“Amy”: un documentario impregnato di rimpianto

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C’è una tristezza indicibile nel cuore del nuovo film di Asif Kapadia su Amy Winehouse, la cantante morta per avvelenamento da alcool nel 2011 a soli 27 anni. Anche prima della sua première mondiale in una proiezione di mezzanotte al Festival di Cannes, il documentario è stato perseguitato da polemiche. Il padre di Amy, Mitch Winehouse, ha parlato alla televisione britannica della sua infelicità riguardo il documentario, che egli sostiene essere sbilanciato, ovvero che travisa il suo ruolo nella vita della figlia. Uno dei grandi punti di forza di “Amy”, però, è che non indulge in accuse ingenue su chi può o non può essere stato responsabile della morte prematura della Winehouse.

 

Titolo originale: Amy – The Girl Behind the Nameamy-film

Regia: Asif Kapadia
Paese: USA
Produzione: Nickelodeon Movies
Genere: Documentario biografico
Durata: 90 minuti

Consigliato a: Fans di Amy, jazzisti e a chi ha tendenze autodistruttive
Sconsigliato a: Alcolisti anonimi, padri assenti ma opprimenti, fidanzati egoisti

Perché la cantante è andata totalmente fuori dai binari? Hanno contribuito svariati fattori: la separazione dei suoi genitori; il suo stile di vita dopo il trasferimento a Camden; l’influenza ribelle del suo ex marito Blake Fielder-Civil; la pressione dell’enorme fama, arrivata con il suo secondo album “Back to Black”; il trattamento dei media, spesso terribile, e la propria auto-distruttività. Il regista sa che è troppo tardi per essere alla ricerca di un capro espiatorio.Amy-Winehouse-documentary-43

A un certo livello, il film si svolge come la progressione della vita di una moderna libertina. Amy diventa più ricca, sempre più famosa; e poi inizia la sua spettacolare discesa. L’aneddoto più deprimente del film lo racconta una delle sue più strette amiche d’infanzia, che era alla trionfale performance dal vivo in cui la Winehouse si è esibita a Londra (quando era ancora in fase di trattamento per la tossicodipendenza) per i Grammy Awards nel 2008. La cantante ha chiamato l’amica in privato, lontana dal palco e dalle telecamere. Nel backstage le ha allegramente confidato: “Tutto questo è così noioso senza le droghe”.

“Mio padre non è mai stato lì”, dice la figlia della sua infanzia. Quindi è facile capire perché Mitch è sconvolto dal film. Molti mettono in discussione la sua decisione di non mettere in riabilitazione la cantante nel 2005. Vi è poi una scena straziante in cui Mitch si reca fino a St. Lucia, dove Amy sta cercando di nascondersi dal mondo in modo da riappacificarsi con se stessa, con una troupe televisiva al seguito. Tutto ciò è mera cronaca, il regista non vuole demonizzare il padre della cantante.

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Amy col padre Mitch e la madre

Uno dei paradossi circa l’atteggiamento del pubblico nei confronti della Winehouse, la quale spesso sembra la risposta musicale contemporanea a Sylvia Plath, è che tutti volevano che lei recuperasse ma tuttavia la stampa inglese e i fans provavano un macabro piacere nel vederla sempre più tormentata. Molti presentatori come Jay Leno o comici britannici si sono dimostrati sadici a scherzare con disinvoltura sulle sue dipendenze, dimenticando quanto Amy fosse giovane e vulnerabile.

Non si può modellare un documentario solo su foto di paparazzi, video di repertorio e interviste audio. Ma il film riesce a colpire al cuore lo stesso. Se Amy Winehouse fosse rimasta la cantante jazz degli inizi che si esibiva in piccoli locali, la sua vita non sarebbe finita così tragicamente. Il film di Kapadia è intriso di rammarico e dolore per quello che è il suo soggetto, ma non perde mai un certo senso di stupore verso le conseguenze di una vita al limite.

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