Il viaggio con ana

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“Quando è iniziato tutto?”. Questa domanda l’accolse, dopo centinaia di chilometri percorsi accanto a quello stesso mare che ammirava durante gli spostamenti estivi all’epoca della sua infanzia, con il sacco enorme riempito di secchielli e palette, con le mani a ventosa e il naso schiacciato sul finestrino e gli occhi fissi e entusiasmati. Non c’era più quel sacco di giochi, ma un semplice diario di un giallo sbiadito vicino ad un corpicino minuto, martoriato, seviziato, che lei stava trascinando con sé, ad un passo dall’età adulta, per raggiungere  quella sedia, da cui ascoltare quella domanda, apparentemente semplice. Iniziato? Ma cosa realmente? Cosa l’aveva ridotta ad una semplice pedina, trapiantata in una vita parallela, all’inseguimento di un’idea  astratta di perfezione e onnipotenza? Poteva davvero definirsi un incontro ufficiale con la sua “ana”?  Doveva rispondere: le interminabili ore di viaggio, i mesi di riflessioni, di pianti e di silenzi, i rifugi in totale solitudine con strati di maglioni di lana per tentare di alleviare il freddo gelido che penetrava fin dentro quelle ossa pericolosamente sporgenti esigevano di mettere insieme qualche parola per tentare di formulare una risposta quantomeno sensata. Rispose, e nel farlo comprese che non aveva una minima idea del perché si trovasse lì, in quel paesino sperduto nella Lucania, sulla vetta di un piccolo monte, alla fine di una meravigliosa strada costeggiata da fichi d’India pieni di frutti.

“Non so quando sia iniziato, e non so francamente cosa davvero sia accaduto. So soltanto che un giorno mi sono svegliata, mi sono diretta verso quella bilancia in bagno, e ci sono salita sopra. Controllando quell’ago e il numero su cui si fermava, ho deciso di mettermi a dieta. Il mio corpo era generoso di forme, e avevo soltanto il desiderio di ridurre quelle rotondità. Nessun pensiero ossessivo, nessuna voglia di farsi del male. Semplicemente la scelta di una ragazza diciannovenne che giunge a un punto della sua vita e si guarda allo specchio con occhi diversi. Poi, poi non so. Quella bilancia s’impossessò dei pensieri e delle emozioni, delle paure giornaliere. Così si presentò lei: prendendomi dolcemente per mano, veniva a svegliarmi al mattino e davanti al terribile movimento dell’ago, mi consigliava il percorso da seguire per sentirmi felice”. Poche parole, confuse, di chi si trova pericolosamente in bilico, incapace di ricostruire il suo passato, il flusso di cause e conseguenze, di piaceri e  sofferenze, della storia vissuta sino a quell’istante.

Dopo la  lunga serie di controlli medici di quel giorno, si ritirò nella sua camera affittata nell’unica  casa per ferie di quel paese, in attesa di tornare in ospedale all’indomani. Prese tra le mani il suo diario e  iniziò con la sua prima pagina: “Forse lei è stata sempre lì, in un angolo, nel silenzio, in attesa soltanto di un mio consenso. Forse è nata con me, con la mia stessa forza si è alimentata sino a cogliere il mio invito a prendere parte della mia vita, palesemente”. Un  richiamo, disperato, un bisogno vitale di trovare un’alternativa, l’esigenza  di sentirsi speciali, per la prima volta, dopo una lunghissima lista di tentativi fallimentari. Voleva fermarsi, distanziando  quella massa crudele fonte di una sofferenza insostenibile, ma ricercando, o meglio pretendendo, al tempo stesso , appartenenza, amore, accettazione. Un grido di aiuto, di dolore, di paura, da lei accolto prontamente, “Avevo ricevuto dagli altri soltanto delusione. Questo mi aveva portato a perdere la fiducia in me stessa, arrivando a pensare che forse la causa fossi io stessa.  Lei era diversa; lei comprendeva la mia insicurezza e mi suggeriva la strada opportuna per non avvertire più quell’ansia atroce. Grazie a lei  ho potuto esercitare un totale potere su di me, sulle mie azioni, e quindi sul comportamento degli altri nei miei confronti. Mi sentivo al centro del mondo. Lei mi seguiva lungo  la linea contorta dei miei pensieri, e così, nei momenti di crisi e debolezza, ad un passo dal cedere ai meri bisogni corporei, mi sosteneva trasmettendomi la forza necessaria per resistere, per non avvertire la fame, perché altrimenti avrei perduto ogni successo ottenuto.  Mi portava davanti a quell’ago per ricordarmi quanto fossi stata brava insieme a lei”. Un corpo divenuto strumento di comunicazione, sfruttato spietatamente per tentare di ricevere  ciò che le era sempre mancato. “Non volevo avere un corpo accettabile ma un corpo quasi innaturale, eccezionale, artefatto. Volevo e dovevo essere diversa, ad ogni costo divenire un essere perfetto, senza alcun compromesso”.

