On the road romantico

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Dalla nostra inviata nel Rio Grande Do Sul (Brasile).

Domenica mattina. Circa le 7:30. Davanti al semaforo rosso in una Bento Gonçalves che si trastulla ancora un po’ approfittando della domenica di festa. Direzione “Rota Romantica”, dopo una settimana convulsa e confusionaria tra discussioni giornaliere e una ricca serie di quantificazioni disumane di indicatori e mete e obiettivi strategici, per lo più legati a una bella faccia e ad una forma perfetta. Giorni vissuti in attesa della tanto amata sexta feira, il venerdì, che avrebbe aperto le porte ad un feriado lungo, per la commemorazione dell’indipendenza brasiliana del 7 settembre, occasione per una fuga temporanea dalla mia querida città.

Avevo avuto pochissimo tempo per organizzarmi. Sbirciatine veloci su internet mi avevano condotto su un sito con una lunga lista di possibili rote turistiche riograndensi, distinte per tema e destinazione: rota del Sud, culturale, dello chimarrão, gastronomica. Mille dubbi, ma alla fine l’immagine di una piccola e graziosa casa rossa, con ricami bianchi al lato, suscita la mia curiosità e decreta la vittoria della rota romantica. Nel frattempo avevo affittato una macchina, necessaria indipendentemente da tutto. Il venerdì prenoto la camera in un albergo a Novo Hamburgo, una delle città ultime del percorso scelto, il quale si muove tra diverse strade, attraversando piccoli e grandi città di origine tedesca, la prima Nova Petropolis, alla scoperta di arte, storia, ricordi, buona comida e bebida e la natura che si presenta come un complesso variegato che nel tempo si è creato dal contatto tra le varie incursioni esterne e il patrimonio natio brasiliano. Partivo per un viaggio senza una meta fissa, dal carattere misterioso e avventuriero, iniziato con la preparazione rapidissima del mio piccolo trolley, con il libro da iniziare, il kit immancabile per lo chimarrão e vestiti comodi. L’ingegnere che è in me aveva insistito almeno per segnalare la strada, con l’intenzione di ottimizzare i tempi e di evitare di ricorrere al navigatore per emergenze improvvise. Avrei camminato lungo la BR116, o meglio strada delle ortensie.

La strada dell ortensie, BR116

La strada delle ortensie, BR116.

Semaforo verde. Saluto Bento Gonçalves con la speranza di trovare un’alternativa, seppure nella limitatezza di circa 200 chilometri e appena due giorni. Mi lascio alle spalle Caxias do Sul, fredda, apatica e asettica, rigorosamente definita da forme squadrate, intristite ancor più sotto un cielo plumbeo piovoso. Seguo le indicazioni, con un’occhiata alla mappa segnata a penna sul foglio accanto a me. Ci siamo, i cartelli mi indicano di essere sulla strada giusta. Mi muovo lungo una striscia di cemento che avanza armoniosa accompagnando le curve naturali della parete rocciosa alla mia destra. Uno scenario incantevole si apre sulla sinistra, tra chiazze di rosso argilloso, sfumature verdi e tinte azzurre del profilo all’orizzonte che muta ad ogni curva. Poche baracche e cortili rurali, pascoli selvaggi, mercatini di legno con abbondanza di frutta e verdura colorata.

In attesa del bus, lungo la strada delle ortensie, verso Picada Cafè

In attesa del bus lungo la strada delle ortensie, verso Picada Cafè.

Trovo uno spazio per arrestare quel cammino davanti al fiore rosso che interrompe il verde che dilaga e accanto alla signora in attesa alla fermata del bus. Non esiste un filtro che si interpone tra il mio sguardo e lo spettacolo intorno. Una manifestazione pura, senza bugie, senza punti di partenza e d’arrivo; una combinazione casuale di radici e rami e fogli che si sovrastano e si accavallano, quasi in competizione l’una con l’altra, come se la natura  non fosse preparata ad accogliere ciò che lei stessa ha generato. I chilometri scorrono. Percepisco ad un tratto e non so per quale motivo di non procedere nel verso giusto, così, contrariamente ai piani, lascio intervenire il navigatore che conferma il mio dubbio. Ho sbagliato strada, ma sorrido, stranamente, perché di fatto in un tragitto di scoperte nuove, non preventivato, privo di elementi comparativi riconosciuti migliori o giusti, non ci si può sentire in errore o fuori luogo o in difetto, ma si può soltanto avvertire una sensazione liberatoria di entusiasmo che impedisce di avvertire il tempo che scorre o la pesantezza di un’ora di viaggio già passata.

