Undici film che si-chiava-e-si-danno-le-mazzate

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Avete studiato la lezione di Daniel? Bene, eccovi qua i vostri 11 film pieni di mazzate e trombate. Non abbiate paura, non temete che il vostro lato intellettuale ne esca ridimensionato, pensate solo che vedrete dei film divertenti. Che poi non vuol dire che debbano essere scemi, anzi: trombate e mazzate di qualità!


Ce n’è davvero per tutti i gusti. Abbiamo giusto tralasciato il porno e e l’horror, non perché non li apprezziamo, anzi! ma visto il tema si sarebbe entrati in un campo sconfinato e sarebbe stato arduo ridurre l’entropia (come tutti sanno l’entropia del porno non può mai diminuire, sull’entropia dell’horror ci sarebbe forse da discutere).
Bando alle ciance, ecco i vostri 11 film. File under mazzate and chiavate.

“Arancia meccanica” (The clockwork Orange), di Stanley Kubrick, UK, 1971

Con Malcom McDowell, Patrick Magee

Genere: drammatico, classico da storia del cinema

Questo viso vi è familiare, ma cercherete di chiudere gli occhi di fronte alle scene di sesso e violenza

Questo viso vi è familiare, ma cercherete di chiudere gli occhi di fronte alle scene di sesso e violenza

Il tema: sesso e violenza, sesso e violenza, sesso e violenza, sesso e violenza…meglio che vi disintossichiate
Consigliato: a chi sostiene la legge dell’occhio per occhio
Sconsigliato: ai casi disperati che hanno bisogno di un trattamento di rieducazione, a chi l’ha visto più di 111 volte.

“Folleggiammo alquanto con altri viaggiatori della notte da autentici sbarazzini della strada, poi decidemmo che era ora di eseguire il numero ‘visita a sorpresa’: un po’ di vita, qualche risata e una scorpacciata di ultraviolenza.”

Cosa si può dire di questo film partorito dal genio indiscusso di Stanley Kubrick e considerato una delle opere più alte della settima arte? Cosa si può aggiungere su un film le cui immagini sono entrate nel mito e nell’immaginario collettivo? Chi non conosce la maschera agghiacciante della banda dei drughi con l’abito bianco, le bretelle, il bastone, la bombetta e l’occhio truccato che ti fissa con uno sguardo folle e malvagio? Chi non si è mai immaginato una serata al Korova Milk Bar a sorseggiare latte più? Chi non ha mai pensato che per alcune persone sarebbe proprio necessaria la cura Ludovico? Questo film è stato studiato e sviscerato sono stati scritti saggi, articoli e monografie, cosa possiamo aggiungere per consigliare di vederlo o rivederlo (e rivederlo)? Forse possiamo solo dire che se “Arancia Meccanica” è diventato una pietra miliare della cultura occidentale del secolo scorso (che sarebbe il ventesimo secolo) è perché lo merita, perché è un film complesso che si presta a mille letture e mille interpretazioni, perché ogni volta che lo si rivede si scopre un’immagine che non avevano notato nelle visioni precedenti. Ma soprattutto perché è un film che cattura chi lo guarda e lo imprigiona in un mondo iperbolico e aberrante che in fondo non è poi molto distante dal nostro. È davvero un piacere guardare questo film. E anche un fastidio, perché le immagini di questa violenza iperrealistica e questo sesso anch’esso meccanico e violento, sono a tratti respingenti. Ma, lo sapete meglio di chi scrive, ne vale la pena.

Da vedere in abito bianco, bretelle, bastone e bombetta

“Dobermann”, di Jan Kounen, Francia, 1997

Con Vincent Cassel, Tchéky Karyo, Monica Bellucci

Genere: action movie con rapina

E Monica leccò il fucile

E Monica leccò il fucile

Il tema: non c’è niente da fare alle gnoccolone piace l’uomo con il pistolone (ed anche ai travesti)
Consigliato: a chi “poche storie, che non vado mica al cinema per farmi fumare il cervello”, ai fan della Bellucci
Sconsigliato: a chi ancora associa il cinema francese alla nouvelle vague (che dio lo perdoni)

“Bum-bang-bang-aaahhh-bang-boooom!”

