Chiuse gli occhi e partì

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L’infermiere spingeva la barella e, anche se le avevano somministrato un farmaco rilassante, il suo cuore continuava a battere veloce. Stava distesa con gli occhi chiusi e le mani poggiate sulla pancia ascoltando il cigolio delle ruote sul pavimento di linoleum.

Era partita e sapeva che non poteva più tornare indietro. E pensava di aver acquistato un biglietto per un viaggio di sola andata.barella1

Aveva tenuto la mano di suo marito finché aveva potuto, l’aveva tenuta con una forza soffocata dalla disperazione, in silenzio, perché sapeva che non c’era nulla da dire o forse perché non voleva dire nulla, ma poi, le porte della sala operatoria si erano spalancate e quella stretta che era tutto il suo collegamento con il mondo sembrava esserle scivolata tra le dita, come l’acqua che non si può trattenere, l’acqua che lava, l’acqua che va. L’acqua che diventa qualcos’altro. Da risorgiva a torrente, da torrente a fiume, da fiume a foce e poi … poi il mare. E là si sarebbe persa, ingoiata dalle maree e sopraffatta dalle onde.

Sapeva bene che molte cose sarebbero cambiate per sempre ma si chiedeva quali e come. E perché. Non si dava pace e tentava, in quel breve viaggio che la portava dalla stanza n. 4 alla sala operatoria principale, senza riuscirci, di immaginare che ne sarà di lei, del suo lavoro, dei suoi pensieri, della sua vita.

lingerie6“Siamo arrivati” aveva sussurrato l’infermiere con un lieve sorriso sulle labbra e lei aveva risposto con una smorfia. Ora, nel silenzio del bianco delle pareti che la contenevano, non si chiedeva più se sarebbe vissuta e per quanto tempo, si chiedeva invece se avrebbe ancora potuto indossare la sua lingerie, se l’avrebbe amata ugualmente, il suo uomo, se l’avrebbe guardata e toccata ancora con tenerezza e passione o se si sarebbe tirato indietro. Per paura. Per rispetto. O forse perché lei non sarebbe stata più lei. Intera. Integra. Il suo corpo non sarebbe mai più stato quello di prima.

Aveva tenuto duro quando le avevano fatto la diagnosi. Cruda, pungente, precisa. Aveva voluto sapere tutto, e aveva deciso che non si sarebbe lasciata travolgere, che avrebbe lottato e che ce l’avrebbe fatta. Ne era stata sempre sicura, anche durante il periodo degli accertamenti, delle visite mediche che confermavano la sua condizione, dei viaggi della speranza alla ricerca di quel luminare che avrebbe potuto dirle che no, che non si deve preoccupare, che passerà. Sapeva di essere stata forte e coraggiosa e di aver anche tenuto su il morale di chi le stava accanto. Di suo marito e dei suoi figli. Per amore. O forse invece solo per proteggersi dal panico, da quel fottuto terrore che l’assaliva di notte, quando si svegliava tremante e madida di sudore con la tachicardia che le attanagliava la gola e le toglieva il respiro mentre tutti gli altri dormivano e lei era costretta a combattere contro i suoi demoni.

Odiava il suo dolore, il suo limite e il suo corpo che l’aveva tradita, così, buttare giù una pastiglia di Xanax, in quei momenti, senza che nessuno se ne accorgesse, era l’unico l’appiglio che le permetteva di non perdersi. E quando sarebbe arrivata la mattina si sarebbe alzata, lavata, profumata e truccata con cura e sarebbe andata avanti. Come sempre. Nessuno avrebbe saputo. Nessuno l’avrebbe compatita. Nessuno si sarebbe sentito imbarazzato a guardarla negli occhi non sapendo cosa dire. E lei non si sarebbe più sentita debole e sola a cercarsi dentro se stessa con la paura di non riconoscersi più.

Quel senso di pudore a rivelare le sue ansie che l’aveva accompagnata da sempre e che le aveva permesso di sentirsi al sicuro, ora stava piano piano abbandonandola lasciando il posto ad una consapevolezza nuova. Un’accettazione attiva che era ben diversa dal subire qualcosa.

Forse è la mancanza di alternative che ci rende forti. E capaci di accogliere ciò che mai avremmo potuto, nella nostra fragilità nascosta. Forse  è proprio in quel coraggio di mostrarci al mondo come siamo davvero che dorme silente il nostro potere. barella.anestesista

Sentiva che aveva poco tempo per ribaltare tutto ciò che nel suo mondo era stato importante, la sua scala di valori, quel suo delicato narcisismo che la faceva sentire bene e bella in ogni occasione, la sua sensualità, il portamento e lo sguardo fiero.

Ora aveva capito che tutto questo sarebbe finito e che solo in quel modo di essere diversa avrebbe potuto ritrovare se stessa accettando la sua imperfezione. E che forse imperfezione non sarà perché quella perfezione, che lei aveva sempre rincorso, non è mai esistita.

Mentre l’anestesista le affondava l’ago nella vena, lei, prima di lasciarsi andare, aveva pensato che stava partendo e che da questo viaggio si, sarebbe tornata. Come una donna nuova. Non perfetta ma nuova. Che la strada era ancora lunga e che la voleva percorrere nella consapevolezza dei suoi limiti. E di quelli degli altri.barella.partì

Chiuse gli occhi e partì.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Vito

    Ciao Daria, come sempre leggerti è un viaggio nell’anima, anche nei suoi angoli più scuri e dolorosi. Ho seguito con attenzione il tuo racconto anche perché come anestesista ho assistito tante volte a quel viaggio (e purtroppo a tanti altri) … facendomi ritrovare puntuale al rientro.
    Grazie.

    Rispondi
    • Daria

      Ciao Vito, grazie per le tue parole! E grazie per il tuo lavoro, per ciò che fai e per il cuore che ci metti!

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  2. Ina

    Il pezzo scritto da Daria è quello che ho dentro da 4 anni, ma non sono mai stata capace di scriverlo anche perché al contrario non sono capace di comunicare con le parole scritte. Ti sono grata per questo articolo. Grazie

    Rispondi
    • Daria

      Grazie Ina per aver apprezzato il mio scritto. A volte abbiamo solo bisogno che qualcuno dica per noi quello che sentiamo e che non riusciamo ad esprimere. un abbraccio pieno di bene! :-)

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