No! (Racconto)

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“L’uomo ha bisogno soltanto di una volontà indipendente, per quanto possa costare questa indipendenza e a qualsiasi conseguenza porti.”

“Questa sarebbe la scelta più conveniente, ciò le garantirebbe una stabilità tale da poter vivere una vita nel totale agio. Dunque, perché non l’accetta?”

Lo guardai fisso negli occhi, quel piccolo ometto opportunista. Stetti zitto pensando al modo migliore per fargli capire il perché della mia scelta; una volta per tutte volevo dire ad alta voce il motivo per il quale, durante tutta la mia vita, avevo scansato molte fortune e preso di petto molte sventure. Gli ospiti della serata mi guardavano con sguardi interrogativi, tra l’incredulo e l’indignato: stavo sfacciatamente rifiutando e insultando il loro modo di vivere, la loro bella società, i loro propositi e scopi.

Grazie al mio talento, quella era una delle tante serate a cui ero stato invitato: un po’ alla volta mi ero fatto conoscere come un fotografo di spicco nella mia nazione adottiva. Sì, ero orfano di patria: ella mi aveva lasciato andare via volentieri, non trovando in me niente meno che un ribelle pronto a denunciare la sua faccia peggiore: una nazione che viveva di sotterfugi, di corruzione, e che scacciava la libertà di espressione come un insetto fastidioso. Nel nuovo paese, con molta difficoltà, mi ero fatto strada nel campo in cui riuscivo meglio: la fotografia. Riuscivo ad esprimere con degli scatti emozioni e ideali che difficilmente lasciavo trapelare con il mio sguardo serio, talvolta definito enigmatico. Mettevo a nudo la realtà della società e la risaltavo nel bene, ma soprattutto nel male. Dapprima criticate, le mie foto divennero i manifesti per chi la società voleva cambiarla, senza cambiare niente della sua vita personale, lasciando così il mondo allo sbaraglio, forse più di prima.

Chi veniva odiato dai reietti, chi aveva ricchezza e potere, sapeva cosa fare: imparai a leggerli, la gente che sta bene e in primis i miei mecenati, notai a cosa miravano e con che mezzi raggiungevano lo scopo. Iniziarono, con le mie fotografie da denuncia, a fare la parte dei paladini della giustizia, aizzando la folla contro lo stato corrotto e blaterando su come essi si sentivano in colpa per il male nel mondo. Tante parole, tanta aria. Dovevo convivere con loro, ma non potevo tollerare la loro falsità: prima facevano la parte dei buoni, poco dopo si lasciavano cullare dal lusso ottenuto in maniere tutt’altro che legali. Scendevano in piazza con grandi cartelloni (ma sempre a distanza di sicurezza dalla massa), e finita la manifestazione se ne tornavano a casa, concludendo la “faticosa” giornata a bordo piscina, noncuranti dei problemi che non si potevano risolvere con un giorno di protesta pubblica. Sia la patria natia che quella adottiva avevano questo in comune: una grande ipocrisia di fondo. E io galleggiavo tra chi stava bene e chi, giorno dopo giorno, per ignoranza, pigrizia o demotivazione, si trascinava nel fondale della miseria. Ora scendevo nei vicoli bui, tra prostitute e mendicanti, a fotografare la vita, quella vera, non quella dei reality, quella che il pane bisogna guadagnarselo a fatica e che finisce fin troppo presto, ora salivo tra i miei mecenati, che mi davano pacche sulla schiena commentando le mie foto come davvero “struggenti”, colpiti in parte, ma in fondo indifferenti al fatto che quelle vie erano a pochi chilometri da lì e che non ero andato oltremare per scoprire il degrado. Compiaciuti del mio operato si scoprivano pieni di sentimenti, muovevano cause e petizioni concrete come l’aria rarefatta della montagna contro la prostituzione, l’analfabetismo, e in generale tutto ciò che era degno di essere denunciato. Ma ogni iniziativa finiva nel dimenticatoio appena le mie mostre terminavano, e tutto quello che avevo da dire veniva rimosso dalle menti altrui. Eppure si congratulavano con me, mi pagavano, mi invitavano a numerosi eventi, e io sarei dovuto essere felice della posizione che avevo raggiunto, io orfano di patria, sarei dovuto essere fiero della fama che avevo guadagnato con sudore e fatica.