Allora. In questo film c’è una banda di sciroccati (un prete o presunto tale, un nevrastenico che spara alla pallina da tennis mentre l’avversario se la alza per battere, un Hulk con una passione morbosa per il suo cane, un travestito, uno che si è bruciato il cervello a forza di droghe). Sono la banda del carismatico Dobermann (un Vincent Cassel in versione ricciolona) e della sua donna (la Bellucci, anche lei cotonata) che rapina banche, spara missili e ammazza poliziotti incapaci o sadici. Il film è una sequela di mazzate, inseguimenti, granate dentro al casco del poliziotto-motociclista. Tutti schizzati, tutti a sparare, tutti a urlare (tranne la Bellucci, che forse per risparmiare sul doppiaggio è sordomuta): è l’action-movie francese di metà anni ‘90, bellezza, da Nikita a Taxxi; qui, bisogna ammetterlo, nella sua versione più trashona. La vetta si raggiunge quando a uno degli sciroccati di cui sopra gli prende il traversone (avete presente quella sensazione intestinale da cui capite che se non trovate un bagno entro i prossimi 30 secondi siete finiti?), la fa in strada e poi si pulisce con due pagine strappate da un numero dei Cahiers du Cinema trovato per strada (ammazza che fine metafora, il regista Kounen ci ha due palle così!). Lì capisci che qualche anno di Presidenza Le Pen, ai franzosi, non potrebbe fare che bene. A proposito: ma si chiava? Sì, in qualche scena sì; in aggiunta, la Bellucci in versione buzzicona supersexy che lecca la canna dello spara granate e il Cassel con il pistolone arrapano di brutto.

Da vedere spiegando i dialoghi a qualcuno con il linguaggio dei segni

“Machete”, di Robert Rodriguez ed Ethan Maniquis, Stati Uniti, 2010

Con Danny Trejo, Jessica Alba, Robert De Niro, Michelle Rodriguez, Don Johnson, Steven Segall, Jeff Fahey, Lindsay Lohan

Genere: exploitation con lame
Il tema: pensavi di fregarmi? furbone! non solo ti ammazzo, ti chiavo anche moglie e figlia

Machete non manda sms

Machete non manda sms

Consigliato: arrotini, politici che cavalcano i temi dell’immigrazione, bodyguard.
Sconsigliato: preti cattolici, uomini d’affari con figlie sgallettate.

“Case che saltano in aria, corpi che precipitano dal cielo! Machete, sei una calamita per la merda!”

Senza mai scendere dai tacchi dodici (se si eccettuano le scene orizzontali e di nudo sotto la doccia), la detective dell’immigrazione Sartana Rivera (Jessica Alba) attraversa il film inseguendo e poi spalleggiando l’imperscrutabile e implacabile Machete Cortez (Danny Trejo), agente federale dato per morto da tre anni. Ramingo e assetato di vendetta per l’uccisione di coniuge e prole, Machete viene incastrato in un imbroglio drogo-politico in cui sarà costretto a esercitare tutta la propria arte di virtuoso del machete e delle lame in genere, senza disdegnare il supporto di armi da fuoco, forza esercitata a mani nude e mezzi più o meno leciti atti a salvargli la pellaccia. Nonostante lui sia impegnatissimo ad ammazzare chicchessia per togliersi dai guai, nessuna delle sgnacchere che incrociano il suo cammino riesce a resistergli – né la pasionaria Luz-Shè (Michelle Rodriguez), né moglie e figlia del cattivone Booth e nemmeno Sartana medesima; del resto, perché dovrebbero? Un mucchio di morti e primi piani di belle figliole dotatissime di grandi occhi, labbra tumide, mira impeccabile e supremi ideali; e poi (il business del)l’immigrazione messicana negli Stati Uniti (la speranza, lo sfruttamento, i soldi, e la feroce tigre del razzismo cavalcata con nonchalance da politici e affaristi furboni), corruzione, droga, ecc. – ma che ci frega! a noi interessano bellone e mazzatone! Insomma un gran Rodriguez, domatore di un circo di star ironiche e divertite, che realizza il film preconizzato nel finto trailer all’inizio di Grindhouse-Planet Terror. Con sequel “Machete Kills” nel 2013.