Il mercatino variopinto della frutta

Il mercatino variopinto della frutta.

Giro intorno a una rotonda e torno indietro, aspettando curiosa di vedere apparire, non so esattamente quando e come, qualcosa di già visto sul monitor del pc nelle mie brevissime ricerche notturne e serali. Nel frattempo incontro il mercatino dalle tinte eccentriche e di nuovo la signora in attesa. Mi chiedo se passerà prima o poi il suo bus.

Dopo una serie di curve, inizia un tratto breve rettilineo in discesa. Una scritta sulla sinistra, finalmente, lo riconosco. Devo fermarmi, lo faccio, e comprendo che il conducente della macchina dietro di me avrebbe gradito un preannuncio di quella scelta. Parque Historico Municipal Jorge Kuhn, municipio Picada Cafè e um bem vindo para todos. 

Parcheggio la macchina vogliosa di uscire da quella piccola scatola bianca. C’è una casa gialla con una enorme mulino, dove arriva l’acqua dopo essere passata al di sotto di un arco di pietra stretto e un ponticello di legno. Una coppietta in tenuta matrimoniale si lascia immortale lì accanto: lei mostra un generoso décolleté con disinvoltura, mentre io, difesa dalle intemperie da tre strati di maglie di diverso tessuto, sono ai limiti di una sensazione non piacevole di freddo.

La casa gialla con l’enorme mulino e la giovane coppia di sposetti in posa.

Mi siedo su un tratto scosceso ai lati di quel fiumiciattolo, arricchendo la raccolta di foto fatte lungo la strada percorsa. Mi alzo, attraverso il ponte e sembra di balzare nel lontano 1820, anno in cui raggiunsero questa terra i tedeschi i quali, in quanto primi arrivati, si accomodarono nella parte migliore della Serra Gaucha. I poveri connazionali sbarcati con settant’anni di ritardo, dovettero accontentarsi delle rimanenze, seppure poi ebbero i loro bei successi. Casupole, musei storici e la casa maggiore di un rosa antico acceso, circondata da fiori grandissimi di una tinta ancor più eccentrica. Al suo interno è allestita le vendita di prodotti naturali, tra erbe, vinho, liquori, miele, dolciumi vari.

La casa dalle tinte accese nel parco di Picada Cafè, dove ho incontrato la cara Clarice

La casa dalle tinte accese nel parco di Picada Cafè, luogo d’incontro con la cara Clarice

Mi limito a osservare, con un fortissimo desiderio di riporre nel cestino della spesa rivestito di stoffa ogni genere di prodotto esposto. Mi ribello. Lascio il cesto sotto lo sguardo incuriosito della padrona di bottega, dai tratti fortemente tedeschi, e mi muovo lungo le altre stanze: ricordi che richiamano un passato di appena duecento anni, da cui si è iniziato a contare il tempo di questa terra, scorso velocissimo, e a raccontare la storia di invenzioni, di vite particolari, di grandi e piccoli eventi, fino a un presente, vivo, e ad una speranza futura. In fondo si trova un minuscolo negozio, che vende creazioni di stoffa, di merletto e di lana, come i vestitini per il termos della chimarrão e per la cassa di acqua di 25 litri, presente in ogni luogo, di varia tecnologia. In realtà il mio destino è riprendere il cestino della tentazione.

Accessori stravaganti nelle stanze di Clarice, con il fantastico ombrellino rosso. Anche lui ha quasi 200 anni

Accessori stravaganti nelle stanze di Clarice, con il fantastico ombrellino rosso, di quasi 200 anni.

Torno indietro e si avvicina la cara Clarice. Risponde frettolosamente alle mie domande, ma in realtà muore dalla voglia di raccontarmi dei loschi affari che si nascondono dietro la costruzione che appare dalla finestra: un certo uomo credeva erroneamente di ottenere la licenza per realizzare un albergo, e ora non si sa cosa combini per raggirare la situazione. Lei è convinta che non riuscirà nell’intento e di certo non glielo augura. Il suo accento fortemente tedesco si scontra con il mio linguaggio, altamente imperfetto, e ci rende una coppia molto stravagante di vecchiette pettegole.

Clarice mi permette di visitare anche la parte anteriore del suo negozio, interrompendo sistematicamente la mia attenzione per soddisfare la sua necessità di chiacchierare e di narrarmi la sua esperienza, attraverso le foto in bianco e nero appese,  i volti severi come i vestiti neri indossati, le pose plastiche, attraverso quei nomi impressi, che in realtà nascondono la forza, l’amore, la fantasia, la creatività generata dal bisogno pratico e dall’assenza di aiuti e vantaggi esterni. Ogni cosa che il tempo, nel suo scorrere, non porterà via con sé.