Un viaggio verso un luogo sconosciuto, il lungo viaggio di una vita intera, dove non si sa mai cosa aspettarsi, cosa richiedere e di cosa aver timore. Un viaggio di una bambina che si sente ingannata, che lascia spazio a un nuovo cammino con una compagna di avventura inattesa, con cui poter soddisfare i capricci di quella pupa, che nonostante il tempo trascorso è lì che attende di ritrovarsi tra le  braccia protettive della sua mamma. Non c’è stata mai una vera consapevolezza, mai un momento in cui la sua “ana” abbia svelato la sua vera natura ingannatrice. Forse brevi momenti vacillanti, gli unici momenti di lucidità, davanti a quelle sporgenze manifeste nell’immagine riflessa allo specchio o davanti allo sguardo terrorizzato delle presenze intorno a lei. Sporadici litigi e brevi periodi di distanza. Vinceva sempre un senso di sconfitta e di terrore. Di fatto, “ana” era sempre lì, con il suo viso falsamente angelico; covava dentro di sé una vendetta che solo alla fine avrebbe soddisfatto. Sapeva  che, in un certo momento, quella bambina capricciosa si sarebbe di nuovo presentata ai suoi piedi, supplicandole il perdono.

La domanda “quando è iniziato tutto?”, giungeva nel pieno di una lotta estenuante, che iniziò  proprio quando lei, ana, gettò la maschera da signora salvatrice. Un viaggio nel limbo, tra ribellioni e ripensamenti, ma in realtà una discesa libera a picco verso la gola profonda di un burrone altissimo, mascherato e confuso dietro una sensazione di onnipotenza, nel tentativo di arrestare quelle lamentele infantili che risuonavano con echi assordanti. La domanda decretava un nuovo inizio, di cosa non si percepiva ancora. Mille dubbi, infiniti tentativi di mollare tutto. Lei aveva lo sguardo spento e disperso in quel piccolo studio medico di chi cerca una gioia, non più nel mondo esterno ma dentro di sé, dentro un’anima privata ormai della capacità di emozionarsi liberamente, senza la guida di una presenza infernale, malefica e benevola al tempo stesso,  e distante dai rimproveri, dalle assenze, dalle mancanze, dalle definizioni universali, dal quel mondo che si era presentato ogni singolo giorno come sorgente di fortissime emozioni negative. Ricercava la sua salvezza, ma restando aggrappata ad un corpo quasi evanescente, impaurita che se fosse tornato a riprendere forma lei avrebbe clamorosamente fallito.

Dopo quei tre giorni  tornò nella sua  città, per ripercorrere poi di nuovo lo stesso tragitto, lungo lo stesso mare, con lo stesso diario giallo chiaro, lasciando dietro di sé il posto della perdizione e della disperazione e di quella sensazione delirante di una supremazia illusoria. Lungo quel viaggio, in quei monti sperduti, dentro quelle mura, ci sarebbero state lei e la sua ana, non più nelle vesti di complice e mentore, ma come la più temibile nemica da combattere, con la stessa forza con cui in passato lei aveva gettato il cibo e resistito ai richiami della fame contorcendosi tra la lenzuola. Smarrita, svuotata, con quel lembo sottile di pelle che avvolge un’anima ghiacciata, estenuata, incapace di riconoscere il bene dal male,  di trovare una strada che sia soltanto la sua, incapace di raccontarsi, apertamente.