Da vedere con un gruppo di giardinieri messicani e guardie del corpo ungheresi.

“300”, di Zack Snyder, USA, 2007

Con Gerard Butler, David Wenham, Lena Headey, Dominic West, Michael Fassbender

“300 – L’alba di un Impero” (300 Rise of an Empire), di Noam Murro, USA, 2014

Con Sullivan Stapleton, Eva Green, Rodrigo Santoro, Callan Mulvey, David Wenham

Genere: Epico, Cinecomic

Limono duro, contro il muro

Limono duro, contro il muro

Il tema: se vuoi passare alla Storia, scegliti un nemico bello grosso (e riempilo di mazzate fino a che ti regge il fiato)
Consigliato: a chi “cheppalle la Storia come ce la raccontavano a scuola”, a chi ama i cinecomic, a chi ama le sperimentazioni
Sconsigliato: ai filologi della Storia, a chi odia il sangue al cinema, a chi “ma è in bianco e nero o no, che non si capisce?”

“Le nostre frecce oscureranno il sole…” “Allora combatteremo nell’ombra!”

Let's play: master and servant

Let’s play: master and servant

Li mettiamo insieme, anche se il primo è già diventato un nuovo classico con tanto di citazioni (vedi scena finale di Fury), il secondo ne è la copia tal quale, con la scusa del sidequel (né sequel, né prequel, giassì episodio parallelo: mentre Leonida prende a mazzate l’esercito di Serse alle Termopili fino a morirne, Temistocle fa lo stesso con la flotta, tra Capo Artemisio e Salamina, ma gliene dà più di quante ne prenda). Lo sviluppo generale e singole scene sono così identiche da finire per essere imbarazzanti: minaccia iniziale, chiavatina intermedia, morti ammazzati, padri che combattono al fianco del figlio. E poi omoni grandi e grossi, con pettorali depilati, tartaruga scolpita e lancia sempre in resta e poche ma sentite vestali di sguardo fiero e puppe a pera. Davvero non si capisce che bisogno ci fosse del secondo. Il film, anche questo come Sin City tratto da una graphic novel di Frank Miller, insiste parecchio sul confronto tra democrazia e tirannia, tra uomini liberi e schiavitù ad un’idea malata di divinità… Insomma dopo un po’ è chiaro che di scontro tra civiltà si tratta, con noi Europei che siamo i buoni e quelli che vengono dal medio oriente i cattivi. Di costumi mesopotamici nemmeno l’ombra e l’esercito di Serse assomiglia di più a un’armata araba, nel secondo, addirittura vestiti di nero, come miliziani dell’IS.

Da vedere con il prof di Storia del biennio, spiegandogli che il problema non era la materia, ma proprio lui

“Revenge City” (The Girl from the Naked Eye), di David Ren, USA, 2012

Con Jason Yee, Samantha Streets, Gary Stretch, Dominique Swain, Ron Yuan, Wilson Jermaine Heredia, Sasha Grey

Genere: noir

Ogni feticista ha il suo feticcio, quindi esisteranno anche feticisti di queto film

Ogni feticista ha il suo feticcio, quindi esisteranno anche feticisti di queto film

Il tema: Con un po’ di maquillage e un titolo farlocco, qualche rimbambito convinto di guardare il sequel di Sin City lo becchiamo
Consigliato agli amanti del noir in salsa orientale, a chi non critica mai un film senza prima averlo visto
Sconsigliato ai fan di Sacha Grey come se la ricordavano loro, a chi non ama i film tutta atmosfera e zero sostanza

“Oh no… ancora tu?”