Finisce il giro e ho una gran fame. Mi dirigo a piedi verso il ristorante indicatomi, per un almoço com churrasco, immancabile, dopo una mattina trascorsa con un sottofondo di musica gaucha trasmessa in radio. In quel ristorante due signorotti con i tradizionali vestiti si muovono tra i piccoli tavoli di legno con i loro lunghi spiedi. La moça, ovvero io per il loro grande dispiacere non è il cliente migliore, ma cerca di ricompensarli con svariati sorrisi. Qui nel finale la  sorpresa per la cachaça offerta, raro gesto di generosità da queste parti. Ultimi sguardi al parco, scatti finali, una sigaretta, e sono nuovamente sulla mia scatola bianca a motore.

La rota avanza, fino alla seconda tappa, Morro Reuter, dove scelgo di fermarmi. Come del resto ogni paese romantico, ha il suo portico d’ingresso, per accogliere le anime curiose, da cui si apre un grande viale, generalmente la strada principale del centro abitato. Mi fermo per un tè, nell’Herbario Cafe, che propone, stampate su ritagli di carta, ricette originali, come il “Pesto de Lavanda” che prima o poi preparerò in casa. Intorno, un pubblico variopinto che si concede agli stravizi del cafè colonialuna miscela di dolci e piatti salati, caldi e freddi, con bevande di vario genere. Mi distanzio da quella delizia seducente sulla tavola bandita  e mi accorgo che dall’uscita si apre un percorso di piccole stelle bianche disegnate sulla strada.

L'elemento decisivo che mi ha condotto sulla Rota Romantica, Morro Reuter, l'ateliè delle ceramiche di Anelise

Rota Romantica, Morro Reuter, l’ateliè delle ceramiche di Anelise

Le seguo e mi ritrovo davanti alla casa rossa tatuata di bianco, proprio lei che mi aveva condotto lungo la BR 116. Sono entusiasta, quasi come se mi fosse apparso davanti un gran figo di attore in carne e ossa. Mi avvicino e vengo accolta dal mondo fantastico delle creature di Anelise: cerchi imperfetti, figure tondeggianti, colori naturali della terra che definiscono le sue figure immaginarie e che raccontano la storia di chi ha scelto di ritrovarsi in quella natura non per un viaggio breve ma per una vita intera, abbandonando i colori artificiali di quei palazzi lontani per rintanarsi nella sua passione. Ci dedichiamo ad un’ora di piacevole chiacchierata, nata non certo per creare un contatto tra commerciante e potenziale cliente.

Il favoloso mondo della passione di Anelise, Morro Reuter

Il favoloso mondo della passione di Anelise, Morro Reuter

Prima dell’uscita Anelise mi consegna una mappa dalle sembianze dei tabelloni dei giochi di società: tante piccole case colorate numerate, percorsi da compiere che si diramano da una striscia nera ondulata. La mia pedina bianca, mi suggerisce, dovrebbe spostarsi prima sulla casella numero 36, poi sulla 37 per raggiungere la destinazione al numero 40, sempre che non abbia altri programmi. Credo di no! Così la mia pedina a fatica percorre la strada ripida, fino alla prima tappa, “Ateliè Edelweiss”.

Il mondo di Lenira, Ateliè Edelweiss, la casella 36 dove si è fermata la mia pedina bianca

Il mondo di Lenira, Ateliè Edelweiss, la casella 36 dove si è fermata la mia pedina bianca

Una graziosa costruzione di legno, con piccolissime stanze all’interno, sature di oggetti diversissimi, e con al lato un balconcino con le sedie banche, per tomar um cafezinho, um cha, il te, e comer a maravilha de strudel. Anche qui una chiacchiera con l’allegra Lenira, che tra i suoi oggetti e l’infinità di verde che si estende dal balcone, ritrova e vive se stessa, incontrando ripetutamente la sua felicità. Mi lascia il cartozinho de visita. Magari la incontrerò ancora, vicino o distante dalle ortensie, forse in fiore.

Un poco oltre c’è la placca di legno che segna il numero 37. La pedina si arresta davanti a un cancello rosso, chiuso. “Ateliè Claudia Sperb, Caminho das Serpentes”. Suono. Mi viene incontro una signora sorridente insieme a un cane nero, che saluta dolcemente gli arrivati. Un percorso di mosaici, seguendo le scalette sulla destra; piccoli quadratini luccicanti nascosti tre i cespugli, lungo i pannelli laterali, come rivestimento della dimora di colui che mi ha aperto il cancello.