Era  lei che voleva entrare in quel centro? Davvero lei liberamente aveva deciso di alzare la cornetta per dire “io sono anoressica. Ho bisogno di te”? Cosa mai significava essere anoressica? E il non esserlo? E la cerchia di persone ormai ai suoi piedi si sarebbe allontanata se soltanto quel corpo martoriato avesse manifestato segnali di vita?

specchio+1Si entrava. Consapevole che nessun pensiero in quel momento poteva essere considerato reale, giusto o errato, o in ogni caso un’espressione della sua volontà. Nulla su cui fare affidamento: soltanto una lunghissima serie di eventi passati artefatti sotto la guida della mente diabolica dalla sua compagna di viaggio. Niente che potesse offrire risposte  in quella notte insonne, prima del vero ingresso. Giunse il mattino del grande giorno. I suoi jeans, gli unici che riusciva a indossare, tenuti su dalle sporgenze delle anche. La sua borsa di tela, comprata in un mercatino davanti la residenza, con due pacchetti delle sue Marlboro, il diario, penne e matite. Il cellulare, l’unico contatto con ogni cosa che lasciava alle sue spalle. Salì le scale, sino al secondo piano. Cosa mai l’attendeva? Cosa mai sarebbe apparso lassù? Indossava una maglia col cappuccio nero che le offriva una protezione contro qualsiasi interferenza esterna, come il cibo rifiutato nei mesi precedenti. Arrivò in cima. Un lungo corridoio, strettissimo, con tante porte. La prima, sulla sinistra, aperta, con tante voci femminili che si accavallavano. Si affacciò. Una piccola sala, il divano davanti a una tv, un tavolo di legno, libri, foto, computer, colori. Fogli bianchi e colorati e ritagli sparsi. E braccia, e gambe, e sorrisi, e occhi, in quel momento rivolti a lei. Aveva semplicemente paura di perdere quella specialità difesa in cambio della morte oltre quelle pareti. Soltanto corpi, misurati, scrutati con uno sguardo involontariamente crudele e invidioso. Era ossessionata dal confronto tra quei corpi, tra misure e spazi occupati e dal pensiero di come la sua immagine potesse  apparire agli sguardi altrui. Lei, ana, accanto. L’aveva accompagnata sino a quella stanza, appesantendo la sua borsa e il suo cuore,  facendo risuonare ogni singolo passo.  Non poteva non esserci. Quel grido di aiuto proveniva  dall’incertezza e dalla confusione di una vita parallela di menzogne, di attese non comunicate, di bisogni taciuti e pretenziosi nel trovare un totale soddisfacimento. La teneva con una morsa strettissima e , costretta in quell’unione, ogni immagine appariva distorta, confusa e minacciosa.

Restò in silenzio, fissando  ogni cosa con i suoi grandi occhi neri,  in disparte. Le fu consegnato il programma della settimana, tra corsi, letture, visite, incontri di gruppo e cinque  pasti al giorno consumati insieme alle altre, nella stanza in fondo, sulla destra. Per cinque volte si sarebbe seduta davanti al suo nemico, nella terrificante posizione di chi avverte la compressione di mille forze intensissime che tendono a condurla verso percorsi con versi e direzioni inconciliabili. Avrebbe ascoltato il rimprovero prolungato di ana e le sue parole minacciose, perpetue, continue e costanti. C’era sempre la tentazione di scappare; quel cibo avrebbe scosso e smosso il suo corpo e  lo avrebbe reso schiavo di se stesso, riportandolo su un piano di mediocre normalità. Quel pensiero ossessivo si accostava al ricordo delle giornate trascorse sul divano, sotto le mille coperte, privata di ogni senso, privata di ogni motivazione, della capacità di reagire, in un modo o di un altro. Ogni volta lo sguardo si rivolgeva alle sue compagne, per ritrovare nei loro comportamenti un conforto ma al tempo stesso una motivazione per non smettere di sentirsi speciale.

Un viaggio tra l’inferno, il purgatorio e il paradiso, dove ciò che appare come la sola fonte di salvezza si percepisce, nello stesso tempo, come la causa di una sofferenza quasi mortale. L’inferno che diventa l’abisso in cui non si vuole sprofondare, ma in ogni caso il solo luogo in cui poter ritrovare una consolazione; e il paradiso, quella casa accogliente, in cui raggiungere il proprio obiettivo, ma comunque pericoloso, omologante, rappresentativo di ciò da cui si è sempre difesa. Lei stessa vittima e carnefice, lei che lotta e lei contro cui è rivolta quella stessa lotta. Non esistevano schemi, niente che s’imponeva come la corretta strada da intraprendere. Soltanto mani e cuori e menti accoglienti, fino ai limiti di una fastidiosa invadenza, ma che in fondono restavano lì, sperando di incontrare  una timida approvazione, e in ogni caso la volontà di cambiare rotta e seguire un tragitto differente da quello che ha condotto in quel paese sperduto.