Jake è un giocatore d’azzardo che per ripagare un debito di gioco si ritrova a fare da autista al viscido padrone di un nightclub (il Naked Eye del titolo originale), che in realtà è un lupanare d’alto bordo, in cui belle figliole fanno lo streep e pure il resto nel privée. Jake lega con una di loro e, quando ella è assassinata, decide di vendicarla. A mazzate. Nonostante qualche lentezza e una trama che è tutta qui, il film in sé non sarebbe una chiavica totale. Ok, niente di trascendentale, ma neppure inguardabile, trattandosi di film a basso costo. Il problema è che, probabilmente nell’intento di raccattare più spettatori possibile, produttori e distributori hanno deciso di tramutarlo in un fake di tutto ciò di cui poteva esserlo: una copia di Sin City fin dal titolo e dalla locandina; una copia dei cinecomic nella fotografia; una copia dell’action movie di Hong Kong in qualche scena. In più, strizza l’occhio ai fan di Sacha Grey piazzandola nel poster ufficiale, nonostante il film la veda in scena per complessivi 40 secondi in un ascensore. E alla fine, quello che ti resta è l’impressione che ti abbiano rifilato una enorme patacca, nemmeno contraffazione di una buona marca: come comprarsi l’imitazione di un vestito di H&M.

Da vedere sul tablet chiusi in ascensore con Sacha Grey

“Faster Pussycat! Kill! Kill!”, di Russ Meyer, USA, 1965

Con Tura Satana, Haji, Lori William
Genere: exploitation, drammatico, donne e motori

Tette enormi da far sembrare di avere lo schermo 3D (occhio però, che queste menano)

Tette enormi da far sembrare di avere lo schermo 3D (occhio però, che queste menano)

Il tema: tette e mazzate nel deserto
Consigliato: ai fan delle grandi forme e delle corse in macchina, a chi ama rispondere alla provocazioni
Sconsigliato: a chi vuole la donna sottomessa, chi comunque non cade nelle provocazioni

“Signore e signori benvenuti alla violenza. Sebbene la violenza si mascheri dietro un’infinità di pretesti, il sesso resta ancora oggi uno dei suoi pretesti preferiti”

Russ Meyer ha sempre dichiarato che la sua intenzione era semplicemente quella di girare film di tette. E questo film con protagoniste tre super maggiorate che ostentano le loro provocanti curve ne è un esempio. Forse. Sicuramente ci sono tette, tette grosse che debordano da biancheria e camicette di taglie troppo strette (un po’ come per le ballerine di Drive In, ma qui siamo nel 1965), ma c’è anche, soprattutto dell’altro. Un film che prende alcuni stilemi (ndr noi ce la vogliamo tirare anche quando parliamo di tette) della cultura e del sogno americano e li ribalta: i paesaggi desertici tipici della mitologia western, le corse in macchina e le donne oggetto passivo dello sguardo e del desiderio diventano luoghi da incubo dove le corse in macchina sono insensate gare che non guarda nessuno e dove le donne scatenano una violenza omicida gratuita (e pochissimi amplessi, aimè). Le protagoniste sono tre spogliarelliste che se ne vanno in giro seminude per il deserto su macchine velocissime, fanno una gara con tipo che cade nelle loro provocazioni, lo uccidono a mazzate e rapiscono la sua fidanzatina, minorenne e anch’essa seminuda. Il resto vien da sé. Il film resta divertente e provocatorio ancora oggi ed è un piacere ammirare Tura Satana e le altre protagoniste le cui forme hanno generato un’iconografia di culto. Tra l’altro il film conserva anche il pregio non da poco di durare un’ora e ventidue minuti.
Nei film successivi (per esempio quelli della serie Vixen) Russ Meyer ci regalerà più tette e più chiavate, ma meno violenza, un sesso pop e giocoso, ma meno cattivo. Noi che invece un po’ cattivi siamo (o almeno ci atteggiamo) preferiamo il Russ Meyer di Fast Pussycat.

