Viaggiatori vogliamo essere chiamati

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“Viaggiatore” voglio essere chiamato
ora che cade
il primo scroscio della stagione.

Quello che avete appena letto è un haiku di Matsuo Bashō (1644-1694), il padre di questa antica forma poetica giapponese. Incominciamo allora proprio con lui, con Bashō, questo nostro breve viaggio nei cammini zen reali ed esistenziali.

Bashō fu colui che codificò la poesia breve, la ridusse a soli tre versi e la arricchì linguisticamente inserendo termini legati alla quotidianità ma che al contempo fossero in grado di comunicare con le sue emozioni. Bashō fondò una scuola di poesia che gli procurò fama e agio economico ma… cambiò repentinamente strada: scelse i sandali e il cappello di paglia tipici dei monaci zen, tabi e kasa, e incominciò a viaggiare per il Giappone. Uomo coltissimo, conosceva il cinese e le poesie Tang, scelse la povertà assoluta e raccolse le sue riflessioni in alcuni diari di viaggio giunti fino a noi. Il suo itinerario prediletto? La fioritura dei ciliegi.

Bashō in un ritratto di Hokusai

Bashō in un ritratto di Hokusai

Matsuo Munefusa, questo il suo vero nome, era un samurai, e si tramanda che i suoi discepoli, colpiti dalla sua grande velocità e incredibile agilità fisica, lo immaginassero essere stato un ninja, la misteriosa spia che dal quel Giappone feudale è arrivata fino ai manga dei nostri giorni.

Eppure il nostro sorprendente monaco, così agile fisicamente e così rapido nel cambiare il corso della sua esistenza, si scelse, come nome zen che lo identificasse, quello della creatura più stabile e radicata al suolo che esiste. Bashō, albero di banano, questo il significato in italiano, viaggiò tanto e per lunghi mesi. Ed è la sua stessa biografia ad apparirci come sintesi tra tensione ed equilibrio, tra movimento e staticità. Tutta la sua vita di eremita la spese componendo haiku innovativi e innamorati della natura che osservava. Morì, circondato dall’affetto degli allievi, in seguito all’aggravarsi delle sue condizioni di salute che, alla fine dei suoi giorni, lo obbligarono alla sedentarietà.

In questo haiku, uno degli ultimi che compose, è lo stesso Bashō a indicarci ancora i suoi sogni, i suoi desideri. E i campi che ci mostra, un tempo attraversati con energia, sono un presagio di fine:

Mi sono ammalato in viaggio
I miei sogni vagano
per i campi spogli

Ed ora il viaggio della poetessa a noi contemporanea Momoko Kuroda (1938). Anche lei mollò tutto, aveva un bell’impiego di pubblicitaria, e dalla fine degli anni settanta scelse di intraprendere lo stesso cammino che secoli prima fu di Bashō.

Per tutti i ciliegi che ha visto e letteralmente “visitato” negli anni, per i pellegrinaggi sui passi dei monaci zen suoi maestri, Momoko viene chiamata haijin dei ciliegi (haijin = compositore di haiku). Ha fissato in forma di haiku quel preciso momento in cui i fiori iniziano ad appassire e i petali a cadere. Ancora oggi compone versi che restituiscono una malinconica atmosfera di passaggio e di distacco.

Ci separiamo
ciliegio di montagna
a rivederci

Ultimo viaggiatore zen che vi propongo: il colto e sensibile Shiki (1867-1902). Malinconico, solitario. Dalla vita breve e sfortunata, minata dalla malattia eppure sempre adorata. Il cammino di Shiki si può misurare in pochi tatami ma il viaggio da fermo che ci propone è tra i più struggenti e suggestivi che abbia mai conosciuto.

Shiki

Shiki

Un orizzonte forzatamente limitato, poche persone intorno, un ramo di glicine nell’ampolla dei medicinali, una finestra, un paravento, qualche insetto molesto, i quaderni con gli haiku da pubblicare sulla sua rivista letteraria, un cesto pieno di cachi, di cui era golosissimo, sempre a portata di mano. Piccole povere cose quotidiane su cui Shiki si sofferma e a cui restituisce un valore nuovo.

Non solo universale ma anche, e fortemente, drammatico, già novecentesco. I suoi haiku non parlano di una foglia, ma di “quella” foglia, non vogliono descriverci un giardino ma “quel” giardino.

Giorno di primavera
si perde lo sguardo in un giardino
largo tre piedi

Questo piccolo viaggio nei viaggi zen finisce qui. Non abbiamo cercato viaggi “tutto compreso”, isole coralline o evasione dalla nostra realtà. Festeggio con un haiku estivo – riconoscibile grazie al kigo che ci indica la stagione, in questo caso, lucciole – del monaco zen che amo di più, Santoka (1882-1940). Santoka torna su suoi passi ma sempre per ripartire.

Lucciole ovunque
rieccomi
nel mio villaggio natale.

Nota
Avete voglia di approfondire? Ecco alcuni consigli per iniziare un viaggio negli haiku:
“Haiku. Il fiore della poesia giapponese da Bashō all’Ottocento” a cura di Elena Dal Pra (Mondadori)
Momoko Kuroda “Un albero un’erba e fiori di ciliegio” (Empirìa)
Il blog DAILYHAIKU propone un haiku classico. Ogni giorno un haiku, una foto e una breve riflessione a commento della notizia del giorno

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Laura di Chio

    Bellissimo articolo di Susanna Tamaro che sto seguendo giornalmente con i suoi haiku. Grazie

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    • daph

      Susanna Tamaro è una scrittrice famosa, non centra niente con questa Susanna Tartaro, non scriviamo eresie :D

      Rispondi
      • Antonio

        Si tratta solo di un refuso, mentre la mancanza dell’apostrofo in “centra” è un errore. Inoltre, l’espressione da non usare perché poco elegante e scortese è “questa Susanna Tartaro”.

        Rispondi

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