Quella sera c’era una gran festa in una villa di un ricco signore, uno che con i soldi si era comprato perfino il rispetto del nobile, che aveva deciso di inaugurare l’ampliamento della sua già enorme dimora. La bella società era li, ad ammirare, invidiare, discutere e spettegolare. Cascate di champagne e frutta esotica, musica dal vivo e donne con abiti splendidi facevano da sfondo ad una serata dedicata al lusso e alla bellezza dello stare bene. Come sempre mi sentivo un pesce fuor d’acqua, che accettava di star lì per avere sicuro il suo stipendio, e me ne vergognavo, perché io dell’ipocrisia non sapevo che farmene, la guardavo come si guarda un malato di peste, con orrore e pensando “può contagiare anche me”; e infatti ero stato contagiato, bevevo i vini migliori e ammiravo le belle donne, sempre meno abituato alla miseria e sempre più incline ad accettare piuttosto che lottare.

Iniziai a rendermi conto di quanto fossi caduto in basso: dov’era finita la mia libertà di scegliere? Dove era finita la mia ribellione, quel fuoco che aveva incendiato numerosi rullini, che aveva fatto scendere nelle piazze le persone che vivevano dentro i miei scatti e volevano riscattarsi, e darsi la libertà di dire “è ora di cambiare”? Quel fuoco si era affievolito, se non addirittura spento, perché più andavo avanti più capivo l’impossibilità dei miei intenti. La società mi aveva preso nel suo vortice di promesse mai mantenute, di parole vuote, e la mia libertà si era ridotta sempre di più, lasciando spazio a una malinconica accettazione della realtà. Le mie fotografie servivano a rendere la vita di ognuno un po’ più movimentata; ma non cambiava nulla, tutto scorreva incessantemente nello stesso identico modo. Avevo perso la libertà di andare controcorrente, perché avevo scoperto quanto questo fosse poco conveniente, oltre che inutile, perciò galleggiavo apaticamente in uno stato di rassegnazione e ignavia, e facevo il mio lavoro solo per campare.

Però… Come stavo bene quando speravo di cambiare il mondo! Come mi sentivo infuocato al pensiero di potermi ribellare, di scegliere da che parte stare! Sempre avevo avuto il presentimento che niente si potesse cambiare, ma finché sceglievo liberamente cosa fare della mia vita sentivo dentro di me speranza e voglia di lottare. Libertà di scelta! Libertà di dire no! Ecco cosa avevo perso. Accettavo senza troppi riguardi la vita che mi avevano imposto, sia pure una bella vita, ma non frutto della mia volontà. E tutto ciò perché ero circondato da persone che si adeguavano, e lo facevano sia inconsciamente che di propria iniziativa, e la cosa li metteva in uno stato di veternus, un intorpidimento dell’anima e della loro libertà. Si lasciavano guidare dal flusso senza troppe domande, non si ribellavano e vivevano rannicchiati galleggiando come eterni feti nel ventre della vita. Le loro coscienze si erano assopite, e anche la mia lentamente stava cadendo in un sonno senza sogni.

Facendo quella pennichella spirituale avevo perso la gioia di esistere come umano, e passavo la mia vita muovendomi come un automa. Finalmente mi destai e come dopo un incubo annaspai tra realtà e sogno; poi, piano piano, la strada da seguire si fece sempre più limpida e sicura.

Tra le ricchezze ostentate e i discorsi perbenisti degli ospiti mi era stata fatta un’offerta che avrebbe risolto i miei problemi finanziari. Fino a quel momento avevo lavorato a progetto, senza costanza, sempre in bilico tra periodi lautamente ricompensati e periodi di miseria. Ebbene, uno dei miei mecenati, un uomo politico che con gran scaltrezza sapeva sfruttare al massimo ogni opportunità che gli si presentava davanti, mi propose di lavorare per lui a tempo indeterminato. Cosa mi chiedeva in cambio?

