Treno notturno

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Il mio viaggio comincia su un Intercity Notte. ICN 1959. La valigia l’ho preparata di fretta, un’ora prima di andare in stazione. Come sempre ho portato troppe poche cose, distribuite in troppi pacchi inutili. E così arranco penosamente sotto i 35 gradi di una magica sera romana. Il carro bestiame si riempie rapidamente e quando salgo sulla carrozza numero 2 le mie compagne di viaggio si sono già sistemate ai loro posti. In verità, una delle tre si è accomodata sul mio letto ma glielo cedo volentieri per quieto vivere, fingendo di non avere nemmeno notato il furto avvenuto.

Ogni viaggio è una scoperta ma ogni partenza cela un’inspiegabile malinconia. Forse per questo non mi piace partire. Mi piace tornare.

L’ultima volta che ho preso un aereo per ritornare a casa il mio viaggio è durato undici ore totali per quarantacinque minuti di volo. In mezzo a questa massa umana che suda, che bucìa, che dà aria alla bocca allungando sguaiatamente le vocali, che cammina a passo lento, preda della dolce ignavia di vivere del Meridione, ringrazio che questo ICN sia sopravvissuto e che ancora ci sia lui a ricondurmi a casa.

Mi affaccio in corridoio, curiosa di scoprire i volti di coloro che saranno miei compagni per una notte. Riconosco le voci, riconosco i lineamenti: sono le voci e i lineamenti della mia terra. Riconosco la cadenza lenta, la linea spesso pronunciata dei volti, tratti somatici vari perché frutto di secoli di dominazioni diverse. Riconosco i commenti, le battute di spirito, le movenze, il portamento. Osservo come una spettatrice esterna ma guardando loro riconosco la mia identità.

Quando il treno è in sosta l’aria condizionata viene disattivata. Nella cella di tre metri per tre, dove siamo destinate a dormire in quattro, la temperatura è al limite del sopportabile. Ancor prima che le vetture abbandonino l’incandescente stazione di Roma, con appena venti minuti di ritardo, ci si comincia a lamentare, attività delle più amate dai miei conterranei, generalmente fine a se stessa o mirabilmente sfruttata a scopo di socializzazione.

La mia cabina raccoglie un parterre piuttosto variegato di compagne di viaggio. La donna sdraiata al mio posto deve avere una decina d’anni più di me: parla al cellulare un italiano interrotto da qualche intercalare dialettale che riconosco solo in parte. Accanto a me, ai piani alti, una signora più grande: armeggia con la sua borsa immensa, sembra una donna molto distinta, sorride ma non parla. Nel letto sotto al mio, una cinquantenne magra, dalla pelle tirata e scurita dal sole: ha appoggiato un telo sulla panca che funge da letto e si cosparge di amuchina.

Al secondo rallentamento all’altezza di Latina, quando appare chiaro che abbiamo maturato già trenta minuti di ritardo, il brusio di scontento comincia a salire. Le lamentele condivise, piuttosto che uno stimolo alla protesta, diventano il miglior pretesto per intessere avvincenti discussioni tra compagni di sventura, dove ognuno racconta le sue disavventure facendo a gara a chi ha patito il peggio nelle lunghe discese che dal Nord portano al Sud.

Pur munita di un libro che sognavo di leggere da diverse settimane, non voglio sottrarmi a questa tradizione che crea, nella solidarietà dei viaggiatori, improvvise e salde intimità tra perfetti sconosciuti. E così mi tolgo la cintura, allento i bottoni del pantalone, mi metto comoda su quello che per una notte mi piace chiamare “il mio letto”. Scopro che la ragazza che si è casualmente appropriata del mio posto in basso – senza immaginare che io preferisco proprio quello in alto – vive a Bagheria, ha due fratelli e un fidanzato di Palermo che fa il poliziotto. Mi racconta anche di quando il suo nipotino si è affogato mangiando il suo primo sfincione e di quanto a Palermo faccia caldo ma il pesce sia sempre fresco. Della sua vita a Roma, dove lavora, però, non fa menzione. Alla donna sdraiata di fronte a me, invece, piace parlare del figlio, che lavora nella capitale e a cui lei è andata a fare compagnia per dieci giorni. Il figlio le manca, lo si legge negli occhi lucidi, nelle parole prudentemente scelte per riuscire a descriverlo proprio come lo vede lei. La cinquantenne che continua a cospargersi di amuchina, come fosse olio santo, viene da Varese e come ogni anno va a fare trekking sui Nebrodi; passerà anche qualche giorno nelle isole prima di rientrare a casa.

A mezzanotte le luci nella nostra cabina si spengono già, mentre in corridoio intense discussioni, popolate dai dettagli più intimi di vite sconosciute, proseguono ad oltranza.

Alle sei mi sveglio. Avverto una sensazione di lieve asfissia. Il treno è fermo, eppure ondeggia. Capisco che i vagoni, divisi in due parti, sono già stati caricati sul traghetto che attraversa lo stretto. Mi precipito fuori dalla cabina cercando di non svegliare le compagne di stanza che dormono. Ho bisogno di respirare quell’aria. Salgo sul ponte. Il sole è ancora timido ma già si intuisce che la giornata sarà rovente. Il mare brilla: una spolverata di diamanti su una distesa di cobalto. L’odore di mare: le narici si dilatano e inconsapevolmente il mio respiro si fa più profondo. E finalmente il vento. Quel vento presuntuoso che mi scompiglia i capelli e sembra volermi salutare come un vecchio amico che dà il bentornato. Al bar del traghetto sfornano arancini caldi. Un gruppo di omoni, più larghi che alti, dalle magliette attillate sul ventre peloso, ne azzannano un paio.

La città ancora dorme. Il viaggio sta finendo. Abbiamo recuperato il ritardo iniziale e alle sette e quarto arriverò puntuale in stazione. L’occhio estraneo, improvvisamente, si riapproprierà delle strade, dei luoghi e degli odori di questa città in fondo ancora mia. Spettatrice estranea ma non straniera: osservatrice privilegiata, guarderò la gente con distanza e insieme familiarità.

Ogni ritorno è un viaggio e se ogni viaggio è una scoperta, di fronte a questo sputo di mare che un dispetto del destino ha posto a divisione tra la penisola e l’isola, io riscopro la mia identità.

Arriviamo in stazione. Anche questo viaggio è finito.

 

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