La ragazza del treno: lettera ad una ragazza mai nata

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Sono passati alcuni mesi e dopo aver letto il più famoso caso editoriale dell’estate con cui ci hanno tempestato la televisione di pubblicità, per non parlare delle librerie, ovunque andavi c’era il gigantesco cartellone a ricordarti di comprarlo, posso finalmente tirare le somme di questo fenomeno che ha avuto tante critiche quanto apprezzamenti e che ancora oggi, dopo applausi e fischi, non si è ancora capito se valga davvero la pena leggerlo o meno.

Eccoci dunque di fronte a questo misterioso romanzo, La ragazza del treno, il cui titolo, onestamente, non mi ha attratto così tanto quanto il clamore raccolto intorno alla figura dell’autrice, Paula Hawkins e alla sua intrigante e meritevole storia per la quale persino l’inossidabile Stephen King ha perso ore di sonno. Per davvero? Non ci posso credere. Ma solo adesso.

Però, dai, all’inizio la citazione del giudizio del Re a favore di questo romanzo, quante anime avrà tratto in inganno? La mia! Perché io adoro King e le sue oscure e terrificanti invenzioni, le sue miracolanti creature capaci di creare arcobaleni turbati da sfumature di nero e sangue e allora come potevo non dare una possibilità a questo romanzo che aveva rubato il sonno al maestro degli incubi, al ladro dell’infanzia, al signore della paura?

Paula Hawkins

Paula Hawkins

Siate clementi, non giudicatemi per aver creduto spassionatamente ad una citazione che mi aveva, inconsciamente, riempito il cuore di speranza e di voglia di leggerlo a tal punto che ho acquistato la versione cartacea, per averlo tra le mani, nonostante la casa editrice mi avesse proposto la sua lettura in ebook, senza spendere un euro, s’intende.

Ma no, Antonietta, il cartaceo è un’altra cosa, la mia mente, in estasi, pensa.

Perdonatemi ma io sono della vecchia scuola, io preferisco, se posso, tenerlo tra le mani un libro, e godermelo in tutta la sua corposità, peso, consistenza, odore e colore. E così, ahimè, mi sono lasciata prendere dalla foga e dalla voglia di possederlo tutto per me! Non una semplice, fredda, scostante versione digitale, ma il libro, quello vero, quello che si sporca, che si sgualcisce, che si rovina, che vive!

Grave errore, perché i venti euro sarebbero andati a favore di un altro romanzo ma ormai è troppo tardi per piangere sul latte versato.

E ora a noi due ragazza del treno. Dovrò svelare due o tre cose che ti riguardano, non avertene a male se non ti sviolinerò come hanno fatto i giornali e le testate nazionali e invece ti tirerò un po’ le orecchie come hanno fatto quasi tutti i blogger, da bravi lettori, rimasti un po’ così, delusi se vogliamo essere buoni, di fronte a tanta frenesia ingiustificata.

La storia è incentrata su Rachel, la pseudo protagonista che racconta in prima persona, affiancata da altre due donne che esprimono la loro psicologia attraverso la trattazione di più temi che riguardano la vita e la nostra epoca. Sì, è un romanzo incentrato sulle voci tutte al femminile ma, attention please, non è femminista! Dovrebbe però essere un thriller, o almeno così ce lo hanno spacciato per mesi e mesi. Eppure qualcosa non torna. La trama è sfacciatamente un riferimento alla Finestra sul cortile di Hitchcock, ma fosse solo questo. E’ un connubio di pensieri, immaginazioni, sogni, incubi e malattie di tre donne che paradossalmente, invece di rappresentare tre punti di vista diversi, sembrano incarnare tutte la stessa persona. In altre parole, tecnicamente la storia è a tre voci rigorosamente pink e forse sarebbero dovute essere anche shock, ma il tutto si riduce a tre femmine che hanno lo stesso carattere, lo stesso modo di vedere il mondo e di sentirlo e questo rende la narrazione una deludente ripetizione che non permette di godere della storia da vere e sincere prospettive differenti. In più aggiungiamo la disastrosa esistenza di Rachel che comunque e quantunque resta il filo conduttore della vicenda. Ogni giorno sale e scende da quel maledetto treno e si lascia affascinare dai mille pensieri che lo sguardo cattura attraverso il panorama che varca i suoi occhi. Vede la gente che vive, le coppiette che si amano e comincia a riconoscere cose che gli appartengono, cose che feriscono la sua intimità, la sua psiche e danno adito all’alcolismo insito in lei e alla disperazione, quasi depressione, di venire fuori e di prendere d’assalto la storia. Insomma un romanzo che sembra più psicologico che giallo, seppur il mistero da risolvere sia presente all’appello così come l’assassino.

La ragazzaUno stile che molti hanno criticato ed altri esaltato. C’è chi lo ha definito elettrizzante ed intrigante, chi lento e soporifero, incapace di reggere un ritmo da thriller. Io l’ho trovato anonimo, distruttivo, come una carezza che non desideri e di cui faresti volentieri a meno. In altre parole lo avrei sostituito perchè poi in fondo la storia non è così male, ma da sempre conta anche come si raccontano le cose. Insomma poco carattere e poca determinazione, e in questo la Hawkins e le sue protagoniste si assomigliano. Non si può certo condannare la scorrevolezza della narrazione ma per scrivere un thriller, cara ragazza del treno, ci vuole ben altro. Intuizione, sfondamento di ogni prospettiva raggiungibile, tabula rasa di qualsiasi congettura, decapitazione immaginaria di qualsiasi sospettato passi per la testa del lettore, perché l’autore deve sbilanciarti, possederti e farti suo, imbambolarti con indizi e conclusioni, illudendoti di una pozza d’acqua in quel deserto nero di mancata ragionevolezza, dove la logica è andata a farsi benedire perché davanti ad un dio del thriller ti ritrovi spaesato ma felice.

Il finale è il riavvolgimento veloce di una canzone incisa su un vecchio nastro. Ha la stessa velocità di un rewind perché pur andando avanti e portandoti, senza scrupolo e senza vera suspense, al finale, è come se tornasse indietro e ti dicesse: dove pensavi di andare? Cosa t’illudevi di trovare alla fine di questo viaggio? E’ pur sempre un treno.

Il treno segue un tracciato definito, conosci l’inizio e la fine e questo romanzo è così, capisci l’autrice dove andrà a parare, capisci che non puoi aspettarti più di tanto, al massimo puoi scendere e buttare il biglietto. Ma il tempo chi te lo darà indietro?

Cara ragazza del treno, a te mi rivolgo, perché non è l’autrice ad avere colpa ma tu che sei la creatura di carta, il pensiero meraviglioso di una nascita letteraria, tu, anima bella, sei pura creazione fantastica, figlia dell’arte e della sregolatezza. Tu sei immortale, tu mi hai affascinato con le tue promesse, mi hai ingannato dicendomi di essere diversa dagli altri, un vero caso editoriale e poi ti sei dileguata, anzi direi che non ti ho proprio scovata. Quella ragazza senza volto che dalla copertina prometteva una lettura indimenticabile, un sonno perduto a favore di un brivido eterno, che fine ha fatto? Ancora una volta la tua penosa assenza mi conferma che le migliori storie sono quelle che passano in sordina, il resto sono solo meccanismi editoriali e commerciali pronti a vendere prodotti che non esistono. E’ tutta misera apparenza, e tu, inconsapevole creatura solitaria, hai prestato il tuo nome ad una storia protetta dai media, osannata e ostentata ma in fondo non sei mai nata. Chissà dove sei, e da quale penna nascerai per davvero, so soltanto che non ci sei, non qui, non adesso.

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