Bocciare non è una scelta educativa

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Siamo informati che la quasi totalità degli italiani stanno calorosamente discutendo,in queste settimane, la legge 107 – varata del Governo/Renzi – intitolata alla BuonaScuola. Attenzione, però. La sua bandiera bianca, rossa e verde sta prendendo una spiacevolechina: l’assunzione di un quarto colore – il nero – simbolo di un’istruzione meritocratica e gerarchica (esempio: il Preside assopigliatutto). Siamo al cospetto di un sistema formativo crudelmente selettivo che ama gli autogol: tanto da vivere nel piacere di essere sconfitto.

renzi- la buona scuolaRinforziamo la tesi. La Buona Scuola renziana si erge a nemica del Documento/Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che rullò i tamburi un lustro fa (2010) per ricordare l’idea profetica del Report/Ue di Lisbona duemila che invitava le Nazioni europee a non condannare gli alunni a risedere nei banchi dell’anno precedente. Nella convinzione che moltiplicare le bocciature sarebbe stata una scelta autolesionistica che avrebbe rafforzato disparità e diseguaglianze: una spesa pedagogicamente insensata, da non finanziare.

Soltanto l’Italia remò/contro. La destra al Governo – classista, cialtrona e priva disguardi sul futuro – fece ruzzolare il belpaese in fondo al pozzo nero delle ripetenze. Plaudite da un demenziale spot di Mariastella Gelmini: la Scuola è sicuramente più seria e di qualità quando boccia a gogò gli allievi! Secondo l’ex Ministro dell’istruzione, l’impresa/Scuola andava convertita in un’azienda che produce conoscenze alla stregua di una fabbrica che confeziona lattine di birra. Le “difettose” (fuori/standard: i ceti poveri, i disabili, gli extracomunitari) vanno gettate al più presto nel cestino dei rifiuti. bocciatura1

Gli esami non finiscono mai è il titolo di una indimenticabile commedia di EduardoDe Filippo. Sulla sua scia, annotiamo che si parla di Scuola soltanto nei giorni in cuisi officiano le sue liturgie di fine anno. Quando, gli strilli della Stampa e della Tv le danno visibilità e palcoscenico in occasione della pubblicazione degli scrutini finali. Il cielo invernale che ha avvolto i primi tre lustri del duemila ha strillato un nevrotico pressing mediatico, un insistito slogan: oggi rilanciato dalla Buona Scuola. Lo ricordiamo. La Scuola é seria e severa – da premiare! – se boccia gli allievi anche con un solo cinque in pagella. Ovviamente, una Scuola di tal/fatta (simbolo non di severità, ma di poca serietà!) non solo costa meno allo Stato, ma mette le catene all’intelligenza: costringendola alla rottamazione della sua potenziale mente critica e plurale.

Difatti, cosa c’è dietro a un sei o a un cinque? Risposta, Un’istruzione che snatura la Scuola in una palestra agonistica di risposte esatte e di saperi/verità, dove si zittiscono le idee piene di curiosità e di dubbi: irrintracciabili in una anonima scala decimale. Per un’ultima volta, replichiamo il nostro urlo di Munch. Il sistema di istruzione non può indossare la veste di una Azienda, come vorrebbe il neoliberismo economico dominante. La sua macchina scientifica non produce “bulloni”, non smercia prodotti di immediato consumo, non mette in vendita merci oggettivamente misurabili. E’ sì un sistema culturale complesso e difficile da giudicare. Ma produce l’unico bene- di nome Scienza – che risulta difficilmente valutabile soltanto con strumenti di natura matematico/statistica.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. fiorella

    Gli ormai annosi problemi della Scuola non si risolvono con posizioni ideologiche. La questione delle ripetenze viene dibattuta da almeno mezzo secolo e non è mai stata affrontata con il necessario distacco dalle personali convinzioni ideologiche. Se bocciare uno studente è umiliante e forse poco proficuo, è altrettanto negativo indurlo a confrontarsi con i successivi gradi di apprendimento quando non ha ancora conseguito i requisiti necessari per poter poterlo fare. E’ necessario quindi trovare strade che consentano a tutti di poter apprendere ( e dico apprendere e non avanzare di classe automaticamente) secondo i tempi delle personali capacità. Altro discorso è quello di offrire a tutti medesime opportunità, compito di una Scuola rinnovata nei contenuti e nei metodi. Ma di questo non vedo il minimo accenno nel decreto della Buona Scuola.

