Gli undici luoghi partenopei da visitare, ispirati alla letteratura

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T’accompagno vico vico, sulo a tte ca si’ ‘n amico, e te porto pe’ ‘e quartiere, addò ‘o sole nun se vede…Così recitano i versi di una delle canzoni napoletane più famose e più significative, alla scoperta di una Napoli millenaria e terrena, una Napoli pulcinella che ha riempito le pagine e ha ispirato i grandi scrittori della nostra letteratura. Ed ora eccoci alle porte di un viaggio incantato tra i luoghi che l’hanno vista protagonista, che l’hanno resa una città immortale e piena di contraddizioni, esaltandola nelle sue divine follie e nelle sue inquietanti perversioni, senza mai intaccarne l’origine e il senso pregno della sua stessa esistenza: Napoli è viva, fulgida, allucinata, impolverata, antica giustiziera e giustiziata, immorale e battagliera, Napoli è il rumore della carta che calpesti per la strada, il violento abbraccio del sole che sbatte sui gradini delle scale e lo schiaffo leggendario del vento che porta sussurri di storie che vengono da altri mondi. Così ci troviamo a due passi dalla Napoli storica, dai vicoli e dalle voci turbolente e sensazionalistiche delle donne aggrappate alle stradine scomode e malandate del centro antico ed inizia il nostro viaggio…

1) Monte di Dio, San Ferdinando, Via Chiaia in Montedidio di Erri De Luca.
In questi luoghi non c’è spazio nemmeno per stendere un panno, la città ha fame di storie, brulica di parole e nelle sue ferite, nei suoi angoli bui, dai suoi balconi spalancati sul passato e sulla storia, si cela il mistero di una città perfetta. In mezzo a quelle stradine si respira l’odore dell’eterno, il profumo delle magie e degli intrugli della superstizione, luoghi in cui si mescolano perfettamente credo e fede, sacro e profano, malattia e cura.

Quartieri Spagnoli

Quartieri Spagnoli

2) Il Rettifilo: Corso Umberto e Via Duomo in Il ventre di Napoli di Matilde Serao. Il ventre è una culla di sporcizia e di rozzezza ma anche dotato di una forza che si congiunge all’anima stessa dei suoi popolani, incastrata tra l’arte gotica e barocca, tra ciò che c’è di più moderno e paradossalmente antico. Napoli è il popolo, lo è sempre stata e lo sarà per sempre. Un popolo bistrattato, reso indegno dalla stessa povertà in cui è stato gettato, un popolo che attende un riscatto, prima o poi. Profumi intensi di vite che ancora gorgogliano nell’immenso paesaggio che non è mai troppo antico, perché ancora oggi i quartieri storici sono imbevuti di miti e di leggende così come lo erano secoli addietro. Ma non manca la magia nel raccontare ciò che seppur distante si congiunge alla sua amata terra come un richiamo rivestito di fantasia e di sogno, a cavallo di un abisso d’immaginazione.

3) Procida in L’isola di Arturo di Elsa Morante. Un fondale incontaminato che diventa emblema della crescita e della formazione dell’eroe nel cui sangue scorrono due entità, due essenze che lo rendono inquieto e incapace di soddisfare il suo istinto con qualsiasi cosa che gli renda quella pace di cui abbisogna.
Procida è mito e fiaba, è un meraviglioso viaggio fantastico abbracciato dal mare, riscaldato dal sole, una piccola e delicata isola tutta da avvolgere, con lo sguardo, con i pensieri, con la presenza di chi avverte un alito di paradiso in un Eden dimenticato.

 4) Ischia in Tu, mio di Erri de Luca. L’isola, nella sua lucente espressione di acqua cristallina, morbida e soleggiata al cui cospetto sorge una distesa di sabbia che diventa la nota d’amore del romanzo, il cui titolo racchiude così bene la stagione dei sentimenti, impigliati nelle emozioni che riverberano nei colori di un’atmosfera salata e colma di bisogni esistenziali. Un’isola che diventa riflesso del dopoguerra, animata dalla voglia del protagonista di possedere quel mare e quell’amore. Nel suo splendore estivo, essa diventa scioglimento di tutti i nodi della vita.

5) Sorrento e Capri in La storia di Irene di Erri de Luca. Splendidi luoghi poco lontani da Napoli, appaiono luccicanti e ben messi, rappresentando il desiderio di appartenenza verso il mare, di gratitudine e di ammirazione dell’autore. La città partenopea è tempio di bellezza ma anche di maledizione, di quartieri malfamati, di zone diventate simbolo dello squallore e della criminalità.

6) Scampia e il Porto in Gomorra di Roberto Saviano. Il primo diventa luogo di imprecazioni e di funeste avvisaglie sull’impossibilità di sopravvivere ad una criminalità che ti succhia il sangue. Strade dimenticate, zone rigorosamente out, posti in cui non andresti neanche a morirne. Eppure quelle zone non sono ancora morte, in esse batte ancora la vita, ci sono ancora bambini che nascono, giovani che crescono e camminano per poco tempo ignari del mondo, prima di essere macchiati dai sogni bruciati delle Vele. Il Porto che con i suoi agganci diventa emblema dei traffici, nel quale l’esistenza stessa del mare si confonde con la sua tragica fine. Se volete conoscere il sapore della sopravvivenza, la pesantezza della speranza, perché non è vero che la speranza è leggera, è un fardello complicato ed ingiusto a volte da portare, e la gente di questi luoghi lo sa, ce l’ha scritto in faccia cosa vuol dire sopravvivere, allora è in questi spazi che dovete restare.

