Appunti di viaggio: E’ festa a Fès

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Tirai giù il finestrino del taxi, facendo forza. Dall’aeroporto di Fès ci sarebbero voluti una ventina di minuti per arrivare alla Medina. L’aria entrava calda e stravolta come i pensieri che ci lasciavamo dietro, mentre la linea dell’orizzonte divideva decisa un color terra bruciata da un rosa antico che esplodeva nel tramonto.
Si respirava una lentezza incredibile intorno. Le baracche ai lati delle strade, uomini con le loro vesti lunghe e chiare appollaiati sui muri a secco, ai loro piedi ceste di vimini cariche di viveri, i tralicci sottili dividevano il cielo in triangoli sbilenchi.

Uno stradone diritto in una periferia dimenticata da Dio. Eppure arrivammo alla Porta di Fès e sembrava tutto un altro scenario: rumori, urla, risate, la vita caotica di un Souq, così strano vederlo vivo anche all’imbrunire . Siamo scese e abbiamo tirato giù le valige in un onda di stanchezza e curiosità. Amina ci aspettava lì, giovane, bellissima. Non portava il velo, aveva gli occhi profondissimi e bistrati di nero.
Mi ha teso la mano decisa, presentandosi e ci ha suggerito di seguirla a stretto giro, perdersi al mercato a quell’ora tarda non era una buona idea. Il dedalo di strade ci ha frastornato, urla, venditori, carretti di uova che ti montavano sui piedi, il rumore secco della mannaia sugli enormi taglieri, pezzi di carne appesi, profumi di menta ancora freschissima, odore di pesce e gatti, tanti gatti, gatti ovunque. Cercavamo di tenere il passo per non perdere la nostra guida ma è bastato svoltare per trovare la calma e il silenzio in una via stretta, tra muri altissimi. Guardavo sù e vedevo una striscia lunga di cielo ormai quasi pesto.

DSC_0049Al primo piano la nostra camera e le nostre risate risuonavano nelle scale di un atrio pieno di specchi e lanterne colorate. La meraviglia orientale ci riempì occhi appena Amina ci aprì le ante di legno massiccio della nostra stanza da mille e una notte.
Metti tre ragazze, metti una stanza da sogno e la voglia di trovarsi lontano, finalmente, in Marocco. Non avevamo neanche avuto il tempo di abituarci a tanta bellezza che il thè alla menta era già servito nell’atrio. In Marocco c’è sempre il thè alla menta fumante , un piccolo bicchiere di vetro orlato d’oro per ogni occasione, una coccola, un momento che riscalda l’anima. Dalla nostra camera avevamo accesso anche alla terrazza del Riad, passando da una stretta scala. La porta di legno colorato ci aprì ad uno sguardo notturno su Fès. Dall’alto una distesa di geometrici edifici di varie altezze, colori caldi, parabole, panni stesi.
Amina ci assicurò la cena in una piccola taverna vicino al Riad. Era difficile orientarsi col buio e la poca dimestichezza che avevamo, quindi ci fece accompagnare da un simpatico ragazzino, scortatore ufficiale dei suoi ospiti.

Nella sera ormai assestata i souq ormai smontati, gli uomini stanchi col capo chino che rientravano a casa, il suono dei sandali di cuoio che sfregavano sul cotone chiaro della tunica. Barbe lunghe, sguardi curiosi. Bambini che si inseguivano ridendo nelle vie strette, poche donne a giro, a parte noi, estremamente affamate. Il piccolo ristorante si abbarbicava su una serie di terrazze su diversi livelli. Ci accomodammo su un divano arabescato e alle nostre spalle dei teli immensi intarsiati. Dalla cucina si sentivano voci stridule e indaffarate, un profumo di spezie che imperversava nell’aria e il sorriso immenso del cameriere, che ci servì le nostre prime tajine.
Potevamo assecondare la stanchezza, è facile farlo, quando si viaggia. Ma l’entusiasmo a volte vince su tutto, soprattutto quando si parla di musica. Perché sì, c’era una musica invitante nell’aria, che sapeva di festa e fluiva in quel labirinto di strade. E non capivamo bene da dove venisse, ma di solito dove c’è musica c’è vita e come sempre succede, in generale nella vita, per inseguire le cose belle ci si perde. Labirintica Fès che non sei altro! Pensi di capire dove ti trovi e invece sei al punto di partenza.