Uno spazio piccolo, su quelle montagne, tra distese immense di un verde scuro e un piccolo fiume che attraversa la vallata in basso. Un posto quasi fuori dal mondo, da quel mondo  dove ana ha trovato una porta spalancata per entrare e radere al suolo ogni certezza. Ogni giorno, nella rigidità di un programma dettagliato, condiviso con le altre o vissuto individualmente, si lasciava spazio all’imprevedibilità legata a un’interpretazione, sensibile e vulnerabile, per la quale la stessa cosa o  lo stesso evento, potevano essere intesi in infiniti modi diversi, anche tra loro contraddittori. Chi per anni ha ignorato, volontariamente e con estrema lucidità, i suoi  bisogni corporali e fisici, fino ad annullarli, ha perso ogni minimo sentore legato all’obiettività, alla realtà, alla naturalità con cui certi fenomeni accadono. Si vive lungo una linea sottilissima, la cui direzione può variare significativamente anche in presenza di perturbazioni quasi insignificanti. E quella soggettività fuorviante diventa legge, un’imposizione rigorosa, la sola verità, mutevole, che si riconosce e che si difende, a discapito di tutto, di affetti, di legami e d’amore. È questo ciò che lei comprese in quella residenza. Senza sollecitazioni esterne, dentro un luogo uguale a se stesso, circondata ogni giorno degli stessi visi, con una programmazione settimanale che si ripete  ciclicamente, quello scenario, osservato da occhi malati , poteva diventare un castello fatato, una prigione,  il luogo ambito, la salvezza o la propria condanna. La fonte delle emozioni, della felicità, della libertà responsabile di prendersi cura di se stessi, per la prima volta, ma insieme la perdita di quel senso di eccezionalità  che soltanto ana era riuscita a trasmettere.

In quel viaggio, lei vedeva nelle altre quei comportamenti che nel passato l’avevano posta su un piano rialzato rispetto al livello mediocre in cui si collocava il resto del mondo. Ogni gesto difeso e reiterato antecedentemente,  in quelle stanze suscitava ribrezzo, vergogna e  imbarazzo. Quel percorso “di guarigione”, appariva ai suoi occhi come un susseguirsi di momenti ripetitivi, intervallati da brevi variazioni esterne. Le forze in gioco sollecitavano in modi differenti e imprevedibili; sembrava che ogni giorno si procedesse verso una cammino nuovo,  per poi a fine giornata tornare indietro, fino al punto di partenza. Lei entrò con le mani completamente secche e ferite nelle giunture. Nel tempo, senza alcun farmaco, quelle ferite lentamente si rimarginarono, senza fare nulla di diverso se non seguire ciò che si riconosceva, con estrema difficoltà e senza una vera consapevolezza, come il solo strumento per allontanare definitivamente la sua ana. Le ferite si mostravano come l’oggettività perduta. Non esisteva nulla che poteva contrariare quel processo naturale di guarigione. Il dolore sulle mani si alleviava lentamente: mentre il resto era coinvolto dalla singolare vulnerabilità propria e di tutte le altre,  le mani guarite erano l’oggettività incontrastabile,  e  in qualche modo una conseguenza positiva della rigidità e delle schematicità con cui quel posto si presentava.

Arrivò in giorno in cui da quegli occhi scesero le lacrime. Durante il corso di teatro terapia lei si ritrovò con le mani di una sua compagna lungo la schiena. Si sentì pietrificata. Non voleva quelle mani. Cosa ricercavano quelle mani?  Cosa avvertivano nel poggiarsi sulla sua schiena? Non aveva chiesto quelle mani, come non aveva chiesto quel cibo. Quel leggero sfioramento di dita lungo la schiena era penetrante e invasivo. Così pianse, e lo fece a lungo. In quelle lacrime c’era ogni cosa. Erano lacrime che si liberavano, limitate nel passato dalla pigrizia in un’anima che ha preferito  smettere di appassionarsi per evitare ogni genere di dolore. Da quelle lacrime il ritmo della giornate assunse un significato differente, e fu  vissuto, attimo dopo attimo, nel bene e nel male, con una  percezione profonda, seppure molto spessa distorta e sottoposta  a un meccanismo di astrazione pericolosa.

