L’inarrivabile esuberanza del popolo italiano

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Quando si dice il fascino unico dell’Oriente… si sbaglia! se per unico si intende singolo o solo! A Trieste sono arrivati i cinesi; tanti, tutti giovani e tutti, apparentemente immortali. Ebbene sì, o muoiono senza neppure sapere che cos’è la crisi di mezza età, oppure hanno scoperto l’elisir per la vita eterna!

E’ vero che Trieste si trova all’estremità nord-orientale della penisola, è vero pure il fatto che è stata definita spesso “la porta orientale d’Italia”, ma è anche vero che oggi, ad incrementare questa sensazione di esotismo ci sono mille lanterne rosse. In realtà non servono più nemmeno quelle per individuare un locale cinese. Se un tempo era loro prerogativa il tipico ristorante, ora trovi il bar cinese, il parrucchiere cinese, il sarto cinese, il bazar cinese, il gelataio cinese e ahimè, anche il pizzaiolo cinese!

lanterne rosse

Dunque, di unico c’è solo questo incredibile fattore di moltiplicazione cinetica che, seppur fascinoso nella sua esplicazione scritta, produce e riproduce sempre lo stesso film, e non scherzo: “Sindrome cinese” è davvero il titolo di un film, oltre ad essere una vera e propria psicosi collettiva!

Nella quotidianità di una qualunque giornata trascorsa a Trieste -austera e maestosa città asburgica con il fascino di una cedevole decadenza- i cinesi sono ovunque. Tanti e diversi, anche se sembrano tutti uguali: quando di primo mattino vai al bar e ordini un caffè, da dietro il bancone echeggia uno squillante “lo vuole in bicchiele?”, mentre dal parrucchiere “buongiolno signola”, nei negozi d’abbigliamento “selve aiuto? gualdi, nuovo allivo, gualdi che bello!” e alla sera, finalmente in relax… gambeletti in salsa losa per tutti!
Qualcuno li detesta, altri li snobbano, altri ancora ne hanno quasi paura. Temono, infatti, un’invasione in grado di cancellare ogni traccia dell’etnia e della cultura italiana.

Oggigiorno, poi, quando il fenomeno dell’immigrazione getta nello sconforto anche la mente più aperta e generosa, pregiudizi e leggende sui cinesi sfiorano addirittura l’assurdo: se vai dal parrucchiere ti cadono i capelli, se indossi abiti cinesi ti viene il cancro alla pelle, se vai al ristorante mangi cane, anziché pollo.

dal parrucchiere

Nonostante tutto, c’è ancora chi riesce a superare l’inevitabile imbarazzo che scatena il diverso e a sfidare la sorte, come ho fatto io la scorsa settimana. In fondo i cinesi sono discreti, poco ingombranti, servizievoli, economici e poi, sorridono sempre.

Perché, mi domando, rifiutare per principio ciò che sta fuori dalla nostra cultura? Se siamo così elevati da questo punto di vista –sembra una costante rispetto qualsivoglia tipologia di immigrato- allora diamo una possibilità anche a Guan-yin, Kabir, Abrah… magari ci sorprendono e scopriamo che quelli davvero strani siamo noi.

Così ho sperimentato: sono andata a fare le meches in un salone di parrucchiere cinese. Beh, che dire, effettivamente l’ambiente non era proprio confortevole, anzi direi piuttosto sciatto e disadorno. Un guaire cinese di bambini dietro una tendina infeltrita sostituiva il sottofondo musicale. Ho camminato su un tappeto di capelli colorati. Le poltrone erano basse e scomode e le cartine per le meches di seconda o terza mano!

L’atmosfera però era, come dire, casalinga. Sembrava di stare nel salotto della nonna e di poggiare i piedi sui peli lasciati a terra dal suo pullover quattro stagioni. Si sentiva parlare straniero, dunque pareva quasi di essere in vacanza e c’era un concitato viavai di professionisti che sfrecciavano per il locale sorridendo e inchinandosi di continuo –immagino per salutare, visto che non lo facevano per spazzare i capelli-. Un antidoto contro la solitudine!

E’ stato semplice, non ho dovuto prendere appuntamento, né fare una telefonata di preavviso. Appena entrata in negozio sono stata accolta da tre cinesine che mi hanno accompagnato alla poltrona con estrema cortesia e delicatezza, come fossi una reliquia da portare in processione. Il trattamento è durato circa due ore e l’operazione è riuscita perfettamente. Oggi, ad una settimana di distanza, posso dire che sono contenta, in buona salute e più bionda che mai!

Tuttavia, in questa avventura, c’è stata un’ombra e ahimè, non era affatto un’ombra cinese. Quando ho varcato la porta del salone ho notato che ero l’unica cliente. Poco male. L’intera popolazione di cinesi presente era freneticamente impegnata nello zapping fra i canali di una piccola tv, videogiochi, cellulari e passeggiate compulsive fra flaconi di sciampo, spazzole e fili elettrici dei phon.

Immaginate allora la sorpresa quando sulla poltrona a fianco si è seduta una lavorante nullafacente e lo stupore quando questa –incollato il viso allo specchio- ha iniziato ad eliminare, con cura meticolosa, i punti neri dal suo mento rotondeggiante e molliccio. Ora ipotizzate che io sia comunque rimasta lì anziché scappare, singhiozzare o vomitare e immaginate il mio sconcerto quando guardandola in volto ho visto che non aveva nulla di orientale se non un tatuaggio zen sul collo, al confine con tutti quei punti neri. Era italianissima, proprio come lo sono io!

Che dire? Se può farvi sentire meglio, crogiolatevi nel dubbio che questo possa essere solo un racconto di fantasia. Ad ogni modo, una cosa è certa: l’esuberanza del popolo italiano è davvero inarrivabile!

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

Cosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    S’è mai visto uno straniero arrivare da noi veramente maleducato?Per anni io li ho visti arrivare in classe timidi, timorati, tranquilli anche se un po’ a disagio perché piombavano all’ improvviso in un ambiente sconosciuto di cui non conoscevano neanche una parola. Molti si sono fatti onore perché hanno saputo mettere a buon frutto le capacità personali andando diritti per la loro strada, inserendosi civilmente nella scuola prima, nel lavoro poi. Altri , una volta superata la prima fase di ingresso e ambientazione, non hanno saputo resistere alla presenza costante nelle nostre scuole di troppi allievi italioti che primeggiavano nell’ italiota strafottenza e maleducazione. Ahinoi, anche i loro genitori ben presto imparavano la protervia e i paradossi comportamentali dei genitori italioti che, a larga maggioranza dalla scuola pretendono tutto senza dare niente, anzi industriandosi al meglio per screditare l’ autorevolezza e l’ impegno dei docenti che non s’ arrendevano a chiudere l’ occhio su compiti non eseguiti, comportamenti inaccettabili, minacce, assenze frequenti e immotivate, bullismi di vario genere. Si può dire fin che si vuole che tutto il mondo è paese e gli sballati respirano aria in tutte le latitudini, ma parrebbe evidente che un buon esempio giovi e dia frutti più di mille ciance su metodi e mezzi per integrare e interculturalizzare. Se chi accoglie presenta un ambiente che vive di cialtroneria, mi pare assai arduo pretendere che chi arriva manifesti santità e devozione. Modestamente penso che prima di tutto s’ha da guardare in casa propria se si vuol pretendere di aver qualcosa da insegnare in casa altrui.

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