Viaggi fuor di metafora: la letterarietà del quotidiano

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“Naufragium feci, bene navigavi”

Semplicità in pillole, come ogni aforisma che si rispetti: lapidario, come ogni piccola grande verità formato tascabile; imperfetto, come ogni prodotto d’umana fattura.
A colpo d’occhio, complice il maldestro latino di chi scrive, anche la traduzione risulta criptica come non mai: “Sono naufragato, ho ben navigato”. Sarà effettivamente vero?

Attribuite a Zenone di Cizio, quelle poche parole si imprimono – indelebili – come una pronuncia di condanna. Un incipit malaugurante? Non direi. Si tratta piuttosto di una sentenza che evidentemente ha sortito l’effetto sperato dall’autore, cogliendo nel segno dell’applicabilità universale: difficile non ritrovarcisi. Seppur in modi diametralmente opposti a quelli del padre fondatore dello stoicismo, mi sono più volte interrogata su dubbi d’antidiluviana memoria, anche se con risultati scarsamente brillanti. A mia discolpa, non posso che raccontarvi la storia dietro i volti di chi ho conosciuto, volutamente o per sbaglio: frammenti d’identità che si inscrivono in quella galassia multisfaccettata chiamata “vita”. O “viaggio”. Facite vos.

Cos’è il viaggio, in fondo?

Quale intendimento primigenio ne è alla fonte? Quali considerazioni spingono una persona, con le sue complessità e i suoi dubbi, a prendere il largo, armi e bagagli appresso? Forse, il desiderio di lasciarsi alle spalle un passato scomodo in forza di un futuro non meglio specificato? Oppure il naturale prosieguo di un’esistenza il più delle volte bisognosa di sale, pepe e spezie? Che sia la metafora di un lavorio interiore? La pura meccanica dello spostamento di fisicità da un luogo a un altro? Partecipazione emotiva o distacco “fotografico”? Piacere tout court o sofferente necessità?

Tralasciando celebri similitudini d’altri tempi e d’oggigiorno, mi chiedo cosa rappresenti per le persone come noi. Certo, come me, come Voi. Non per l’eclettico Steinbeck, né per il nostalgico Proust sempre in odor di madeleine; non per il pragmatico Bukowski, né tantomeno per quel “disobbediente civile” patentato di Henry David Thoreau. Non è la percezione letteraria che vado cercando, bensì il significato e il significante che il viaggio assume per ognuno di voi, cari Lettori. Con tutto ciò che ne consegue, luci e ombre. Al solito, la straordinaria varietà umana giunge in mio soccorso, dandomi man forte anche in questo ennesimo percorso di ricerca. È così che ho conosciuto decine di storie, di falsi miti, di autoinganni, di luoghi comuni, di esigenze fasulle, di sogni infranti, di vite spezzate, di velleità traballanti, di certezze apparentemente incrollabili.

E penso al “viaggio della speranza” di Alina, madre ancor prima che grande lavoratrice, partita molti anni or sono per un paese lontano con un biglietto di sola andata, vane speranze, tante aspettative e un pensiero sempre fisso: garantire un futuro migliore ai propri figli. Ci è riuscita. Rifletto poi sul beffardo destino di Paola che, come una fenice risorta dalle ceneri di un’insicurezza antica, ha saputo ergersi al di sopra d’ogni convenzione sociale, in barba al finto buonismo che permea menti e cuori di molti. Dopo immani sforzi, ora è tornata a nutrirsi nuovamente di vita, incurante e al contempo cosciente dei rischi corsi. Il timore della perdita, l’incertezza dell’ignoto, la voglia di ricominciare daccapo, la beltà di riscoprirsi in terra straniera: il viaggio è questo e molto altro.

bussolaRimugino ancora e, fra mille trame intricate, scorgo quelle di Erica, temprata da tante remore e altrettanti andirivieni, sempre in bilico fra il coraggio di restare e la forza di andare. Salpare verso nuove frontiere, perdersi nelle esistenze altrui, trovarsi su sentieri sconosciuti capaci di (tra)valicare il senso stesso del vissuto, smarrirsi nella prepotenza di certi incontri e librarsi nella delicatezza di tanti altri: anche questo è viaggiare, ognuno a modo suo e per conto suo. Difficilmente si vaga senza meta, anche quando la bussola impazza.

