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Quando ho accettato questo lavoro, due anni fa, non avevo idea di quanto sarebbe stato facile per me, da quel momento, viaggiare. Le spiagge dei Caraibi, Zanzibar, Cuba, Bali… sono diventate lo sfondo costante alle mie giornate.

Fin da piccola ho manifestato un’esuberanza incontenibile e una curiosità vivace per tutto ciò che è diverso da me e dal contesto in cui vivo. Già allora, infatti, con un universo limitato a casa-asilo-parco e una fantasia ancora acerba, venivo attratta dall’insolito e tempestavo la mamma di domande: perché Amir ha la pelle marrone? perchè Soraia è tanto grossa? perché Ibrahima è così magro? perchè Jiang-Li dice tutto stlano? Rapita dalle sfaccettature della realtà che mi circondava, l’eco della voce della mamma, sempre impegnata in qualcosa d’altro che rispondere concentrata agli interrogatori, era un balsamo per il caos dei miei pensieri.

immag. 2Effettivamente più che semplici domande, si trattava di veri e propri interrogatori e devo ammettere che nella fastidiosa fase dei “perché?” poteva essere davvero imbarazzante, anche per un genitore attento e sensibile, riuscire a stare al passo con la mia sete di conoscenza. Figuriamoci per una massaia ossessionata dall’ordine, dall’igiene e da cinque figli piccoli ai quali badare: prima venivano i biberon, poi i pannolini, poi i panni da lavare… domande, urla e pianti erano il sottofondo ad una organizzata routine giornaliera. D’altra parte, non davo troppo peso al contenuto delle risposte che l’idolo mamma mi concedeva; in realtà avevo bisogno di attirare l’attenzione e di vivere compiutamente il sano e naturale egocentrismo proprio di ogni bambino.

Più grandicella, infatti, ampliati gli orizzonti del mio universo limitato, persa la fede nel dogma delle parole evasive della mamma, mantenuta intatta, però, l’ingenuità dell’infanzia, scrissi a Babbo Natale. Volevo sperimentare la sensazione di trascorrere del tempo lontano da Passo Lordo, il paese di 352 anime in cui vivevo. Ero convinta che di anime, nel mondo, ce ne fossero molte di più e che queste avessero forme, colori, idiomi e capelli diversi da quelli che ero solita vedere a scuola, al parco o sul lungomare. A Passo Lordo i turisti erano davvero pochi, tuttavia sufficienti a dirottare la mia immaginazione oltre il limite del paese e a farmi accarezzare l’idea che un giorno avrei visitato luoghi straordinari.

Espressi a Babbo Natale tre desideri: dormire una notte in campeggio, andare con papà a fare benzina all’estero (il confine era a soli sette chilometri da casa) e prendere la motonave che portava ogni mattina gli operai della Sortilegia alla fabbrica. Sotto l’albero trovai un mappamondo. Quanta gioia! Potevo esplorare il pianeta ben oltre i sette chilometri di terra o le nove miglia marine indicate nella letterina.

immag. 3Da qualche parte avevo letto che il nostro cervello non distingue un’esperienza vividamente immaginata da un’esperienza realmente vissuta. Quel concetto era diventato un mantra e il Natale del mappamondo segnò l’inizio dei miei viaggi.

Ora sono cresciuta. Naturalmente ho ampliato ulteriormente gli orizzonti del mio universo. L’ipermetropia di cui soffro da anni, infatti, -asintomatica durante l’infanzia- è diventata via via più importante, tanto che qualche anno fa ho messo gli occhiali. Visioni inedite hanno fatto ingresso nella realtà! Durante gli anni dell’adolescenza, inoltre, si è dissolto ogni residuo di qualsiasi tipo di fede, così come si sono dissolte le tracce della mia ingenuità, ma la fantasia e la voglia di viaggiare hanno sempre dato un tocco magico alle mie giornate.

Oggi, finalmente, all’età di vent’anni, posso dire con orgoglio di sentirmi cittadina del mondo.

Il lavoro che svolgo mi sprona costantemente ad interessarmi a nuove culture e tradizioni. Così ho approfondito, per esempio, usi e costumi degli aborigeni delle Filippine, del popolo hawaiano, di quello delle Barbados, della Polinesia e del Nuovo Messico. Da quasi due anni vivo una favola.

Questa sensazione inebriante è sicuramente amplificata dal fatto che sono una ragazza di umili origini: terza di cinque figli, di cui uno disabile e uno con la sindrome di Asperger; mamma casalinga e papà custode a Passo Lordo del centro sociale anziani “Anni di gloria”. In casa entravano pochi soldi. Chiaramente le priorità erano pagare l’affitto e le bollette, comprare il cibo e le medicine per i miei fratelli e noleggiare i libri per la scuola. Si faceva economia su tutto, a volte pure sulla fantasia. Viaggiare era un’utopia e per alcuni di noi, purtroppo, era un’utopia riuscire a farlo anche solo con la mente.

