“Giocare” con l’arte si può, con Stefano Ogliari Badessi

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Quest’anno si è svolta l’ “VIII Biennale di Soncino, a Marco”, un’esposizione artistica che raccoglie varie forme d’arte e artisti da tutto il mondo, per ricordare Marco, giovane artista venuto a mancare circa vent’anni fa. Attualmente questa manifestazione ha assunto una certa rilevanza, per gli appassionati d’arte e per gli stessi artisti.

Ho avuto il piacere di visitarla per ben due volte, affrontando l’arte e gli artisti contemporanei, entrando con attenzione in un mondo che conosco ancora poco ma che è già riuscito ad incuriosirmi molto.

Oltre ad alcuni eccellenti rappresentanti di pittura, fotografia e scultura, ho scoperto il fascino delle “installazioni” (termine che per una persona poco ferrata in arte contemporanea come me, aveva un significato molto vago), che in questa edizione non sono mancate. Tale tipologia di arte permette una maggiore interazione con il visitatore, che si trova ad osservare creazioni che non possono essere definite semplicemente “sculture” o “architetture”, ma vanno ben oltre questi concetti, cercando un contatto diretto con il pubblico.

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L’artista: Stefano Ogliari Badessi

Tra tutti i partecipanti c’è stato un giovane artista, Stefano Ogliari Badessi, che ha proposto due installazioni molto affascinanti e innovative (per quanto ne so) rispetto all’idea che avevo della “visita ad una Biennale di arte”.

La mia personale convinzione era quella di: pagare un biglietto, entrare nella location adibita, girare tra le opere, capirne qualcuna e qualcun’altra no, e appoggiarmi semplicemente al mio “gusto personale” e a quelle poche nozioni di storia dell’arte. Un po’ come in una Pinacoteca: si entra, si osserva, si apprezza e poi si ritorna a casa. Nulla di più sbagliato.

Effettivamente le varie location adibite alle esposizioni presentavano degli spazi in cui passeggiare come in una Galleria, ma le installazioni audio, video oppure “gonfiabili” come quelle di Ogliari Badessi, hanno stravolto la mia concezione di “essere visitatore”.

RED – emotional space

RED - emotional space: visto dall'interno

RED – emotional space: visto dall’interno

Il lavoro più imponente di questo artista, presentato alla VIII Biennale, era un enorme Blob gonfiabile, intitolato “RED – emotional space”, interamente rosso, sia all’interno che all’esterno, nel quale il visitatore viene invitato ad entrare e “interagire” con l’opera. Inizialmente si resta un po’ perplessi all’idea di “entrare fisicamente” dentro l’opera d’arte: chi mi ha accompagnata la prima volta mi ha invitata a non scendere le scale e osservare il tutto dall’esterno. Capito il meccanismo, ci siamo avventurati nel fossato della Rocca di Soncino (location scelta per l’allestimento) e abbiamo provato.

L’effetto è straniante e coinvolgente, si ha l’impressione di entrare in un universo parallelo completamente rosso, nel quale anche le voci dall’esterno arrivano attutite, lasciando al visitatore, meglio se solo, la possibilità di vivere appieno questo “spazio emozionale” che non da l’impressione di essere soffocante. L’invito ad interagire con l’opera non è stato accolto da tutti; qualcuno (io per prima) ci ha provato visto che, all’interno del blob erano posizionati due palloni giganti e alcuni coni in cartone (ammettiamolo, maschio o femmina, nessuno resiste al fascino di una gigantesca palla di gomma da far rotolare a destra e sinistra). Superato il primo imbarazzo e il ridicolo fatto che ero vestita di rosso e mi mimetizzavo completamente con il posto, ho cominciato a spingere pian piano i palloni, poi a percorrere il perimetro. Nel momento in cui ho cominciato a “giocare” dentro il “RED” ho iniziato ad intuire l’obbiettivo dell’artista.

Stendhal Syndrome

Stendhal Syndrome

Stendhal Syndrome

La seconda installazione, “Stendhal Syndrome”, è stata collocata in un’altra location, dentro una stanza, nella mostra “Art – AM. 3 Artisti americani e non 3”, non lontano dalla rocca. Anche in questo caso Ogliari propone dei blob di dimensioni molto ridotte, formati da dei fogli di carta lucida, che a me hanno ricordato moltissimo i palloncini a forma di animale che si vendono alle bancarelle nelle fiere, e contenuti in un unico ambiente. Parlando con l’artista stesso, durante la seconda visita, ho scoperto che quest’opera in realtà era molto più grande e creata per uno spazio espositivo a Hong Kong totalmente diverso ma, fatto più importante, anche in questo caso il visitatore doveva entrare nei blob. L’effetto ottenuto è simile a quello del “RED”: una serie di oggetti che attirano l’attenzione e stimolano la voglia di interagire, toccando, spingendo, muovendo questi palloni. Tutto questo scatena una serie di ricordi non solo visivi, ma che interessano quattro dei cinque sensi, riportando la mente all’infanzia. La carta lucida, scricchiolante sotto le dita, con quel rumore particolare e la sensazione che possa andare in mille pezzi, unito all’odore che si sprigiona da questi fogli, coinvolge quasi completamente il pubblico che vede i blob gonfi muoversi e sbatacchiare al passaggio delle persone, in movimenti già visti e riconosciuti.

Con questi due lavori si sono superate le barriere classiche imposte da secoli di arte del “bello e ammirevole”: si abbandona per un momento l’idea dell’opera d’arte da “guardare” e si entra in un universo dove il tutto è da “vivere”, rendendo partecipe il visitatore. Lascia basiti il fatto che la basilare e diffusissima regola “Non toccare”, venga infranta proprio dall’artista che crea per un pubblico che accetti l’interattività del suo lavoro, diventando parte stessa dell’opera solo agendo su di essa. La rigida compostezza e il codice comportamentale richiesto (assolutamente da rispettare) nei grandi musei, nella Gallerie d’arte, nelle Pinacoteche… viene ignorato e bypassato, in primis dall’artista che, in un secondo momento, giustifica e coinvolge tutto il pubblico, approvando la rottura degli schemi: che lo si faccia oppure no.

Vivere l’esperienza di un’installazione interattiva, aiuta ad avvicinare varie tipologie di pubblico ad un mondo che tende ad essere sempre più di nicchia, sempre più circoscritto a causa di una società che tende al “bello”, etichetta troppo soggettiva e che non sempre corrisponde al concetto di “artistico”. Parlando da persona amante ma profana del mondo dell’arte contemporanea, mi rendo conto che, se una di questa installazioni è stata già apprezzata all’estero, è il caso che mi metta un po’ in pari con le correnti artistiche del XXI secolo. Tuttavia ritengo che un artista che voglia lavorare “con” il suo pubblico, creando opere indirizzate all’uso e consumo del pubblico, abbia anche la possibilità di crescere maggiormente, rispetto ad altre tipologie di arte che prevedono una creazione che “divide” l’osservatore in “Mi piace” “Non mi piace”. Penso che nell’arte, come nella letteratura, siano necessarie “almeno” tre dimensioni di comunicazione con i destinatari delle proprie opere: l’opera, l’idea e il fruitore di entrambe, cioè il pubblico. Così facendo si genererà una sorta di circolo virtuoso in cui artista e fruitore alimenteranno, inconsapevolmente, l’uno l’immaginazione dell’altro.

Stefano Ogliari Badessi: sito ufficiale.

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