Brescianità

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Settembre è un mese strano, si ritorna dalle vacanze, ci si rimette al lavoro e si fanno i conti con la prima parte dell’anno, prima di concentrarsi sui buoni propositi per quello successivo. C’è da dire che, in questi otto mesi, la situazione polito-economica dell’Italia e dell’Europa è stata decisamente “sconvolgente” a causa dei vari attentati che hanno supportato le minacce contro il vecchio continente e del problema dell’immigrazione, che preme sui confini degli stati mediterranei. Si può, quindi, ben intuire i sentimenti di sospetto, ansia, insicurezza e profondo terrore, che animano le coscienze delle persone. Per quanto l’Italia non abbia ancora vissuto un reale attentato, e si spera che mai avvenga, sono stati catturati vari sostenitori della Jihad (“guerra santa islamica” per semplificare il concetto) tra Bergamo, Milano, Brescia, Roma.

Proprio Brescia sarà al centro di questo articolo: Brescia e i bresciani, i nordici, freddi, stakanovisti lombardi che hanno deciso, per una sera, di fermarsi e ricordare più a se stessi che agli altri quali sono le proprie priorità, le necessità e l’empatia che caratterizza la più grande provincia lombarda.

Da Frank

Da Frank

Tutto è cominciato l’11 agosto, con il duplice omicidio di Francesco Seramondi (Frank) e la moglie Giovanna Ferrari, nel loro negozio in zona Mandolossa. Senza entrare nel merito e nel lavoro degli inquirenti che stanno ancora indagando sull’accaduto, ricordo solo che i telegiornali hanno dato molto risalto anche al presidio pacifico che si è svolto tre giorni dopo, davanti al luogo dell’omicidio. Durante la manifestazione sono stati lanciati slogan duri contro l’amministrazione comunale, il governo, gli immigrati e il forte degrado che caratterizza da decenni alcune zone della città, anche se ancora non si conoscevano i nomi degli assassini. Molte accuse sono state mosse al fatto che, a capeggiare il tutto, ci fossero i rappresentanti di Forza Nuova e, all’interno del corteo, si trovassero alcuni membri di Casa Pound. Tuttavia vorrei allontanarmi dalle identificazioni politiche e partire da uno degli slogan di quella sera per raccontarvi chi sono i bresciani e perché è stato un momento di forte unione.

“Dalle Valli alla Bassa siam venuti fin qua, per riprender la nostra città”

Piazza della Loggia le dieci giornate

Piazza della Loggia le dieci giornate

Chiaro il riferimento all’immigrazione, al desiderio di vedere una Brescia più pulita, meno “invasa” da volti non conosciuti, più sicura a causa delle frequenti risse, come quella in Piazza Vittoria tra due bande di stranieri il 13 giugno di quest’anno. Scontri che si ripetono in piccolo anche in altre zone come la Stazione dei treni, quella degli autobus, in via Mandolossa, in via del Carmine e in molti altri luoghi, ormai abbandonati a se stessi. Tuttavia non è solo questo. Per tutta la serata c’è stato un continuo richiamo all’appellativo dato a Brescia dopo la resistenza delle Dieci Giornate del 1849 contro il dominio austriaco: Leonessa d’Italia. A tutti i bresciani presenti è stato chiesto di ricordare le proprie origini, di ricordare con quale forza, più di 150 anni fa, si è combattuta un’invasione e un dominatore sgradito e come si è ottenuta l’incredibile vittoria.

Non è uno scherzo o un’esagerazione dire “Dalle valli alla Bassa”, perché è stato effettivamente così. Il tam-tam sui Social, soprattutto Facebook, ha spinto molti bresciani a scendere dalla Valcamonica, dalla Val Trompia oppure a “salire” dalla bassa pianura per ritrovarsi in città a ricordare Frank e Vanna e dimostrare che la Leonessa sa ancora ruggire e mettersi in gioco per difendere il proprio territorio.

La domanda sorge spontanea: perché dall’alta montagna, dalle zone dei laghi d’Iseo e del Garda, dalla bassa pianura c’è stata una tale mobilitazione? I motivi sono vari e stridono con l’idea che, generalmente, si ha del nord.

Primo su tutti: il bresciano non vuole essere commiserato o compatito, sarebbe un insulto al suo orgoglio. Dato questo postulato, deriva tutto il resto: infatti l’unione e la forte presenza di quella sera non era per compatire le due vittime o la famiglia, ma per dimostrare che i bresciani ci sono. Le parole servono solo fino ad un certo punto. Noi bresciani siamo gente abituata a “fare” non a “dire”, perciò siamo sempre molto scettici nei confronti di chi parla molto: al contrario, se qualcuno agisce e, come nel caso del presidio, propone “un’azione” sarà sempre più seguito e supportato, di chi si limita a parlarne senza poi portare ad un qualcosa di concreto.