Tuttavia, ricordo di essere stata ben due volte a Tuffa con i miei genitori, metropoli leggendaria nell’immaginario collettivo di chi, come me, non era mai uscito dai confini di Passo Lordo. Tuffa dista circa trenta chilometri da Passo Lordo ed è famosa perché allora c’era il magazzino di mobili più grande di tutta la regione con i prezzi più bassi di tutta la regione e il vino più buono di tutta la regione (per chi poteva permetterselo). Ricordo pure che lungo la strada era d’obbligo passare attraverso i comuni di San Girolamo, Forte, Grezzo e Landri. Quando vedevo il cartello di inizio paese incrociavo le dita nella speranza di una sosta. Dal finestrino dell’auto ammiravo le Chiese, le vie affollate e il piccolo centro che avrei tanto voluto esplorare. Purtroppo, mio padre non poteva assentarsi a lungo dal lavoro, così quei borghi incantevoli restavano un miraggio nel deserto della mia immaginifica esistenza.

La seconda volta che andammo in spedizione a Tuffa, però, fummo costretti a fermarci a Grezzo per una improvvisa e impellente emergenza fisiologica. Avevo escogitato una scusa per respirare un’aria diversa da quella di Passo Lordo. In realtà, mio padre si fermò alla stazione di servizio subito dopo l’abitato di Grezzo, anziché in centro -avevo calcolato male i suoi tempi di reazione ai miei lamenti-. Nessun problema, in fondo, anche quella era un’esperienza. Prima di allora non ero mai stata in una stazione di servizio. D’accordo, l’aria non era quella salubre d’alta montagna, ma le due chiacchiere con il commesso e ciò che vidi avventurandomi fra le corsie del negozietto -merendine, biscotti, spazzole tergicristallo, lubrificanti, antigelo- mi tennero in stato di eccitazione per una settimana.

E poi, a casa c’era il mappamondo.

Ho trascorso gran parte dei miei pomeriggi chiusa nella cameretta a fantasticare su tutti i paesi del mondo, mentre Tina e Giorgia –le sorelle problematiche- stavano sedate nel letto a castello, pedine immobili di un universo inaccessibile.

immag. 4Due anni fa la svolta: la maggior età, il campeggio con le amiche, la terza di reggiseno, il primo test di gravidanza, la notte alla casa circondariale, i “cannabis buffet” e il lavoro. Da allora, viaggiare per me è diventato naturale e necessario quanto respirare.

Oggi, in pochi scatti, potete vedermi sorridere felice sulle spiagge di Okinawa, su un atollo delle Maldive, nell’acqua cristallina della Grecia, con lo sfondo della barriera corallina di Sharm el-Sheikh, oppure ad Haiti sotto un ombrellone con un colorato cocktail in mano.

Lo studio fotografico è sempre lo stesso, ma gli arredi, la musica e i colori cambiano ogni giorno.

Già, proprio così, continuo a viaggiare con la fantasia. Sono la ragazza che posa in bikini per i cataloghi di un piccolo tour operator di Passo Lordo. E’ proprio vero: il nostro cervello non distingue un’esperienza vividamente immaginata da un’esperienza realmente vissuta!

Il mio viaggio preferito è stato Cuba, pag. 73 del catalogo “Destinazione Cuba. Sulle tracce di Hemingway”. L’isola offre circa seimila chilometri di mare caraibico con spiagge e scogliere per tutti i gusti. I cubani sono un popolo aperto e pieno di gioia di vivere, che ama chiacchierare con gli stranieri. C’è musica ovunque, sempre travolgente e spettacolare. A Cuba si possono fumare dei sigari eccezionali, arrotolati a mano con il tabacco Vuelta Bajo, i mitici Romeo y Julieta o i Cohiba. Inoltre, si possono trovare le tracce di Ernest Hemingway fra le bodeguite e gustare un mojito o un daiquiri fatto con il miglior rum del mondo… così dice il catalogo.

Certo, la carta si lascia scrivere e questo racconto ne è la dimostrazione. Credetemi, però, anche in quello studio fotografico di otto metri quadrati addobbato con fiori finti, frutta di plastica e mare di cartone, vi posso assicurare che l’atmosfera esotica, l’allegria del popolo cubano e l’aroma dei sigari li ho sentiti per davvero!

A dirla tutta, se continuassi a scrivere potrei anche convincermi di essere una splendida ventenne con un seno prosperoso e sodo che fa la modella in slip, anziché un’ottuagenaria “cliente” del centro sociale anziani di Passo Lordo con qualche ruga d’espressione e una fantasia da far impallidire tutti gli abitanti di Cuba e dintorni! Dunque, mi fermo qui, in senso metaforico, naturalmente.

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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