Da vedere indossando biancheria intima troppo stretta

“Bitch Slap – le superdotate” (Bitch Slap), di Rick Jacobson, USA, 2009

Con: Julia Voth, Erin Cummings, America Olivo, Michael Hurst, Ron Melendez

Genere: exploitation, B-movie

Se certa iconografia è entrata a far parte dell'immaginario erotico, un motivo c'è

Se certa iconografia è entrata a far parte dell’immaginario erotico, un motivo c’è

Il tema: Dietro due zinne si nascondo quintali di aggressività (figurarsi dietro sei)
Consigliato a: chi puntava la sveglia per vedere Baywatch, ai maniaci sessuali tutti (Quentin Tarantino compreso)
Sconsigliato a: femministe, cinefili, agli stessi estimatori di Russ Meyer

“Bene, se non vuoi combattere, allora ti scopo!”

Tre pocciute furie, la spogliarellista ingenua e tenerona, la killer maschiaccio (ma con due zinne così) e la lucida agente segreto (nome in codice: Foxy 69, mecojoni!), arrivano in una specie di “oasi” nel deserto californiano su una Ford Thunderbird (Thelma e Louise docent, anche se questa non è decappottabile), alla ricerca di una borsa di diamanti nascosta da un trafficante d’armi. Come sono arrivate lì? Con chi ce l’hanno? Niente paura, con una serie infinita e prolissa di flashback scopriremo tutto, mentre nel luogo arrivano poliziotti, criminali ed emo psicotiche a rompere i maroni alle nostre tre belle. Più B-movie di rito tarantiniano che omaggio a Russ Meyer, ma con meno ironia, al massimo qualche episodio di umorismo involontario. Jacobson, il regista che carneade era e carneade è rimasto, si prende terribilmente sul serio (citazioni ad minchiam, dai Soliti Sospetti a Kill Bill, split screen e chroma key fino allo sfinimento), mentre non va oltre alla costruzione di immagini patinate, ottimo campionario a cui ripensare sotto la doccia per il pubblico maschile. Mazzate, scene saffiche e magliette bagnate, ma il cinema (anche quello di exploitation) è un’altra cosa.

Da vedere sul divano con tre amiche, facendosi ammanettare al radiatore

“29 palms” (Twentynine Palms), di Bruno Dumont, Francia/Germania/USA, 2003

Con Katia Golubeva, David Wissak

Genere: Drammatico, cinema d’autore

After sex on the rocks

After sex on the rocks

Il tema: a me come mi arrapa il deserto…
Consigliato: ad amanti della natura e dei grandi spazi.
Sconsigliato: a chi cerca un motivo.
“You’re beautiful, baby. Your pussy is beautiful”

Qua sesso e violenza abbondano. Anzi sono la sola cosa che c’è nel film di Bruno Dumont. La storia, le psicologie, le motivazioni sono praticamente assenti. Un fotografo e la sua bella fidanzata si muovono nel meraviglio paesaggio del Joshua Tree, il deserto Californiano nei dintorni di Twentynine Palms. Di foto non ne fanno poi molte, ma si accoppiano, e si riaccoppiano e si accoppiano ancora. In tutti i posti in tutte le posizioni riprese in maniera abbastanza esplicita da meritarsi un Vietato ai minori di 18 anni, ma non tale da diventare un film porno.
E poi, visto che l’amore non è bello se non è litigherello, ogni tanto i due si urlano in faccia e ci scappa anche qualche manrovescio, perché, signora mia, in questo mondo è così difficile capirsi. Perché? cosa vogliono? Cosa cercano? Ma ci deve essere un perché all’amore e soprattutto al sesso? Un perché non c’è neanche per la violenza che arriverà in maniera improvvisa ed eclatante a sconvolgere il finale. Un film con immagini bellissime e con un andamento irritante, un film d’autore in cui l’autore sembra volersi prendere gioco dei suoi protagonisti e quindi anche di noi e di tutto il pubblico cinefilo che lo osannava. Il “film scandalo del Festival di Venezia” ha avuto una vita talmente sfortunata da avere stroncato la carriera italiana del suo bravo autore, tanto che i suoi film successivi, gli ottimi Flanders, Hors Satan e Camille Caudel 1915, da noi non sono mai arrivati. Comunque è un film da vedere, per il piacere delle immagini, per il gusto provocatorio dell’autore, per guardarsi qualche trombata all’aria aperta e per il violento sussulto finale. Poi coi potenti mezzi della tecnologia moderna si può anche mandare avanti veloce e trasformarlo in una più digeribile sveltina.