Ma travolgente arrivò la vibrazione della gente che ballava e rideva. Ci trovammo improvvisamente in un atrio bellissimo con un giardino incorniciato da alberi. Era un’esplosione di sorrisi e allegria. Un centinaio di persone si intrattenevano, la musica riempiva ogni angolo. Era un vera festa .
Le donne indossavano vestiti di preziosa seta ricamati dai colori vivaci, sulla testa il velo che incorniciava visi perfetti, spesso nascondeva acconciature elaborate, un trucco perfetto. Le bambine invece avevano vestiti di organza bianca, sembravano delle piccole spose indemoniate che correvano da una parte all’altra del cortile, anche le più piccole indossavano scarpe col tacco. Ci guardammo intorno un po’ disorientate. Doveva essere un avvenimento decisamente importante. Eravamo appoggiate al muro e ogni tanto i camerieri passavano con un vassoio d’argento offrendo a noi e a tutti i presenti dei biscotti al sesamo, a cui non potevamo dire di no. Ogni tanto si affacciavano vicini di casa, qualche curioso di passaggio o nuovi invitati. Rimanemmo appoggiate al muro un po’ in disparte per osservare, pensavamo di rimanere qualche minuto per poi rincasare, non sapevamo che da lì a breve una bambina ci avrebbe preso per mano e trasportato al centro della pista. Avevamo gli sguardi curiosi di una decina di adolescenti che ci guardavano tra l’affascinato e l’alieno. Probabilmente si domandavano da dove venissero i nostri vestiti all’occidentale, i nostri occhi chiari. Non riuscimmo a comunicare con loro a parole, ma ci pensò quello strano connubio tra musica araba ed elettronica ad unirci in dei sorrisi che raccontavano più di mille parole. Ballammo libere e ogni tanto ci guardavamo intorno per vedere se c’era ancora approvazione intorno. Non mancò mai, ci sentivamo coinvolte in una danza che non era soltanto un ballo, ma la partecipazione “al diverso”, che ti accoglie, ti rispetta e ti fa vedere come funziona da queste parti.

Non sapevamo esattamente chi o cosa avessimo festeggiato quella sera, probabilmente era una festa di circoncisione di uno dei piccoli della comunità. Ma quella notte dormimmo con la pace nel cuore.

Fès ci aspettava il giorno dopo, misteriosa, autentica, col suo cielo limpido e le sue piccole piazze di artigiani, le concerie e i mercati di spezie e artigianato, ma quella danza è stato il suo vero abbraccio di benvenuto, in una terra che sprigiona accoglienza e generosità.
Cosa c’è più generoso del viaggio? Che è il vero movimento, è energia pura, è abbracciare il diverso, mettersi in gioco, sorridere, imparare, aprire gli occhi, imparare a conoscersi e conoscere chi ti siede accanto, scavalcare le barriere mentali, assorbire, farsi trascinare.

E anche quando sembra finito, in realtà non lo è mai davvero. Perché il viaggio forse può concludersi, ma il viaggiatore no, il viaggiatore continua.
E noi eravamo solo all’inizio.

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Chi lo ha scritto

Martina Traversi

Mezza toscana, mezza siciliana, un occhio miope e uno ipermetrope, testarda come un riff dei Led Zeppelin e dispersiva come un'improvvisazione jazz. Laureata in Lettere e Filosofia presso l'Università degli Studi di Firenze, in passato ha collaborato con gallerie d'arte e Festival artistici. Di natura estremamente curiosa, ama viaggiare, divora romanzi, è appassionata di Musica Rock e Indie e del fruscio genuino del vinile. Ha un debole per l'Arte Moderna e contemporanea, per la fotografia, lo yoga e la liquirizia.

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Costanza

    Sembra di essere lì, ballando in quella festa, tra i colori,i suoni, i sorrisi. Bellissimo questo tuo viaggio. Sono totalmente d’accordo, ogni viaggio è come se fosse una vita a se, che arricchisce e aggiunge note differente al ricordo delle vite già vissute. E pone le basi per quelle che devono ancora iniziare!

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    • Martina

      Ciao Costanza! Sono assolutamente d’accordo! Un viaggio è un piccolo tassello, un filo rosso che collega tante esperienze. Il Marocco poi è un gran Paese, magico, accogliente e c’è tanto da imparare dalla sua gente!

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