Le persone di maggiore spicco, politici, imprenditori, parvenu e nobili di antica discendenza, si erano proposti come paladini della giustizia, ma la gente iniziava a diffidare anche di loro, poiché si stava accorgendo che nonostante tutta l’aria d’agitazione tra manifestazioni e atti di denuncia nulla stava realmente cambiando. Così loro, gli ipocriti, avevano avuto una grandiosa idea: migliorare l’immagine della nazione e rendersi i protagonisti di un progresso che in fondo non sarebbe mai avvenuto; avrebbero quietato gli animi e in cambio sarebbero stati visti come i salvatori. Non solo avrebbero avuto il potere, ma anche il consenso del popolo. Il mio lavoro sarebbe consistito nel pubblicizzare loro e le loro opere: mi sarei limitato a fotografare ciò che volevano. La mia arte non sarebbe più stata libertà d’espressione, bensì un mezzo di propaganda, ma in cambio non mi sarei mai più dovuto preoccupare dei soldi e del futuro. Accettando la sua proposta mi sarei potuto permettere di finire i miei giorni in totale tranquillità, assecondando ogni mio capriccio, dall’orologio costoso al viaggio in un’isola caraibica.

Ma la stabilità e l’agio valevano più che lavorare seguendo il proprio spirito?

“No” echeggiò stonando nella stanza in festa; come un fulmine a ciel sereno prese alla sprovvista tutti… Il politico, soprattutto, il quale pensava di avermi in mano. A fatica conteneva il suo sgomento e irritazione. Giunse così la fatidica domanda.

“Dunque, perché non l’accetta?”

“Un caro signore di nome Dostoevskij scrisse una cosa che da giovane mi colpì molto. Proviene da un libricino piccolo, lo comprai per pochi soldi e ora se ne sta in un angolino sperduto della mia libreria. Disse che l’uomo è di per sé molto stupido, anzi, irriconoscente, e che fa delle scelte più per capriccio che per una buona ragione. Anche di fronte alla perfezione, anche di fronte a qualcosa di giusto e razionale, egli, per dispetto sceglierà di buttare tutto all’aria, di distruggere tutto ciò che parrebbe più ragionevole. E questo solo per vivere ‘secondo il nostro volere’. Perché è la cosa che ci è più cara, la libertà di scegliere, la libertà di darsi un colpo in testa o di sacrificare la stabilità per un desiderio infantile. La volontà di scelta è l’unica arma che abbiamo per contrastare l’ineluttabile destino, il lento scorrere di un fiume che non possiamo arrestare, il ciclo della storia che si ripete perpetuamente sempre uguale. Chiamatelo capriccio, chiamatelo come volete, l’uomo è capace di mandare al paese ogni buona cosa solo per il gusto di dire ‘mi sono rovinato la vita, ma l’ho deciso io, e ne sono soddisfatto.’ Sono venuto in questo paese sperando di cambiare le cose, mostrando i miei scatti, cercando di indignare e smuovere questo mare di anime addormentate, ma tutto ciò che ho capito è che la mia impresa è solo fumo, che non serve a questa società macchinosa. Eppure, nonostante tutto questo pessimismo, ho capito solo ora a cosa serve il mio lavoro: a darmi la libertà di essere umano. Tenetevi i vostri soldi, l’agio, le promesse: non sono nato per essere come volete voi. Sono nato per avere il diritto di scegliere come vivere, di decidere se augurarmi del male o del bene, perché è questo che mi rende vivo, è questo il fuoco che mi sveglia di fronte all’intorpidimento di massa.”

Un inquietante silenzio permase nella stanza, nessuno proferì parola. Per la prima volta dopo molti anni fui soddisfatto: avevo dimostrato a me stesso che ero un uomo e non un meccanismo della grande macchina chiamata società. Appoggiai il bicchiere vuoto di champagne su un tavolino, mi congedai a testa alta con il nobile proprietario-automa della villa, mentre la folla intorno a me già iniziava a bisbigliare sentenze sul mio comportamento, e me ne andai via a piedi, sotto un cielo stellato, noncurante della destinazione, semplicemente felice di essere umano.

“Desidererà rivendicare proprio i suoi sogni fantastici (…) unicamente per confermare a se stesso che gli uomini sono sempre uomini, e non tasti di pianoforte (…) Io ci credo, io ne rispondo, perché tutto l’umano agire mi sembra consistere di fatto soltanto in questo: che l’uomo dimostri incessantemente a se stesso di essere un uomo e non un tasto!”

Le citazioni provengono da Memorie dal sottosuolo di FiodorDostoevskij. La foto di copertina è dell’autrice.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Costanza

    Davvero bello, complimenti!! Io non riuscirei a scrivere allo stesso modo. Sono sincera

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      • Costanza

        Mi è piaciuto molto. Trovo che hai un tocco molto particolare, molto interessante. Gran bella gente l’Undici. Di nuovo benvenuta!

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