Scriveva sempre, tantissimo, continuando a riempire le pagine del suo diario. Scrisse di quel sole, che vedeva spuntare ogni mattina seduta sul balcone. Usciva alle quattro, ancora nel buio, con il suo cuscino per proteggere le ossa in rilievo. Si sedeva lì, con le Marlboro rosse accanto, respirando l’aria leggera e pura di una natura ancora selvaggia. “Quando esco dalla finestra della mia camera e mi siedo sul balcone guardo le tante montagne che mi si innalzano davanti e che lentamente s’illuminano di aurora. Allora mi piace pensare che al di là di questi monti, oltre i limiti dello sguardo umano, ci sia il mare, il mare delle infinite possibilità che mi si presenteranno  una volte uscita di qui. Per raggiungere questo mare ci sono dei percorsi tortuosi, ostacoli e belve feroci. Si procede lentamente, non fermandosi mai e non guardando mai indietro, senza lasciarsi influenzare dalla paura, avendo sempre la mente fissa su quell’incontro finale”. Tra i monti appariva il sole, un piccolo spicchio, sino a innalzarsi raggiungendo il cielo. Il suo percorso, dal momento del risveglio sino alla suo massimo splendore, si configurava come il segnale della vita che nasce, giorno dopo giorno, e  di un’esistenza che c’è, comunque, in fremente attesa di quella luce tra l’azzurro per liberarsi e manifestarsi, attraverso i suoi elementi più semplici. Il verde degli alberi che muta di intensità e le foglie che si muovono sottoposte a un vento che ogni volta spira secondo correnti differenti. Un giorno inizia, una brevissima tappa di una viaggio infinito, e quelle foglie non sanno ancora cosa quel giorno riserverà per loro. Eppure sono lì, non  spaventate nel confrontarsi con una serie di eventi  concatenati che possono agire nelle forme più disparate. In quella variabilità  esistono delle certezze, esiste una pulsione viva e intensa che coinvolge tutti. Le ore  trascorse seduta sul cuscino erano  il suo rituale quotidiano; il tragitto del sole  le dava il benvenuto e conferiva senso al suo percorso, al suo ulteriore passo fino all’indomani, di nuovo lì. Il suo corpo straziato poteva tornava a respirare in quei momenti, attraverso i leggeri brividi di freddo che avvertiva appena uscita fuori, e il calore del sole che spuntava dalle montagne. Attraverso le immagini meravigliose riflesse nei suoi occhi, e l’ascolto di un mondo che lentamente si attivava nuovamente, tra suoi  suoni naturali e artificiali, chiassosi e armoniosi. Ritrovava l’entusiasmo provato da bimba, con le mani a ventosa sul vetro, davanti alle increspature del mare che con il riflesso della luce estiva diventavano diamanti e perle bianche.

Cercava il suo mare, il coraggio di aprirsi alla  vita, alla sua prima concreta opportunità per poter essere lei, naturalmente, per sentire e provare, amare e odiare, godere e soffrire. Il mare lo raggiunse di nuovo una domenica, quando uscì dalla residenza prima della terapia delle pranzo. Un’ora di viaggio per arrivare. Aveva una lunga gonna verde e bianca con una maglietta leggera. Una bellissima giornata di primavera. La spiaggia era deserta, in attesa delle preparazioni per l’estate. Una barca di legno, a remi, poco prima del riva. Si sdraiò su quella barca, con il suo mare davanti, a pochissimi passi. Restò immobile, per dieci minuti, quasi interminabili, i soli concessi prima di ripartire. In quei brevissimo tempo rivide un’intera vita trascorsa, avvertendo il profumo di un futuro che si rendeva possibile, seppure nell’imprevedibilità di un  viaggio percorso attimo per attimo, nelle sue diverse tappe. Tornò di corsa, il tempo di due tirate alla sua sigaretta, un rituale prima della terapia. Sempre lo stesso tavolo, sempre gli stessi visi, e quelle stanze con i nomi dei colori pastello. Eppure ogni cosa sembrava avesse mutato aspetto. A  distanza di un mese da quando entrò, si accorse che seppure attraverso  infinitesimi passi, aveva percorso un cammino,distinguibile, definendo una sua storia  particolare di pensieri, parole, immagini, musiche, ascolti, rancori, silenzi, ripensamenti e  riflessioni,  lunghissime e tortuose.