Da vedere trombando col telecomando in mano

“La congiura della pietra nera” (Janyu), di Chao-Bin Su e John Woo, Cina, 2010

Con: Michelle Yeoh, Woo-sung Jung, Barbie Hsu, Xueqi Wang, Shawn Yue

Genere: Wuxià (vuol dire film de menasse ambientato nel Medio Evo cinese)

...tra una mazza e una mazzata, Barbie Hsu gira per il film vestita così. Ed è un bel vedere

…tra una mazza e una mazzata, Barbie Hsu gira per il film vestita così. Ed è un bel vedere

Il tema: Tutti nella vita abbiamo un Maestro e prima lo incontriamo, prima smettiamo di dare mazzate in giro
Consigliato a: chi basta due mosse di kung fu e sono a posto, a chi “ah, le atmosfere orientali…”
Sconsigliato a: chi “visto Hero, li ho visti tutti”, a chi non sopporta i film con i cinesi che si danno dei pacconi

“Vorrei essere un ponte di pietra e resistere per 500 anni a vento e pioggia”

Schema classico da Wuxià: nella Cina di un imprecisato periodo che può andare dall’anno Mille al ‘700, una confraternita di assassini deve recuperare le due parti della salma mummificata di un maestro di kung fu, la cui ricongiunzione consentirebbe di raggiungere vette inarrivabili di potenza e destrezza (me pare). Uno dei membri, l’assassina numero 1, tradisce e scappa con metà salma, poi ripensa all’insegnamento del suo maestro, si pente, fa perdere le sue tracce e vive una normale vita da massaia, prima da single e poi trovando l’ammòre di un fessacchiotto, che lo spettatore scaltro immagina che, prima della fine, si rivelerà essere in realtà un grande maestro di kung fu; invece no, è proprio un fessacchiotto e basta. Dopo anni di ricerca, gli antichi compari la ritrovano e allora giù mazzate, duelli con spade e pugnali, camminate verticali sul soffitto, ecc, campionario standard. Fine. Ehi, e il sesso? Beh, dovete sapere che una nuova e giovane adepta della setta ci prova due volte a tirare fuori le bocce e il resto. La prima, per circuire il fessacchiotto e installarsi in casa della protagonista, la seconda per guadagnare punti con il capo supremo della setta (ammazza, e dove crede di essere, in Fininvest?). Entrambe le volte le va male (il capo supremo si rivela un eunuco, nonostante una voce che sembra Mario Biondi con la raucedine), così come va a male a noi guardoni, ché la cinepresa taglia le due scene ad altezza spalle. Ma per un Wuxià, praticamente equivale a un pornazzo.

Da vedere saltando e facendo capriole sul soffitto

“Corda Tesa” (Tightrope), di Richard Tuggle, USA, 1984

Con Clint Eastwood, Geneviève Bujold, Dan Hedaya, Alison Eastwood, Jennifer Beck

Genere: Thriller

E' risaputo  che anche gli uomini tutti d'un pezzo basta che vedano succhiare un calippo e vanno via di testa

E’ risaputo che anche gli uomini tutti d’un pezzo basta che vedano succhiare un calippo e vanno via di testa

Il tema: metti un attimo da parte le mazzate e chiava (poi riprendi con le mazzate)
Consigliato: ai fan di Clint Eastwood, ai vecchi reaganiani, agli amici delle prostitute e delle assistenti sociali.
Sconsigliato: a chi vuole continuare a credere che Clint Eastwood sia un fascistone puritano, a chi non sopporta i gialli, a chi “la polizia non si discute”

“Vorrei provare a farle un pigiamino di saliva”