E nel mio veleggiare di memorie, m’imbatto tutto a un tratto in Anna, nel suo dolore. Divenuta precocemente donna, ha saputo trascendere l’ordinario, colmando il vuoto della perdita con l’affanno della frenesia: il lavoro, gli impegni, le rinunce, l’ansia, le privazioni. Resilienza e sublimazione. Perché il viaggio è anche questo: talvolta, un approdo sicuro al riparo dalla tempesta; altre volte, una risacca che sospinge verso il mare in burrasca. Naufragium feci.

Accantono le contorsioni mentali – mi spingerebbero troppo al largo – e, con fare quasi voyeuristico, decido di soffermarmi sui più piccoli particolari di quello spaccato d’umanità che ho sbadatamente incrociato e che, lo ammetto, si è rivelato provvidenziale. Ho avuto la fortuna di essermi trovata vis-à-vis con report di viaggio sorprendenti: stralci di vita che, proprio in virtù della loro diversità, riguardano chiunque e spiegano tutto. In cuor mio, mi rallegro per l’esperienza – anche indiretta – che mi scorre nelle vene: la sento viva, pulsante, chiaramente vibrante.

incomunicabilità.E mi commuovo pensando a Melania, al vuoto emozionale che la circonda e all’inesauribile ricchezza interiore che l’alimenta.
E mi tocca il cuore il coraggio di Matteo che, sordo dinanzi alla sfiducia di amici e familiari, ha lasciato un lavoro inappagante per inseguire un sogno d’infanzia, a detta di tutti mera “utopia fanciullesca”: oggi Matteo è ciò che voleva essere e lo deve soltanto a se stesso, al suo istinto, all’averci creduto. Bene navigavi.

Il viaggio è anche ma soprattutto questo: una lotta contro il tempo, una fuga dall’incomprensione, un rimedio all’indifferenza, un antidoto all’incomunicabilità, un modo di essere con se stessi e il mondo attorno; non da ultimo, una forma di libertà.
Al di là di ciò che si voglia o possa pensare, il viaggio è un passaporto per una vita inclassificabile, fuori dagli schemi convenzionali in cui tendiamo ossessivamente a collocarci: da qui la sua “funzione pubblica”, quale via salvifica per contrastare la tirannia dell’effimero che intacca purezza e nobiltà d’intenti. In sintesi, la nostra felicità.

Le circostanze in cui siamo immersi, quella congiuntura storica che ci rende tutti figli di un secolo incredibilmente contraddittorio, l’onnipresente economia di mercato, quel turboliberismo che – nell’offrirci troppo – non ci lascia scelta, la “modernità liquida”, l’inconsistenza delle convinzioni, la fluidità del pensiero, quelle ideologie che – date per morte – ancor oggi informano governi e società, le torsioni distopiche, le incertezze ontologiche: sono questi gli elementi che più ci spingono a viaggiare, a scappare da fame e guerra, dalla mancanza di comodità, da un disturbo compulsivo, dalla bulimia mediatica, dalla persona che ci ha tradito, da un lutto non rielaborabile, da una delusione cocente, dalla frustrazione di una condizione familiare non più sostenibile. A conti fatti, il viaggio non è che una reazione sociale: ci si tende a dileguare da un mondo non più a misura d’uomo, malato di competizione, patologicamente afflitto dal denaro e dimentico della sua umana dimensione. Pertanto, il lascito di un’epoca come la nostra rende il viaggio sì faticoso, ma anche una tappa obbligata: un’indiscussa opportunità di rinascita, che richiede audacia e temerarietà. Insomma, il viaggio non è per tutti, ma fa al caso di molti, questo sì.

viandanteLa dilatazione spropositata delle categorie che ci orientano nel quotidiano – spazio e tempo in primis – porta con sé annessi e connessi, eppure è proprio grazie all’unitarietà della comunicazione globale che ho riscoperto il fascino perduto per “le vite degli altri”. Non quelle tratteggiate dal premio Oscar von Donnersmarck, s’intende: qui l’unico muro è quello dell’immaginazione, dell’infinito oltre la siepe che tutto può, crea, distrugge e improvvisa dal niente.

