L’elogio al viaggio di Bruce Chatwin: da “In Patagonia” a “Le vie dei canti”, l’uomo nomade è più felice.

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn1Email this to someone

Pensando alla tematica del “viaggio”, un autore che viene subito in mente, coi suoi racconti di terre sconfinate e lontane, è lo scrittore e viaggiatore britannico Bruce Chatwin (1940- 1989).

Figlio di un ufficiale inglese di marina, ha trascorso gli anni della fanciullezza compiendo spostamenti continui e sviluppando quel suo proverbiale gusto per le letture e gli atlanti. Dopo gli studi ha intrapreso una brillante carriera presso la casa d’aste londinese Sotheby’s, diventandone in breve tempo il maggiore esperto impressionista. Ma temendo di ammalarsi agli occhi – ha rischiato addirittura la cecità -, ha presto deciso di staccarsi da una ricerca “privata” del bello, per dedicarsi a più vasti orizzonti. Ha avuto così inizio un vero e proprio “elogio al vagabondare” che, per il primo viaggio, lo ha portato in Sudan. In seguito si è recato in Marocco, Afghanistan, Patagonia, Himalaya e Australia.

Proprio grazie a questo suo continuo errare, Chatwin ha potuto dare libero sfogo ad un animo inquieto e al desiderio di scrivere a proposito del mondo. La seguente frase diventerà il suo mantra:

“La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”.

In Patagonia

In Patagonia

Fra i temi più ricorrenti, al di là del continuo spostamento, vi è la teoria sulla felicità dei popoli nomadi, in cui l’autore britannico cerca di analizzare le motivazioni che spingono una intera popolazione o etnia a non stare ferma in un unico posto.

Il libro che ne ha decretato il successo, proclamandolo di diritto scrittore di viaggi, è la sua opera prima pubblicata nel 1977: il romanzo “In Patagonia”, accolto dalla critica come un capolavoro, e subito divenuto leggenda. Ogni tappa descritta in questo suo viaggio – fatto in pratica ai confini del mondo, dove pare che tutto abbia avuto origine da questo lembo di terra che comprende l’estremità meridionale del continente americano, annessa la Terra del Fuoco – rappresenta una miniatura di romanzo, in cui la Patagonia si rivela un luogo che fa parte della geografia di ognuno, anche di chi non c’è mai stato.

È proprio la prosa semplice ed altamente evocativa a coinvolgere il lettore. Con le opere di Chatwin non sembra di guardare un film, come può accadere con il padre della letteratura australiana Henry Lawson in “Innaffiate i gerani” che, per altro, a tratti ricorda. Oppure non è come sentir narrare un’avventura fantastica, nello stile proprio ad esempio di Coleridge. La sua peculiarità è quella di trasportare direttamente il lettore sulla scena. Siamo lì con lui, nell’attimo esatto in cui narra la storia. “Trasbordati” direttamente in terra straniera dal nostro divano di casa.

“Così il giorno dopo, mentre l’autobus attraversava il deserto, guardavo assonnato i brandelli di nuvole d’argento che si spostavano in cielo, e il mare grigioverde di sterpaglia spinosa sparsa sulle ondulazioni del terreno e la polvere bianca che il vento sollevava dalle saline e, all’orizzonte, la terra e il cielo che si fondevano, mescolando e annullando i loro colori”.

Per Bruce Chatwin il viaggio rappresenta un modo per proclamare la propria esistenza, per evadere dalla realtà, per essere liberi, per essere in sostanza “lontano da”. Al fine di non sottomettersi, il viaggiatore “fugge”, dallo Stato, dalla politica, dalla famiglia, dal matrimonio e dai vari tabu che lo inibiscono. È l’uomo libero che sceglie di spostarsi, anziché dissolversi nella moltitudine; ovviamente si parla di un “viaggio di lunga durata” e non di quello che fa la massa, che va in vacanza solo per una o due settimane l’anno.

Possiamo affermare che Chatwin sia una figura cruciale – per quanto emblematica – nel panorama della letteratura post- moderna. Con autoironia egli ha parlato così di sé:

Le vie dei canti.

Le vie dei canti.

“Raccontare storie era l’unica occupazione concepibile per una persona superflua come me”.

In realtà il viaggio per Chatwin aveva un significato ben più profondo: era uno spostamento fisico, e quindi reale, ma al tempo stesso accompagnato da un percorso interiore di cambiamento e crescita personale. Un processo di formazione che ne raddoppia la valenza. Una sorta di rito di iniziazione che permette di andare sempre un po’ più in là. Di allargare i propri limiti, così come gli orizzonti.

Nei suoi scritti, come novello pioniere, Bruce Chatwin ha tracciato delle “piste” che hanno aperto nuovi spazi al lettore. Attraverso l’abilità narrativa di questo autore, possiamo quindi “partire” e vivere fantastiche avventure, rimanendo comodamente sdraiati sul nostro divano di casa. Un po’ come viaggiare, senza doversi preoccupare dei bagagli.

Di sicuro la sua vita non è stata tutta rose e fiori, e, a voler ben dire, è stato anche a lungo criticato, per quegli aneddoti fantasiosi che ha attribuito a persone e fatti reali. Spesso i protagonisti si riconoscevano nelle sue storie, e non sempre ne apprezzavano le digressioni. Anzi, ne rivendicavano la “non paternità”, come ad esempio alcuni aborigeni descritti in “Le vie dei canti” del 1987 che si sentirono traditi dallo scrittore. Quest’opera infatti, è proprio dedicata alle credenze dei popoli aborigeni australiani, in cui l’autore ha dato conto delle sue indagini svolte sulla tradizione aborigena dei canti rituali tramandati di generazione in generazione, come conoscenza iniziatica.

Ammalatosi alla fine degli anni Ottanta, di una malattia che aveva contratto durante uno dei suoi viaggi – si pensa l’Aids -, Bruce Chatwin si ritira nel sud della Francia con la moglie, e muore a Nizza nel 1989. Non aveva nemmeno compiuto cinquant’anni.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn1Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?