In conseguenza, proporre un presidio, quindi un’azione reale, che richiede una presenza fisica, una dimostrazione concreta e forte delle proprie idee, porta ad un grande movimento di persone, ad un desiderio di partecipare.

Si aggiunga che il bresciano è molto “campanilista”, prima verso il proprio paese (piccolo o grande, frazione o comune che sia), poi verso la propria città e via crescendo. Brescia è “l’ombelico del mondo” (come ogni che italiano rispetta e ama la sua città): con la sua nebbia, l’umidità, il caldo insopportabile, ma sempre “la migliore” per chi ci vive. Vedere il centro vivo della propria provincia in stato di semi abbandono, irriconoscibile, rispetto a pochi decenni prima, sentire odori o suoni che prima non c’erano, porta un senso di smarrimento. Il bresciano non ama i cambiamenti, a meno che siano “economicamente produttivi”, quindi necessita di molto tempo per concepire l’idea di una città “cosmopolita”.

Per un abitante della Leonessa tutto e tutti devono necessariamente essere produttivi: “economicamente produttivi”, “economicamente indipendenti” e devono essere un “mattone” per costruire e sostenere la propria società, non un peso, non un parassita.

leonessa di bresciaIl bresciano difficilmente chiede aiuto, solitamente lo offre: raramente in denaro, molto più di frequente aiuta “attivamente”. Non hai un lavoro? Ecco che si attiva una gigantesca e tentacolare “agenzia interinale” per cui si comincia a chiedere ad un amico, all’altro amico che chiede ad un suo amico… e via dicendo, finché non riescono a trovare un posto di lavoro. Questa efficientissima caccia al lavoro (non si sta parlando di favoritismi ma della versione “passaparola” degli annunci di lavoro) ha sostenuto intere generazioni fino alla attuale crisi, dove il bresciano si sente depotenziato e svilito, perché non può più dare “il vero aiuto”, può soltanto sperare… ma la speranza è un qualcosa di immateriale, quindi inutile. Nel caso in cui qualcuno abbia già un lavoro ma fatichi comunque ad arrivare alla fine del mese, ecco che parte la stessa rete di passaparola, perché c’è sempre qualcuno che ha un amico che lavora con qualcosa di commestibile: ecco allora che arrivano i “viveri”, intesi effettivamente come cibo.

Chiariamo subito un punto che poi servirà a spiegare bene cosa effettivamente ha spinto più di mille persone a riunirsi in Mandolossa: per il bresciano il Lavoro viene prima di tutto e appena prima della Famiglia, e tra questi due c’è il Cibo. Dopo viene tutto il resto, ma se non si ha un lavoro, per misero che sia, non si avrà mai il rispetto della società. Si potrebbe dire che Brescia è una provincia basata sul lavoro, sulla famiglia e sul rispetto, poi viene la religione e la solidarietà. Come in ogni città le cose non vanno sempre bene: qualcuno rispetta ancora queste regole non scritte ma di fondamentale importanza, qualcun altro le ha dimenticate in un batter d’occhio.

Allora perché per Frank tutti in strada?

Semplicemente perché Frank e Vanna rappresentavano, rispettavano e incarnavano ancora queste regole antiche. Perché per loro una stretta di mano valeva ancora come e forse anche più di un contratto scritto. Loro due hanno dedicato tutta la propria vita al lavoro, hanno trasmesso ed insegnato con l’esempio questo dogma a chiunque sia passato dal locale. Hanno “nutrito” generazioni di bresciani: li hanno visti crescere e fare famiglia, rispettando sempre chiunque entrasse. Non c’era un senzatetto che, entrando nella loro pizzeria, non uscisse con lo stomaco pieno e, tutto questo, senza farsi “pubblicità” ma con massima umiltà.

C’è un altro motivo che ha spinto alla mobilitazione: il coraggio. Frank e sua moglie hanno speso anni denunciando il degrado e la criminalità che dominavano nella zona. La forza d’animo e il desiderio di “agire”, diversamente dal solito lamentarsi, hanno fatto la differenza in una società che vuole i fatti. Il bresciano che vuole vedere un cambiamento si muove concretamente per migliorare. Denunciare, mettere dei limiti, opporsi a ciò che è negativo per sé e per gli altri a favore di tutti: questi erano Francesco Seramondi e Giovanna Ferrari.

I bresciani sono anche questo: non solo polenta e spiedo, nebbia, “pota”, stakanovisti senza sentimenti. I bresciani vogliono “vedere e toccare” il cambiamento, vogliono poter “fare” perché il “pensare” non è un’azione. Ogni volta che penserete a Brescia, pensate a Frank e Vanna e saprete chi sono i bresciani.

 

 

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