La dimora variopinta di mosaici, Caminho das Serpentes, Morro Reuter

La dimora variopinta di mosaici, Caminho das Serpentes, Morro Reuter

Entro in una delle tante abitazioni nel parco e la conversazione iniziata con Anelise prosegue con Clàu, che porta le sue bambole di stoffa in giro per quella terra, in una valigia gialla, ad espressione del suo spirito infantile, lo stesso che incontra nella sua classe di piccoli ometti. Intanto il padrone di casa sollazza fuori al balcone, all’ombra di un sole fantastico. Lo saluto con affetto, con la promessa di tornare logo.

Manifestazioni vere di bem vinda, domande curiose davanti a chi ha avuto il coraggio di raggiungere la loro terra brasiliana, che incanta, provoca rabbia, dolore, ma che tiene stretti con un legame di passione, quasi un amore impossibile, pericoloso, da cui a fatica si prendono le distanze. Il numero 40 lo raggiungerò chissà, nella prossima avventura.

Scorro in discesa libera e raggiungo dopo circa mezz’ora l’hotel. Mi sento appagata e forse stanca per un primo percorso tra la storia di quelle case, che divide e che unisce dando un significato comune, da cui discendono le diverse avventure particolari che con i loro cammini tingono quella stessa storia di colori nuovi. Non ho voglia di uscire. Mi concedo una pizza giunta con il  telentrega, servizio d’asporto, suggerimento molto gradito della fanciulla alla hall. Una birra gelada, mentre scorrono innumerevoli volte le tantissime foto che appesantisco la memoria del mio smart phone.

Un’interruzione del mio viaggio. Si riparte all’indomani per il mio romanticissimo on the road gaucho. Seguite la Costanza con la sua pedina bianca, fino ai cigni giganti sul lago…

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Alcune delucidazioni su dei termini in portoghese

Chimarrão

Chimarrão

Chimarrão: cuore della tradizione gaucha, bevanda irrinunciabile per tutti gli abitanti di questa terra, da concedersi di mattina, nel pomeriggio, nelle giornate fredde e in estate, sempre in compagnia.  Si tratta di una particolare erba naturale, erva mate, ovvero Ilex paraguariensis, che viene essiccata e triturata. Elementi essenziali sono la cuia, realizzata con il frutto di porongo, riempita di erba e acqua bollente, e la bomba, ovvero una cannuccia, di bambù o di acciaio inox. Entrambe variano per colori e decorazioni. Attenti, esiste un decalogo da rispettare rigidamente per la preparazione e per la degustazione. Da bere in gruppo: la stessa cuia, pronta, che gironzola e viene passata di mano in mano durante le riunioni ufficiali, nei pomeriggi assolati sdraiati sul prato o in comode posizioni sul sofà di casa. (https://it.wikipedia.org/wiki/Mate)

Almoço com churrasco: almoço è semplicemente pranzo. Almoço com churrasco, è molto di più, è la passione popolare che esplode nei giorni di festa, che si diffonde per le strade cittadine e rurali con il suo caratteristico profumo. Vari generi di carne, specialmente di manzo, che vengono infilzati su lunghi spiedi di metallo e posti ad una certa distanza dal fuoco, fino a cottura. Evoca l’incontro, la condivisione, l’appartenenza ad una stessa origine, il legame intimo, emotivo, d’affetto e d’amore. Per gli amanti della carne, una delicia!!!

Cartozinho de visita: Semplicemente il nostro biglietto di visita, ma il termine cartozinho è decisamente meno formale.

Birra gelada: il significato è intuitivo, per cui birra freddissima,necessaria per le estati brasiliani. Nei casi di vocaboli italiani che terminano per -ta, come nel caso gelata, molto spesso la parola portoghese corrispondente si ottiene sostituendo la t con la d. Attenzione, non vale sempre; se si generalizza si rischia di fare un pasticcio, ottenendo parole che hanno un senso, ma tutt’altro significato. Mi è accaduto con la parole pelado, associata a uomo: “gosto de homen pelado”. Nella mia testa avevo in mente un bell’omaccione con la testa completamente rasata, mentre alle mie amiche brasiliane la mia frase  richiamava l’immagine di un uomo, pelato, non pelato, biondo o moro, ma come mamma lo ha fatto (pelato=pelado=senza veli)

Nel frattempo, se vi ho incuriosito, potete anche voi dare una sbirciatina:

http://www.rotaromantica.com.br/

 

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