Immaginò, ancora residente in quel centro, un  viaggio che si sarebbe concessa una volta fuori da lì, in Spagna. Le paure che riemergono, i dubbi e la paura per le trasformazioni del suo corpo. La voglia di esserci e il timore di retrocedere. Le giornate che trascorrono e che vedono protagonista una giovane donna che guarda quello stesso cielo azzurro e lì trova sempre una conferma, un punto di riferimento, una consolazione e una motivazione per non lasciarsi ingannare dai soliti richiami passati.

tramonto_mare_gettyPotrebbe scrivere pagine e pagine, senza fermarsi mai. Tre mesi trascorsero da quel primo momento davanti alla porta, con la sua borsa di tela e un corpo che cerca disperatamente di impossessarsi nuovamente della propria dimensione naturale. Ogni volta che la mente torna lì, a distanza di anni, riaffiorano ricordi e emozioni differenti; particolari che riemergono nitidi, come se lei fosse ancora in quella residenza. Un viaggio di tre mesi dalle origini confuse, che non finirà mai. Non ha scelto il proprio passato e nonostante non si sia ribellata mai alla sua ana prima di entrare nel centro, e nonostante lei continui ancora a nascondersi in quell’angolo, inviando lontani richiami di attenzione pericolosi, a oggi crede che tutto ha avuto un senso e questo senso è semplicemente il coraggio attuale di rivolgersi a sé e di fare sempre i conti con ciò che quello sguardo fa emergere. La sua bimba capricciosa è la fantasia che stuzzica, e la mente razionale che guardava quelle mani guarire è ciò che permette di avverte nei dettagli ciò che le esperienza diverse possono in lei provocare. La fantasia e il rigore, la leggerezza di un’anima libera ora capace di emergere al di fuori, correndo il rischio di non ricevere consensi. Il viaggio in Spagna è in attesa, ma si è attraversato un oceano, e l’oceano è immenso e non lascia la possibilità di scorgere l’altra sponda lontana. Ora ricerca di nuovo quella piccola barca di legno, lì su quella spiaggia, soltanto per  offrirle ciò di cui abbia davvero bisogno. Appesa alla parete della sua camera ci sarà sempre la tela gigante, dallo sfondo nero, con le impronte delle mani delle sue compagne, colorate, che in quel modo le augurarono, al momento dell’uscita, un meraviglioso viaggio, finalmente quello scelto da lei. Il suo figlioccio, ormai grandicello,  riceverà una lettera, con la storia di quel pupetto di due anni che correndo verso di lei, per raggiungerla in quel luogo di passaggio, gridava entusiasta “zi, zi”. L’innocenza di quella manifestazione d’amore, come l’immagine del mare e il sole atteso quotidianamente,  s’imposero con un potere ben più forte di quello della sua ana, per condurla su un cammino opposto di verità, di coscienza di passione.

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Chi lo ha scritto

Costanza

In costante evoluzione. Spirito nomade, animo irrequieto,  in movimento lungo un percorso di partenze e arrivi, soste temporanee e amori folli, come il Brasile, incantatore, magico, incoerente e indimenticabile. Curiosa come  Amelie  nel suo mondo favoloso, alla ricerca di quella bellezza “che può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune". E mi diletto in cucina, chissà se con i risultati attesi, perché in fin dei conti non si può essere soltanto ingegneri.

