Querida Serra Gaucha

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Quest’anno ricorre il 140° anniversario dell’immigrazione italiana qui nel Rio Grande del Sud, commemorato, nel particolare nella regione della Serra Gaucha, come segno di riconoscenza per quel processo lento, di continua crescita, sociale e economica, che tale fenomeno ha determinato, conducendo ad una situazione odierna di benessere, soprattutto se rapportata ad altre realtà brasiliane ancora devastate dal degrado e dalla povertà. Ad oggi la ricca vegetazione tipica brasiliana in questa terra si alterna a distese immense di vigneti, i primi piantati da quegli immigrati; la produzione di vino è una delle principali attività industriali, mentre in concomitanza del periodo della vendemmia si organizzano eventi e giri turistici tra le bellezze del posto. Un’accoglienza assicurata per una giovane donna come me che decide di iniziare una nuova vita nella città di Bento Gonçalves, nel cuore della Serra. Ma sarà davvero così?

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In questa città risiede la fondazione per cui lavoro, che contattai per la prima volta a giugno dell’anno passato, desiderosa di sperimentarmi in altri scenari e ritrovare l’ambizione perduta per le mille porte chiuse in faccia, in Italia e nel resto d’Europa, in risposta alle mie candidature. Nel tempo di un mese fui invitata a trascorrere qui un periodo di venti giorni, in modo da conoscere di persona la loro realtà, la struttura sociale del Rio Grande del Sud e il suo caratteristico mercato imprenditoriale.

Io, ingegnere chimico ambientale, italiana, con un’esperienza di tre anni nello stesso settore in cui opera la fondazione, giungevo dal mondo del futuro, della ricerca e dell’innovazione, dei bei vestiti, della qualità dei vari servizi, per relazionarmi con un’organizzazione lavorativa all’avanguardia purtroppo inserita in un contesto di corruzione, rigidità mentale, eccessivo rigore e una burocrazia fortemente limitante. Questo il Brasile visto con i loro occhi, gli stessi che osservano con meraviglia l’Italia forse da una posizione eccessivamente distante e di fatto collegata al ricordo positivo di quel flusso migratorio. Fui ricevuta da sorrisi gentili, da un programma dettagliato di corsi di formazione, visite a varie aziende, attività alternative da concedersi nei fine settimana.

La notizia venne resa pubblica anche attraverso un giornale locale.
Io, semplicemente, speravo di non deludere le loro aspettative. Conoscevo sommariamente la fondazione: una donna al comando, estremamente competente, e un ambiente giovane e qualificato.

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Furono giornate intense, in una città in preda a un vorticoso movimento: mille palazzi vecchi accanto a tanti altri in costruzione, universitari che lavorano e studiano di notte senza sosta, colori accesi, tinte floreali, risate e chiacchiere che si sovrappongono in una lingua assolutamente sconosciuta. Spostamenti tra una città e l’altra, buffet nei ristoranti con un’esplosione di varietà e profumi. Ogni occasione vissuta fino in fondo, con una partecipazione continua e attiva. Al di fuori dell’impegni lavorativi, nelle vesti di turista, mi lanciavo in brevissime conversazioni, in uno strambo portoghese, con commesse, cameriere di bar e ristoranti. Sempre accolta con riconoscenza, con un rispetto quasi dovuto, proprio in ragione della mia provenienza: del resto, almeno l’80% degli abitanti della Serra Gaucha ha origini italiane.
Al seguito di quel brevissimo lasso di tempo mi venne proposto un contratto di lavoro regolare, che accettai. Così, a distanza di due mesi, presi l’aereo per iniziare la mia nuova vita brasiliana. La scelta di una donna, italiana, single, di abbandonare il luogo qui amato da tutti e con esso famiglia, affetti, luoghi conosciuti, per iniziare un percorso li dove invece si è in piena fase di costruzione, scatenò incredulità e forse timore: “Esta gostando aqui?”, la domanda ricorrente, con la preoccupazione di non disporre dei giusti elementi per accogliermi e con la paura che ciò che avevano da offrirmi non sarebbe stato soddisfacente, se da me sperimentato non come turista o visitante, ma come concittadina, nella normalità delle giornate, accanto e in mezzo a loro. Ricordo una sera fui invitata a un evento rock, amatissimo da queste parti, organizzato nel mezzo della “Vales dos Vinhedos”, sede di mille piantagioni d’uva e importanti vinicole. Un ritrovo per pochi affezionati; postazioni immancabili per lo “churrasco” e un’alternanza di favolosi gruppi locali.

Destai la curiosità di tutti: “Italiana? Verdade? Muito diferente na Italia? Certo que esta engraçando?” Non pensavo minimamente all’Italia in quel momento, seduta sul prato, divertita in quell’atmosfera libera e leggera, con la mia birra brasiliana e il giubbettino di pelle prestato con molta galanteria da un bassista, dopo avermi notata seduta, evidentemente infreddolita. A fine serata comprai il cd del suo gruppo, rendendolo orgoglioso. Dopo pochi giorni mi contattò per chiedermi se avessi realmente apprezzato. “Com certeza!!” Ne fu felice.