Eccoci in piena era reaganiana con uno dei migliori eroi repubblicani, il buon vecchio Clint che in quegli anni fece gli ultimi film dell’ispettore Callaghan e un paio di opere militariste come “Firefox – Volpe di fuoco” e “Gunny”. Ma sono davvero così di destra i film di Clint Eastwood? Esaltano davvero i valori dell’efficienza militare, della superiorità americana, dell’uomo tutto di un pezzo, della patria e della famiglia come da un’analisi superficiale potrebbe sembrare? Il tema è ampio e peraltro ampiamente dibattuto e i capolavori del Clint Eastwood regista degli anni novanta e degli anni zero fino al testamentario Gran Torino sono una risposta definitiva. “Corda tesa” è considerato un film minore, un thriller poliziesco con un investigatore che è una sorta di un prolungamento del più famoso Ispettore Callaghan. La storia è ambientata a New Orleans, una delle città simbolo della perdizione. E qui Clint rischia di perdersi davvero se, indagando su un killer che uccide donne giovani, belle e sole, il nostro poliziotto tutto d’un pezzo si farà un po’ troppo coinvolgere dall’ambiente della prostituzione nelle notti peccaminose di New Orleans.
Clint Eastwood le mazzate le ha sempre date (anche se di solito preferisce estrarre la pistola o il fucile) e qui c’è più di una scazzottata niente male, di quelle in cui ci si mena davvero e restano i segni. In più ci scappa qualche sana e piacevole chiavata anche per un puritano come Clint che per questo rischierà di perdere un po’ la tramontana.
Se c’è Clint di mezzo, potete stare certi che tutto finirà più o meno bene e che i cattivi la pagheranno, anche se qui a un certo punto viene il dubbio che poliziotto e maniaco abbiano più di un punto in comune. Ma se la polizia è inefficiente, se la famiglia è disgregata e se “i buoni” sono prostitute o una bravissima assistente sociale che sembra un’attivista di sinistra, allora dov’è andata a finire l’esaltazione dei vecchi miti americani?

Da vedere con un paio di prostitute. solamente per proteggerle, ovviamente

“Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto”, di Lina Wertmuller, Italia, 1974

Con Mariangela Melato, Giancarlo Giannini, Isa Danieli, Eros Pagni, Riccardo Salvino

Genere: commedia

Nell'amore non c'è volgarità, ve la siete inventata voi borghesi la volgarità

Nell’amore non c’è volgarità, ve la siete inventata voi borghesi la volgarità

Il tema: sberloni, chiavate e coscienza di classe
Consigliato: amanti vacanze in barca, imprenditrici, milf, sindacalisti.
Sconsigliato: mogli di marinai, naufraghi.

“Bottana industriale viziosa… Confessa! Confessa tutta la voglia che c’hai… Fai sì! Fai sì… E invece no! Perché sugno io che ti dico di no! Un brutto cafone nero e ignorante come mia!”

Naufraghi su un’isoletta deserta e inospitale, la ricca spocchiosa Raffaella Pavone Lanzetti e il marinaio comunista siciliano Gennaro Carunchio, di lei vessato dipendente sullo yacht da cui si sono incautamente allontanati, inscenano un totale capovolgimento di ruoli: ora il padrone è lui, capace di arrangiarsi e sopravvivere, mentre la bionda snob viene ridotta a schiava, e si vede ricambiato il disprezzo che gli aveva riservato sulla barca. A cui si aggiunge una notevole dose di sberle e calcioni, tanto per persuadere l’ex padrona che non si discute su chi comanda. Bene! Gennarino ha fatto la rivoluzione! No, a Gennarino non basta chiavarsi la “bottana industriale e socialdemocratica”, ma per dimostrare il suo dominio vuole che lei si innamori. Ora, sarà il ristretto perimetro di vita consentito da un isolotto, sarà che Giancarlo Giannini nel 1974 aveva un suo bel perché, fatta salva ogni riflessione sulla Sindrome di Stoccolma, insomma il sentimento sgorga e fluisce, ampiamente sostenuto da uno dei pochi veri poteri che a buon diritto possono chiamarsi “forti”, l’Ormone Power. Sabbia, sesso, sentimento e sganassoni molto molto anni Settanta. Ah, il remake di Guy Ritchie con Madonna e Adriano Giannini è da evitare accuratamente.

Da vedere dispersi nel Mediterraneo.

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