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    • Viviana Alessia

      Condivido in pieno con le affermazioni espresse da Fiorella. Per quarantadue anni io non ho mai bocciato i miei alunni. Per coloro che si trovavano in difficoltà seria e veniva respinta dalla famiglia la richiesta di un ‘ insegnante di sostegno, preparavo attivita’ personalizzate, operavo individualmente in classe mentre i compagni si dedicavano ad altre attività predisposte all’ uopo, mi dividevo non in due, ma in cento, mille pezzi per cercare di portare a riva tutti, rispettando la capacità del sacco di ciascuno. E ho fatto questo nella pratica pedagogico- didattica quotidiana, per istinto, per rispetto dei miei alunni, forse anche per mia testardaggine che mi mette sempre nelle condizioni di non mollare la presa, però ho fatto tutto questo ben quarant’ anni prima che uscissero le circolari ministeriali sull’ INCLUSIONE col loro corollario di Piani didattici personalizzati, Piani didattici transitori e quant’ altro che manco rammento: le trovai semplicemente superate. Forse non ero la sola a trovarle superate, per carità: chissà quanti altri docenti hanno fatto come me. Senz’altro poco contenti di ritrovarsi in classe allievi con un bagaglio di conoscenze e competenze non all’ altezza delle aspettative programmatiche furono i colleghi della prima media, che dopo un generico e rassegnato” Eh, oggi riceviamo purtroppo diversi allievi messi così” chiedevano prontamente quanto inutilmente il sostegno alle famiglie come avevo fatto io stessa, ma risolvevano senza troppe remore il problema infiocchettando una o due bocciature nell’ arco del triennio.
      Mi chiedo oggi, però, non se ho fatto bene o male io a combattere per consentire a tutti una scolarità dignitosa: la risposta me la son data automaticamente agli albori della mia professione, mi chiedo invece che fine abbia fatto la circolare del Ministero riguardante l’ inclusione. Lascio la scuola con l’ imperativo di INCLUDERE tutti, nero su bianco. Leggo il Piano dell’ offerta formativa dell’ istituto ( il medesimo ) l’ anno seguente e trovo una minuscola modifica pressoché impercettibile ai profani: si elaborano piani personalizzati solo in presenza( il profano deve leggere: ACCETTAZIONE ) di un’ insegnante di sostegno.
      Si sa che la carta si lascia scrivere, ma mi chiedo oggi se i piani ” personalizzati” perennemente ” transitori” che io elaboravo e regolarmente inviavo alla dirigenza non abbiano dato fastidio a più di qualcuno che, mancando il gatto ( senz’ altro giudicato vecchio e cretino ), ha pensato di fare il topo ballerino. Un fatto è certo : proprio negli ultimi anni di scuola ho dovuto combattere, non dialogare, con docenti contitolari di classe per impedire bocciature non accettate da famiglie, pertanto osteggiate dal dirigente, e che andavano a penalizzare quantomeno una faticosissima attività svolta dal gatto arteriosclerotico per inserire, almeno, nella sua classe quell’ alunno le cui difficoltà erano soprattutto relazionali.
      Meno male che si trattava di docenti giovani, laureati pieni di master, freschi freschi di concorsi in cui molto si blaterava di inclusione e laboratorieta’ nelle linee di indirizzo dell’ attività della docenza.
      Io mi ero attenuta per quarantadue anni all’ indirizzo chiaro che forniva la semplice parola” individualizzazione” dei tempi e dei modi di apprendere degli alunni. Mi sa che paroloni roboanti come : inclusione, innovazione, trasversalità, personalizzazione, transitorietà corroborate da sigle mistiche come pei, pai, gli, e via discorrendo abbiano più che altro ingarbugliato ad arte la matassa, permettendo ai più di risolvere le situazioni ostiche secondo il collaudato sistema italiota del non-si-sa-cosa-fare-e-chi-fa-che-cosa lasciando nelle mani, anzi zampe del tonto gattone di turno l’ arte di arrangiarsi, aggiungendogli magari in corso d’ anno scolastico un nuovo “caso complesso” che migra di scuola in scuola perché i genitori non vogliono sentir parlare di sostegni né di bocciature. E il vecchio gatto se ne rimane li col suo bel cerino in zampa quando invece sarebbe ora passata di godersi un più che meritato riposo. Speriamo che il povero gattone non prenda anche fuoco.

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