Quella poesia che non vuole più nessuno

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Questo articolo non è allegro. E non è nemmeno d’incentivo alla cultura: nel senso che non parla di una poesia o di un autore allo scopo di diffondere, nel suo piccolo, il sapere. Avevo concordato che avrei scritto un pezzo per la rubrica “Poesia”. E quindi, di poesia avrebbe dovuto trattare.Ci ho pensato per due interi giorni. Ho fantasticato di dissertare su Pablo Neruda, su Jorge Luis Borges e anche su Edoardo Sanguineti, perché questi tre poeti hanno nel loro repertorio una lirica che mi commuove, ed esprime musicalità. Talvolta si ha bisogno di “bellezza”. Nel senso che ci si stanca di nozioni propedeutiche, con tanto di date e riferimenti. Piuttosto, ci si abbandona alla dolcezza dei versi, quasi fossero una musica che induce a sognare e che dona “leggerezza” alla nostra quotidianità. La poesia c’è anche per questo. Soprattutto, per questo.

Poi ho realizzato che non avevo niente da dire, perché la poesia sta morendo e noi non ci possiamo fare niente. Nessuno se ne occupa – e preoccupa -; nessuno la legge o sembra voler fare sul serio. Vengono organizzati un sacco di concorsi per creare antologie e premi prestigiosi, ma di fatto la cosa rimane a livello amatoriale. Il nuovo Leopardi o la moderna Alda Merini non sono ancora nati. A dire il vero, non sono mai nati, e io non credo che fra quella moltitudine di ragazzi e ragazzi che si dedicano alla poesia, essi non siano presenti. Semplicemente, vengono ignorati, perché con la poesia non si guadagna: è un genere di nicchia che porta pochi introiti alle case editrici, per cui gli editori stessi non pubblicano sillogi poetiche. Dunque, di avere alle spalle una casa editrice importante è escluso. Quelle sembrano riesumare, a periodi, solo poeti affermati, e lì finisce tutto.

Pubblicare con case editrici a pagamento non conviene, perché una volta preso i soldi, nessuno ha più interesse a fare pubblicità all’opera: lo scopo è stato raggiunto. L’autopubblicazione appare una buona soluzione solo se si è un addetto alle pubbliche relazioni, oppure una persona che se ne frega di riuscire simpatica. Perché martellando amici e conoscenti su Facebook con la pubblicità del proprio libro, ogni santo giorno, a lungo andare si diventa pesanti e si crea il vuoto attorno. La gente inizia ad evitarti e ad oscurare le tue notifiche, cosicché si ottiene l’effetto contrario: nessuno comprerà il tuo libro o si interesserà più a quello che scrivi.

Se poi si ha la fortuna di vincere un concorso – in questo forse c’è un tocco autobiografico, lo ammetto –, non si ha alcuna possibilità di vendere la propria raccolta, pubblicata ad esempio in formato digitale su Amazon, perché la casa editrice ha avuto la brillante idea di metterla al prezzo di € 9, 99, neanche fosse il best seller del momento, per cui è garantito che non la comprerà anima viva.

Insomma, nessuno tratta la poesia, e i pochi che lo fanno gestiscono male la cosa. C’è forse qualche altra possibilità? Al momento, direi di no. Spesso penso a quali siano i meccanismi del mercato dell’editoria, e, pur essendo consapevole che tutto gira attorno ai soldi, mi chiedo come possano avvenire certe scelte.

Che cosa stabilisce, ad esempio, che un romanzo sia “il libro del momento”, tanto da far sì che non vi sia un solo essere umano sulla faccia della Terra che non ne conosca l’esistenza? È il caso de “La ragazza del treno” di Paula Hawkins, quello che è considerato il thriller dell’anno, e che tutti, ma proprio tutti, dichiarano di voler leggere. Ecco, io l’ho letto, perché non parlerei mai di cose che non conosco. Senza dubbio è una storia incalzante e ben scritta. Ha un valore aggiunto, ovvero quei risvolti intimistici che esulano dal solito thriller sordido, dove la violenza è fine a se stessa. Il finale è a sorpresa, ma da lì a dire che sia il miglior thriller del 2015 ne passa. Eppure, che cosa deve avere fatto questa benedetta ragazza, per essere lì, dove i riflettori l’hanno all’improvviso catapultata? E non fraintendetemi, non intendo essere cattiva. Deve avere avuto una carta vincente, che al momento mi sfugge. E non ditemi che a fare la differenza sia stato il parere dei lettori. Le decisioni non sono mai lasciate al popolo, purtroppo. Di questo sono convinta.