Il bagaglio esperienziale e interpersonale, proprio della dimensione erratica, fa del viaggio un leitmotiv letterario, un fil rouge che lega persone spiritualmente feconde a vicende errabonde: un patrimonio a disposizione di tutti. È proprio dall’incontro tra la letteratura e questa quotidianità che nascono i grandi classici, “capolavori trasversali”: quelli che sanno parlare in più epoche a più generazioni di più genti, usi, costumi, formae mentis, in un formato a prova d’estinzione. È così, con la parola scritta più che con la trasmissione orale, che “le vite degli altri” divengono in parte anche “nostre”, da storie individuali a racconto collettivo: testimonianze di un adattamento sempre possibile, anche dinanzi alle avversità; eredità formative, capaci di ergerci all’altezza delle sfide culturali e degli intoppi esistenziali che il vivere comunitario spesso comporta.

Chi viaggia cresce, pensa, fa: indipendentemente dal fatto che si trovi sul vagone di un treno, sull’onda di un pensiero o sul sedile del passeggero; poco importa se sia sotto la spinta di un ricordo di gioventù, di un profumo o di un déjà vu. Chi viaggia fuoriesce dal tracciato di quella routine che succhia vita fino al midollo, cappa persistente di un’accidia che, abbandonata la palude Stigia della Commedia, sommerge gli animi (postmoderni) più indolenti. Chi viaggia non può che amare il gusto della scoperta, la flessibilità della ricerca: che sia del proprio posto nel mondo, di un lavoro ben retribuito o di una casa in campagna, non sembra rilevare. Ciò che conta è altro. Sia esso un “folle volo” verso una maggiore conoscenza di sé o un Gran Tour diretto al soddisfacimento di vizi e diletti, il viaggio rappresenta una cesura nella vita di chiunque lo intraprenda: la metanarrazione preferita dalle donne e dagli uomini d’ogni luogo, tempo ed età.

L’uomo è un essere straordinario, un paesaggio d’indomita natura, un soggetto letterario di grandissima versatilità, in continuo divenire: nel quotidiano vive splendori e nefandezze, quegli stessi splendori e quelle stesse nefandezze che reportage, documentari, racconti, diari, romanzi e poesie non fanno che riportare nero su bianco, con risultati (più o meno eccelsi) che sta al solo “lettorato” giudicare. Fuor di metafora, infatti, siamo tutti viaggiatori di mari e monti, procacciatori d’orizzonti, esploratori d’anime, osservatori di colori, fruitori di suoni e odori, spettatori di drammi, protagonisti di tragedie, attori d’opera. Anche da tre soldi.

La scoperta parte da noi stessi, il viaggio pure. On the road, il naufragio è un rischio da tenere in conto, non una variabile determinante. Prendete un ombrello, fuori piove spesso. Magari anche un berretto, il sole scotta. E se avete qualche madeleine nello zaino, ben venga.

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Chi lo ha scritto

Veronica Fabbro

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In bilico fra cosmopolitismo e apolidia, sono figlia contraddittoria di un decennio complesso. Esteta ed esistenzialista, amo definirmi controcorrente e resiliente, in preda a un’irrinunciabile crisi di fine secolo. Szymborska e Cioran i miei feticci letterari, il dottor Sean McGuire e il professor John Keating i miei guru spirituali, Hopper nell’arte e Einaudi al piano i quotidiani sollievi dall’affanno. Scrivere è un modus vivendi, citare latinismi un hobby. Mi nutro di parole, dubbi e verità. Talvolta, rido. Infine, amo.