Cristo velato Museo Cappella Sansevero

Cristo velato Museo Cappella Sansevero

7) Centro storico e Piazza Garibaldi in Cazzimma di Stefano Crupi. Napoli è malandata e criminalizzata fino all’osso ma è anch’essa una Napoli giovane e moderna. Si parte dalla base per insudiciare le nuove generazioni e le vecchie stanno a guardare. I quartieri sono bellicosi, rumorosi, spesso incattiviti ma pur sempre figli della stessa madre che li ha messi al mondo e in qualche modo li protegge con la sua incauta presenza di città mitizzata. Certo, ci sono angoli oscuri e cupi in cui non c’è posto per la leggenda ma solo per la realtà ma ce ne sono altri nei quali ancora si racchiude l’odore del passato e di tutta la storia di un popolo.

Albergo dei poveri o Il Serraglio

Albergo dei poveri o Il Serraglio

8) Il Serraglio, Via Foria, Via dei Tribunali in Vicarìa di Vladimiro Bottone. Il Serraglio ossia l’albergo dei poveri, situato nella zona di Via Foria è il protagonista, il fantasma senza occhi e bocca che tacitamente contribuisce alle follie che i più alti esponenti della giustizia e dell’ordine compiono al suo interno. Una struttura antica, terribile nella sua decadente apparenza. Ancora oggi è lì a spiarti, a osservarti, mettendoti addosso una strana ansia di fuga perché attraverso i muri sporchi della sua depravata storia ti sembra che i mostri siano ancora lì a dettar legge, pronti ad insudiciare anche la tua. La Napoli povera e misera, fatta di salite e di scese, di scale e di vicoli bui, stradine spezzate, rotonde affamate, risuona la propria teatralità ed immensa potenza. Anche la Vicarìa, luogo che ospita il Tribunale e il famoso gioco del Lotto è un affresco storico ma ancora reale in modo inquieto fino ad essere persino spaventoso nella sua perturbante presenza ossessiva e contagiosa.

9) Il Vesuvio in Viaggio a Napoli di Goethe. Il Vulcano è simbolo della forza distruttrice e dell’incanto di un panorama eccelso che ha ispirato artisti e poeti dove oltre al vulcano, fonte di paura ma anche di profonda dedizione fin dall’antichità, la stessa Napoli è vaneggiata, desiderata, posseduta dalle parole dello scrittore pronto a giustificare chiunque che, di fronte alla sua immensa bellezza, possa perdere i sensi

Cimitero delle Fontanelle

Cimitero delle Fontanelle

10) Piazza San Domenico Maggiore, Piazza del Gesù e Cimitero delle Fontanelle in Il sussurro di Vico Pensiero di Tina Cacciaglia. Una Napoli ottocentesca e contemporanea si staglia in tutto il suo fascino mistico e conturbante rivelandosi amante ed amata attraverso i luoghi più antichi dove anche le leggende hanno ancora un cuore che batte. Superstizione, culto dei morti, fantasmi e verità insondabili quanto il mistero più corroborante e intrigante si fondono in una città che è un crimine non amare.

 

Chiesa del Duomo

Chiesa del Duomo

 

11) Chiesa del Duomo, Miracolo di San Gennaro in Verrà cantando il sangue di Vittorio Del Tufo. Napoli medievale si staglia come protagonista indiscussa a metà tra la storia e l’inventato. I luoghi che profumano di miracoli, le litanie e le preghiere, le invocazioni terribili ed inquietanti a favore del Santo Patrono che si erge ad indiscusso eroe sanguinario di un miracolo la cui credenza è ancora pregna delle radici di un passato che non demorde. Un legame indissolubile che lega la città a quel sangue, una visita all’interno della Chiesa del Duomo che permette di percepire quale sia il cordone che intreccia la vita del popolo a quello della misericordia, della fede, della credenza più assoluta. Tra quelle mura si cela una domanda che non troverà mai risposta, perché in quella verità sbattuta e perseguitata si nasconde tutto l’amore di una città al cospetto di qualcosa che è diventata un mito e nel mito si proteggono vite umane, sogni e fede.

Napoli non si dimentica, Napoli è ancora lì, in quelle zone storiche tuttora intatta, bisogna solo avere il coraggio di guardarla. Un viaggio oltre la realtà, per lasciarsi soffocare dolcemente dalle leggende e dalle immagini di ciò che è stato e non è mai morto, non è mai andato. Un viaggio negli androni infernali della sua arte e della sua personalità così contraddittoria eppure inarrivabile. Napoli nella letteratura è piena di misteri, di magia, di fascino, di una sensualità irrinunciabile. I fantasmi, i morti, i segreti e i peccati s’intrecciano rendendola un focolaio di intense scoperte, perché in tutti quei luoghi narrati tu puoi ancora camminarci ed avvertire addosso, su ogni centimetro di pelle, l’odore della Storia, il favore della bellezza che l’ha resa signora del mondo e la maledizione di chi l’ha governata, rendendola schiava. Napoli è una di quelle città che bastano a se stesse, che quando le guardi ti sembra di vederci il mondo intero, croce e delizia di una passione che valica i confini della decenza e del buon senso per languire la tua stessa sanità mentale.

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