latinoamericano, il ragazzo cresciuto in povertà a Villa Fiorito, che si tatua Che Guevara e Fidel Castro, nel 2005 partecipa con Evo Morales e Hugo Chavez alle proteste contro l’Alca e che nel 1986 segna il goal del secolo contro l’Inghilterra come simbolo di una giustizia che i poveri contro i ricchi possono sperare di “ottenere soltanto nel calcio”; e Diego cocainomane, la star la cui eccezionalità diventa adorazione del pubblico e disperazione di sé, il tossico che ragiona sulla sua mezza vita dimenticata, quasi morto e sempre un mito, perché “agli dei tutto viene perdonato”. Dai riti della Chiesa Maradoniana ai cartoni animati dei potenti della Terra battuti sul campo dal Messia del calcio, un racconto appassionato ed eccentrico in cui c’è più Vita che Calcio e più Emir che Diego.

Da vedere a Napoli.

“Best” (Best) di Mary McGuckian, Gran Bretagna-Irlanda, 2000.

Con John Lynch, Ian Bannen, Jerome Flynn, David Heyman, Patsy Kensit, Stephen Fry

Genere: biopic nostalgia

 “– È un puro fuoriclasse, capo. – Sarà pure un fuoriclasse, ma a quale prezzo.”

“– È un puro fuoriclasse, capo. – Sarà pure un fuoriclasse, ma a quale prezzo.”

Il tema: sono tutto genio e sregolatezza, che vogliamo farci?
Consigliato: ultras, alcolisti e donnaioli, irlandesi expat.
Sconsigliato: fidanzate di calciatori, manager di calciatori, genitori di calciatori.

“So giocare a football. Nessuno riuscirà mai a togliermi questo.”

Ritenuto uno dei migliori calciatori della storia, George Best (1946-2005) era un grande campione e un esempio vivente di come un grande campione non dovrebbe essere fuori dal campo. Le sue straordinarie capacità non sarebbero bastate a renderlo indimenticabile: è una leggenda non soltanto perché a 22 anni conquistò il Pallone d’oro, ma perché era un matto totale e viveva come una popstar in un’epoca in cui i calciatori non lo erano affatto (uh! quei bei tempi di una volta del calciatore-lavoratore!). Un decennio nel Manchester United (due campionati, una Coppa d’Inghilterra e una Coppa dei Campioni), poi alcuni anni tra Irlanda e Inghilterra prima di volare oltreoceano a fare bella mostra di sé: nel frattempo alcol a cascate, donne a grappoli e follia pura. Sceneggiato dal protagonista John Lynch insieme alla regista (si dà il caso che fossero anche sposati), il film non è granché appassionante, si sforza di trasmettere soprattutto le insicurezze del Georgie ragazzo e poi uomo, e non ci riesce benissimo. Sullo sfondo gli anni Sessanta britannici, un po’ nebulosi, però il senso della frase per cui ancora oggi si ricorda il George Best della maglietta fuori dai pantaloncini – “ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcol e automobili: il resto l’ho sperperato”– si coglie perfettamente.

Da vedere abbracciati al Pallone d’oro.

“Cicciolina e Moana ai Mondiali” di Mario Bianchi e Riccardo Schicchi, 1990

Con Ilona Staller (Cicciolina), Moana Pozzi, Miss Pomodoro

Genere: porno vintage

Youporn ci fa una pippa

Youporn ci fa una pippa

Il Tema: sesso e pallone con l’Italia al centro del mondo
Consigliato: ai nostalgici delle videocassette, a chi non ha mai fatto l’abbonamento a sky, a chi ama il buon football e il buon porno di una volta
Sconsigliato: a chi non guarda film porno, a chi “il porno è una cosa seria”

Che anni quegli anni quando l’italia era al centro del mondo nel football e anche nel porno. Se tutti i più grandi campioni del calcio giuocavano nella nostra serie A, le dive più affermate dell’hard core erano le nostre magnifiche Moana Pozzi e Cicciolina. Ecco l’estate del 1990 con le notti magiche del mondiale italiano che offrono una grande vetrina e al calcio nostrano e alle nostre platinate porno attrici.
Era appunto il 1990, non esisteva internet (vi immaginate un mondo senza internet e anche senza i telefonini???) e i film porno si vedevano al cinema o in vhs e pretendevano di avere un minimo di trama (era molto complicato mandare avanti). L’intreccio era comunque un mero pretesto per saltare da una scena porno alla successiva: qui Cicciolina e Moana con l’aiuto di qualche amica come la giovane ungherese Miss Pomodoro spompano come solo loro sanno fare gli avversari degli azzurri per facilitare la vittoria mondiale della nazionale italiana.
Cicciolina e Moana sono ormai nella parabola discendente della loro carriera porno e in quella ascendente di icone sexy quasi nazional popolari (Cicciolina è già stata anche in parlamento e Moana compare spesso e volentieri in TV), ma qui danno il meglio di loro im amplessi ripetuti con attori conciati con magliette e parrucche per assomigliare ai vari Maradona (coi baffi!?), Klinsmann e Gullit (e Aldo Biscardi). Insomma un porno revival coi fiocchi che promette orgasmi e risate soprattutto ai nostalgici.

Da vedere in VHS così non dovete cancellare la cronologia

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