10 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Luciano Quadroli

    Cara Veronica a mia volta ti ringrazio per l’accoglienza che hai dato alle mie idee. Casualmente ho riletto il mio commento a piè della presentazione del tuo tema ad opera de”L’Undici” su FB e mi sono accorto che, per aver omesso il pronome SUO riferito al tuo scritto, ho dato adito a pensare che volessi invece magnificare il mio con il relativo invito alla discussione a mo’ di una mia improvvida invasione di campo. Certamente non è così che intendessi fare ma il refuso ha reso possibile il sospetto. Ho provveduto a correggerlo evidenziandolo con delle provvidenziali maiuscole.,il senso della giusta appartenenza . Ora certamente suona nella maniera giusta che è poi quella che elogia il tuo pregevole modo di raccontare. “A ciascuno il merito che gli spetta e nei giusti modi !” _A seguito delle mie dovute scuse ti invio il più cordiale dei saluti. Credimi tuo ,Luciano (Luk on FB)

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    • Veronica Fabbro

      Caro Luciano,

      la tua onestà intellettuale è merce tanto rara quanto preziosa!

      Ti ringrazio per l’accortezza, ma al contempo ci tengo a sottolineare che il dibattito di idee è ciò che più mi preme suscitare e far scaturire: il tuo contributo è stato provvidenziale in tal senso! Difatti, a mio dire, ciò che più manca è proprio un rapporto assiduo fra lettori e autori: pertanto, commenti, impressioni e anche critiche (se costruttive) non possono che rappresentare materiale utile su cui lavorare fruttuosamente e incessantemente!

      Un saluto e…buona lettura!

      Rispondi
  2. Luciano Quadraroli

    Cara Veronica a mia volta ti ringrazio per l’accoglienza che hai dato alle mie parole. Mi preme ricordare a questo proposito che non ho voluto diffondere le mie idee a mo’ d’invasione di campo nel voler spostare l’asse di attenzione su una anedottica letteraria al fine di deviare il tema principale che titola il tuo scritto con l’invito invece a “star fuori di metafora” che pur essendoci, tu l’attualizzi con la necessità di rapportarsi alla quotidianità. Te lo dico perchè rileggendo casualmente il commento che ho fatto a piè della presentazione del tema proposto da l’Undici su FB ,per aver omesso il pronome che riguardava il TUO scritto, devo aver dato adito a pensare di voler magnificare il MIO esortando i lettori alla discussione Ho provveduto a correggerlo specificando con il “..SUO..” l’esatta appartenenza con le mie valutazioni entusiastiche che erano solo a te riferite._” A ciascuno il suo che merita” _. Con le mie scuse a seguire dal più cordiale saluto. Luciano (Luk on FB)

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  3. Luciano Quadraroli

    Ho letto con attenzione e alla fine il senso di ammirazione è quasi un automatismo conseguente._ Un fattore di conformità con le mie stesse idee unite dall’acume oltre che di dottrina letteraria anche trasmesso da esperienza, forse, consumata nell’abbandono del dolore._ Ti fa grande Veronica e non ti sia disdoro il darti “il tu” del confidente._ Il gioco di parola è quello sciamanico, misterico e apodittico, prova di verità animistiche, fantasmagorica menzogna che non truffa ma che avvince, favola smeraldina che con la maschera sentenzia per farsi poi languidamente muta (da Andrei Belyij). _Il viaggio dunque! Quello che prevede il conforto dell’approdo, un ‘Itaca sognata e mai raggiunta diventata terra d’intrigo e di virtù repressa, colora il sogno dell’ignoto con pallida cera del dubbio, salva “l’altrove” al posto del “nunc et semper”. _Si fugge da un ansia andata in over-dose, per difetto di misura, per eccesso del “già visto” ma digerito male, per saturazione di carne ossidata o dal troppo uso o dal suo deficit immantinente._ Ci vuole testa con “cuore di tenebra” che coniughi Conrad a Chatwin con l’affinità wertheriana ad un Celine giunto al termine della notte,; l’ultima stazione dove giungono in grumi dei tempi migliori e senza l’obbligo del ricordo. _ Oppure Achaab che lascia il timone a Gordon Pym con la stiva piena di morti a veleggiare sulla rotta di un Malestromm ingordo e rabbioso come la bianca balena lasciata al suo mostruoso destino di liquida tregenda. E se il Viaggio fosse Tragedia “in itinere” senza il rimessaggio dei danni subiti nelle procelle avverse? _Allora è più salvifico viaggiare con la mente…per non finir nel niente! _E’ una boutade la mia che gioca (anch’essa) sull’inversione di senso, meglio se “sentimento”, che fece dell’infingardo Odisseo dannato in Dante ma da esso stesso ripescato dall’oblio nero delle colonne d’Ercole e reso aedo dell’umana semenza che eleva il “bruto” a conseguir “virtute et conoscentia” ma che s’annega, poscia, di gloria vana e… d’insipienza ._Certo che scherzo ma non di ridanciano lazzo che sberleffa l’inclita il colto e il..pazzo, forse lo sono anch’io ma di parole, non al dileggio volte ma ad un convivio lieto… per chi vuole._ Non credo che l’essere seriosi giovi al dialogo che se anche fa intravvedere il dissenso, la sua tensione di opposti costituisce il lubrificante del pensiero, scivola meglio nello slalom tra i paletti del luogo comune del politically-correct e aggiorna il senso proustiano della “Recherce” di una rinnovata novità. Lo fu al tempo che si fece tramite per un viaggio interiore e oggi, con l’arsenale sapienzale dei tempi attuali, diventa con il low-cost accessibile a chiunque. Ma il tuo intento è nobile Cara Veronica e questo conta!