Facendo recensioni, mi è capitato di leggere tanti poeti esordienti che hanno davvero qualcosa di valido da dire. Mi chiedo perché mai nessuno li abbia notati. Evidentemente, qualcosa non va nel criterio di selezione, ma è inutile inoltrarsi nel campo della “meritocrazia” – questa sconosciuta. È solo tempo perso, e ne scaturirebbe un discorso retorico, che adesso non mi va di fare.

Al di là di queste riflessioni, oserei dire “meschine”, anche se comunque legittime, tornerei alla poesia. Quella poesia che avrebbe dovuto essere il mio tema iniziale, e che invece mi ha portato a divagare. Mi dispiace di non avere avuto niente di interessante da raccontarvi. Di non avere, in pratica, parlato di poeti e poesie, ma lo sconforto ha preso il sopravvento e ho avvertito l’esigenza di condividere le mie perplessità.

E adesso, volete sentire le poesie di cui, se non avessi avuto da polemizzare, vi avrei parlato in questo articolo?

Pablo Neruda

Pablo Neruda

Ebbene, ecco la prima.

“Il ramo rubato” di Pablo Neruda

Nella notte entreremo
a rubare
un ramo fiorito.

Passeremo il muro,
nelle tenebre del giardino altrui,
due ombre nell’ombra.

Ancora non se n’è andato l’inverno,
e il melo appare
trasformato d’improvviso
in cascata di stelle odorose.

Nella notte entreremo
fino al suo tremulo firmamento,
e le tue piccole mani e le mie
ruberanno le stelle.

E cautamente
nella nostra casa,
nella notte e nell’ombra,
entrerà con i tuoi passi
il silenzioso passo del profumo
e con i piedi stellati
il corpo chiaro della Primavera.

Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges

La seconda:

Jorge Luis Borges, “Nostalgia del presente”.

In quel preciso momento l’uomo disse:

che cosa non darei per la gioia

di stare al tuo fianco in Islanda

sotto il gran giorno immobile

e condividerlo adesso

come si condivide la musica

o il sapore di un frutto.

In quel preciso momento

l’uomo le stava accanto in Islanda.

Edoardo Sanguineti

Edoardo Sanguineti

Infine la terza. Edoardo Sanguineti, “Se mi stacco da te, mi strappo tutto”.

Se mi stacco da te, mi strappo tutto:

ma il mio meglio (o il mio peggio)

ti rimane attaccato, appiccicoso, come un miele, una colla, un olio denso:

ritorno in me, quando ritorno in te: (e mi ritrovo i pollici e i polmoni):

tra poco atterro a Madrid:

(in coda qui all’aereo, selezionati miei connazionali,

gente d’affari, dicono numeri e numeri, mentre bevono e fumano, eccitati,

agitatamente ridendo):

vivo ancora per te, se vivo ancora:

Belle vero? Non è un peccato che questo filone, così piacevole, non venga più coltivato? Non è uno spreco inaudito che nessuno cerchi più, fra la moltitudine, un degno erede di questi grandi poeti? Perché qualcuno, sono certa, c’è. Si dovrebbe solo evitare di ignorarlo. Allora questo genere letterario, così bistrattato e riservato a pochi eletti, nascerebbe a nuova vita.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio Capolongo

    Grazie, Cristina, per aver condiviso i tuoi pensieri sul destino della poesia.

    Il tuo legittimo sconforto non può passare inosservato, anche perché tu sei di fatto tra coloro i quali mantengono in vita la poesia, anche sulla nostra rivista preferita, tra i cui articoli non è difficile trovare i passi che serbano – tra righe scritte o velate – la strada del cambiamento di cui soprattutto l’Italia ha bisogno.

    Il punto centrale di questo ribaltamento è dimostrato alla perfezione da ciò che accadde (migliaia di copie vendute) all’indomani di una presentazione in televisione di un libro di poesie. La silloge era di Wisława Szymborska ma, a presentarla, c’era il più grande di tutti: Roberto Saviano.

    Quest’ultimo concetto (in sintesi: introdurre trasmissioni “poetiche” in luogo di programmi “indefinibili”) forse potrebbe ridarci l’aria alla quale abbiamo diritto e concederci la possibilità di imbattersi, un giorno, nella presentazione in prima serata dell’ultima opera di quell’artista… ignoto.

    Buone cose
    Antonio

    Rispondi
    • Maria Luisa Carretto

      La televisione, questo grande contenitore potrebbe fare molto di più ma non lo fa perché ha perso da tanti anni la funzione che aveva all’inizio, solo all’inizio. Il mondo potrebbe andare meglio, se ci fosse la poesia, la bellezza. Noi continuiamo a coltivarla, vediamo che accade.

      Rispondi

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