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Narrazione stupenda. Una storia di coraggio e forza che molti malati di anoressia non riescono a trovare in sé. Ed è difficile se non impossibile infonderla dal di fuori in chi è attaccato alla sua malattia come lo è il cuore al petto. Resta l’ eterna domanda che accompagna l’enigma di questa terribile malattia:- Come mai un malato, pur riconoscendo la gravità e il fallimento della sua condizione, non si consegna alle cure?
    Da madre non mi pongo più i problemi tanto dibattuti se coartare o no alla cura chi resta imprigionato nelle spire della più infame delle malattie. Un paese civile ha il dovere di salvaguardare la salute di tutti, soprattutto di coloro che da soli NON POSSONO farcela.
    E anche questo Paese deve farlo con i metodi e mezzi appropriati, specifici, peculiari alla malattia come all’ammalato in sé. E deve predisporre i corretti metodi, mezzi e luoghi per tutte le fasi di questa tremenda condizione. E preparare le competenze specifiche. La Costituzione della Repubblica Italiana è chiara ed inequivocabile sul diritto di tutti alla salute. Io ho seguito il blog “Io donna” sulla proposta di legge Moretto di predisporre tso specifico per l’ anoressia. Sono perfettamente consapevole di tutte le difficoltà che un tso per anoressia porta con sé, ma sono altrettanto consapevole che nella fase più critica di una malattia non puoi abbandonare a sé stesso proprio nessuno, tantomeno una persona inerme, fragile, innocente ed innocua come chi soffre di anoressia. Per quanto gli studi sugli esiti del tso per anoressia sul lungo termine siano insufficienti e controversi, non vedo perché non si possa fare, e bene, ciò che deve essere fatto per tentare di strappare a morte certa un malato. Va fatto subito, senza perdere ulteriormente tempo, nell’attesa che i dati di ricerca ci forniscano i risultati che ci piacciono. È chiaro che le cose possono andare male comunque, ma tutti potranno dire di aver fatto proprio tutto solo se si andrà ad intervenire sulla fase mortale della malattia con le giuste persone, i giusti metodi, i giusti mezzi lasciando invece perdere l’ obbrobrio di un tso in un reparto psichiatrico di diagnosi e cura generico per il semplice fatto che questa malattia di tutto ha bisogno fuorché delle approssimazioni. Come dire :- Che ci fa un malato oncologico grave in reparto infettivi?
    Le guarigioni dei DCA anche gravi sono oggi sotto gli occhi di tutti grazie soprattutto a testimonianze come quella che ci ha lasciato Costanza e che leggo solo un anno dopo.
    Una testimonianza che dimostra la lucida capacità di analisi di questi ammalati, come la loro terribile difficoltà ad allontanarsi dalla loro malattia, il loro subdolo carnefice. So bene che l’ anoressia forse non s’allontanera’ mai da loro, ma i malati, se curati nei modi dovuti, avranno acquisto i mezzi per tenerla a bada. Oggi si sa cosa e come fare per loro per curarli. Come si fa ad abbandonarli nel momento estremo? Non si lascia affogare nemmeno un cane che annaspa disperato! Non è nemmeno questione di civiltà, si tratta di elementare buon senso. Credo proprio che nessun italiano diventerebbe più povero o più ricco se fossero predisposti i luoghi , i metodi, i mezzi e le persone veramente competenti per occuparsi delle fasi critiche anche di questa malattia. E se si dovesse pure diventare tutti un po’ piu’ poveri non ne vedo la tragedia. Vedo invece quanto è tragica la polemica inconcludente e la ideologizzazione di una malattia tanto dolorosa.

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    • Costanza

      Carissima Viviana,davvero grazie per il tuo contribuito e per aver manifestato il tuo apprezzamento per l’articolo. Condivido pienamente la tua opinione, e non potrebbe essere diversamente. Quello che percepisco, parlando del tema in generale e della mia situazione specifica, è che non solo esiste molta ignoranza, ma sono diffuse anche informazioni fuorvianti e luoghi comuni che distorcono la realtà e impediscono che l’anoressia e in generale i DCA siano affrontati con la serietà che meritano. Io ne sono stata vittima, ne sono uscita con un percorso difficilissimo che è durato anni, grazie all’aiuto di professionisti e strutture altamente qualificate. Il primo passo da fare credo sia agire sulla sensibilizzazione, sulla diffusione di notizie reali, di numeri, di informazioni scientifiche. Fin quando i DCA non saranno riconosciuti, in primis dalla società, delle vere malattie, qualsiasi investimento a loro favore sarà considerata una spesa inutile. Grazie ancora, è stato davvero importante ricevere e leggere il tuo commento.

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