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Il rapporto con i miei colleghi, invece, inizio a trasformarsi, e la disponibilità mostrata nel primo periodo lasciò il posto a chiusura, diffidenza, sfiducia e un’eccessiva competitività, Con il mio sguardo “occidentale” avrei notato difettosità e lacune e avrei potuto imporre una nuova mentalità. Non soltanto questo; cosa mai potrebbe spingere un giovane ingegnere a lasciare quel mondo ambito, agendo di fatto in senso contrario rispetto alla loro visione di crescita e sviluppo? In un Paese che si sta facendo strada faticosamente, e nel particolare in una regione dove si ritrovano anche simboli di progresso e quindi di speranza, ognuno di loro, con uno spirito ardente e spietato, si rivolge al futuro, al continuo miglioramento di fatto connesso a una sicurezza economica, a ciò che riscontrano nel mio paese, con la necessità di credere che tutto ciò sia concretamente raggiungibile. Questa loro prospettiva quindi provocò fraintendimenti in merito alla mia scelta; per la maggior parte io avrei meschinamente approfittato di una posizione di prestigio per ottenere un vantaggioso ritorno economico. Manifestarono così, tristemente, quei sentimenti provocati dal loro stesso paese, il primo elemento limitante dei loro sogni. “Desculpa Fra. Bem vinda no Brasil”, mi dicono ancora spesso, quasi affettuosamente. “Mas imagina, bem vinda no mundo”, rispondo io.

In definitiva il mio ingresso ha destabilizzato sia chi è ancorato alla memoria dall’arrivo delle navi di 140 anni fa sia chi si lascia distogliere da fuorvianti etichette di benessere; lontani, in ogni caso, dalla consapevolezza che la realtà attuale è maggiormente complessa e per molti aspetti diversa dal loro immaginario. Le difficoltà comunicative non sono soltanto legate alla differenza linguistica, ma anche all’accostamento, per molti forzato, di due mondi profondamente diversi. Il loro, per me tangibile e reale, al lavoro, durante le mie lunghe passeggiate al tramonto, nelle serate divertenti engordando con il rotizo di pizza e il mio, fatto di immagini, segnali, ricordi, racconti, e notizie che giungono, in parte distorte e filtrate.

Io non sono nostalgica del cappuccino e degli spaghetti al pomodoro. Io adoro i mille vassoi esposti nei ristoranti, la mia tazza di caffè brasiliano, il sagu, uno dei loro dolci tipici e lo chimarrão, ormai un incontro quotidiano irrinunciabile. Eppure, in mezzo a loro, nei diversi scenari, tra le mille proposte e soluzioni, io inevitabilmente seleziono in base ai miei trentadue anni di esperienza maturata al di là dell’oceano. Sono proprio gli istanti in cui decido per un sì o un no, proponendo la mia opinione, che mi ritrovo al centro dell’attenzione e vengo scrutata, con curiosità e con interesse; nei casi in cui mi oriento su qualcosa di scarso consenso popolare, allora quel limite che ancora oggi ci separa viene appesantito e ingigantito. Io sono anche colei che non prende mai il dolce a fine pranzo, che non preferisce i “fritel” e il “cachorro quente”, tipici alimenti gauchi, che si presenta con il taglio corto e gli abiti a loro non accessibili; portatrice di una mentalità diversa, considerata, da chi mi contrattò, l’arma vincente per generare un distacco sostanziale da quella parte della loro stessa nazione giudicata con disprezzo.

foto bento

Mi muovo in punta di piedi e a piccoli passi, per prendermi il mio spazio, dimostrando rispetto e comprensione, ma sempre determinata nel difendere quella che sono. È un lavoro, puntuale e dettagliato, che a volte comporta la messa in discussione di ciò che nel passato si è considerato scontato, ma che permette di vivere attimi di successo altamente gratificanti.

Ricordo la prima volta che preparai lo chimarrao al lavoro e fui lodata dalla mia direttrice, che abbracciandomi “Que otìmo Fran!! È melhor que o meu!!”, ma anche il giorno del mio compleanno, per il quale organizzai una sorta di aperitivo per i miei colleghi. Fui accolta, al mattino, da un bigliettino di auguri sulla mia scrivania, scritto da chi legge ogni mese i miei articoli, traducendoli con ogni mezzo che ha, e dal libro di Verissimo, famoso scrittore del ’900 nato nello stato del Rio Grande del Sud, come regalo collettivo, atipico per chi è abituato a scambiarsi prodotti di pronto consumo come cosmetici o articoli vari per la casa. Sono momenti, anche istantanei, ma in ogni caso conquiste, facenti parte di un processo di crescita che ci accomuna, ricordi da riporre in un cassetto come le vecchie foto, da sfogliare, forse quando ci si sente soli, o quando si torna a casa consapevoli che è rimasta qualcosa di non detta, comunicata in maniera eccessivamente superficiale o non corretta.

L’immigrazione, a oggi, mette in luce l’esistenza di infinite verità, contraddittorie, e di una disperazione diffusa, dagli aspetti quasi mai decifrabili, in Brasile e in ogni parte del mondo, che a volte emerge con una forza quasi disumana attraverso le scelte giornaliere di che vuole opporsi alle logiche ormai universali di un potere corrotto; la stessa disperazione che giustifica, purtroppo, i fenomeni di chiusura, diffidenza e sfiducia dimostrati qui nei miei confronti ma, allo stesso modo, la mia decisione di oltrepassare i confini nazionali per iniziare la mia nuova vita nella querida Serra Gaucha.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

    • Costanza

      Grazie!!! Si, lo stesso spirito con cui sono arrivata qui nella Serra. Bellissimo poi poterlo raccontare attraverso l’Undici!

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