    Rispondi
    • Veronica Fabbro

      Luciano, non disdegno certo il beneamato “tu”, che distende e avvicina i cultori d’elettive affinità!

      Noto con piacere come il tuo commento sia ricolmo di riferimenti letterari e reminiscenze di (piacevoli) letture pregresse: hai aggiunto in calce al mio scritto quel tocco di “classicità” che io – d’altro canto – non ho voluto scalfire, proprio per dar spazio a chiunque di immedesimarsi fra le parole espresse e le vicende accennate…
      Ho avuto modo di rapportarmi con uno spaccato umano di notevole interesse antropologico, oltre che sociologico, tanto da ispirarmi infine questo umilissimo contributo alla grande famiglia de “L’Undici”.

      Gli spunti di cui ci hai resi partecipi non potranno che essere a loro volta fonte d’ulteriore riflessione a riguardo! Ti ringrazio!

      Rispondi
  4. Rinaldo

    oh Veronica… ti dico solo che il mio ritrovarmi nelle tue parole, e’ ulteriore fonte di forza.. semmai me ne fosse mancata..
    Ancor di piu’, stasera, dopo mille battaglie e ventimila combattimenti, so che la guerra, morendo, la vincero’ lo stesso anche grazie alla tue parole…

    “Chi viaggia cresce, pensa, fa: indipendentemente dal fatto che si trovi sul vagone di un treno, sull’onda di un pensiero o sul sedile del passeggero; poco importa se sia sotto la spinta di un ricordo di gioventù, di un profumo o di un déjà vu. Chi viaggia fuoriesce dal tracciato di quella routine che succhia vita fino al midollo, cappa persistente di un’accidia che, abbandonata la palude Stigia della Commedia, sommerge gli animi (postmoderni) più indolenti. Chi viaggia non può che amare il gusto della scoperta, la flessibilità della ricerca: che sia del proprio posto nel mondo, di un lavoro ben retribuito o di una casa in campagna, non sembra rilevare. Ciò che conta è altro. Sia esso un “folle volo” verso una maggiore conoscenza di sé o un Gran Tour diretto al soddisfacimento di vizi e diletti, il viaggio rappresenta una cesura nella vita di chiunque lo intraprenda: la metanarrazione preferita dalle donne e dagli uomini d’ogni luogo, tempo ed età.”

    Grazie.
    Ri

    Rispondi
    • Veronica Fabbro

      Caro Rinaldo,

      pensare d’essere stata di conforto in un momento particolarmente difficile rincuora anima e mente. Il potere della Parola è immenso: una delle sue capacità più straordinarie è – per chi legge – proprio quella di ritrovarsi a ogni rigo, mentre per chi scrive è quella di comunicare un messaggio che sia il più possibile universale…spero d’esserci riuscita!

      Grazie per il riscontro positivo che sempre mi riservi!

      Rispondi

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